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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO SECONDO
    • Scena 6
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Scena 6

           

Ottavia. Tra ‘l fero orror di tenebrosa notte,

            cinta d’armate guardie, trar mi veggo

            in questa reggia stessa, onde, ha due lune,

            sveller mi vidi a viva forza. Or, lice

            ch’io la cagione al mio signor ne chiegga?

Nerone. —Ad alto fine in marital legame

            c’ebber congiunti i genitori nostri

            fin da’ più teneri anni. Ognora poscia

            docil non t’ebbi al mio volere in opre,

            quanto in parole: assai gran tempo io ‘l volli

            soffrir; più forse anco il soffria, se madre

            di regal prole numerosa e bella

            fossi tu stata almeno; ond’io ne avessi

            ristoro alcun di affanni tanti. Invano

            io lo sperai; sterile pianta, il trono

            per te d’eredi orbo restava; e tolto

            m’era, per te, di padre il dolce nome.

            — Ti repudiai perciò.

Ottavia.                                   Ben festi; ov’altra,

            troppo più ch’io nol fui, felice sposa

            farti di cari e numerosi figli

            lieto potea, ben festi. Altra che t’ami

            quant’io, ben so, non la trovasti ancora,

            né troverai. Ma che? mi opposi io forse

            ai voler tuoi? Nel rimirarti in braccio

            d’altra, ne piansi; e piango. Altro che pianto,

            e riverenza, e silenzio, e sospiri,

            forse da me s’udia giammai?

Nerone.                                                           Dolcezza

            hai su le labra molta; in cor non tanta.

            Traluce ai detti il fiel: tu mal nascondi

            l’ira, che in sen contro Poppea nudrisci;

            e celasti assai meno altre superbe

            tue ricordanze di non veri dritti.

Ottavia. Deh! scordarti tu al par di me potessi

            questi miei dritti, veraci pur troppo,

            poi ch’io ne traggoveraci danni!...

            D’odio e furor lampeggiano i tuoi sguardi?

            Ah! ben vegg’io, (me misera!) che abborri

            me più assai, che marito odiar non possa

            steril consorte. Oh me infelice donna!

            più ognor ti offesi quant’io più ti amai.

            Ma, che ti chiesi? e che ti chieggo? oscura

            solinga vita, e libertà del pianto.

Nerone. Ed io, pur certo che d’oscura vita

            ti appagheresti meglio, a te prescritta

            l’avea; ma poi...

Ottavia.                       Ma poi, pentito n’eri:

            e, ch’io non fossi abbastanza infelice,

            nascea rimorso in te. De’ tuoi novelli

            legami aver me testimon volevi:

            qui di tua sposa mi volevi ancella;

            favola al mondo, e di tua corte scherno

            farmi volevi. Eccomi dunque ai cenni

            del mio signor: che degg’io fare? imponi.

            — Ma in tua corte neppur misera appieno

            farmi tu puoi, se col mio mal ti appago.

            Or, di’: sei lieto tu? placida calma

            regna in tuo core? ad altra sposa al fianco,

            securo godi que’ tranquilli sonni,

            che togli altrui? Quella Poppea, che orbata

            d’un fratello non hai, più ch’io nol fea,

            ti fa beato?

Nerone.           —In quanto pregio debba

            il cor tenersi del signor del mondo,

            mai nol sapesti; e il sa Poppea.

Ottavia.                                                           Poppea

            prezzar sa il trono, a cui non nacque: io seppi

            apprezzar te: né al paragon si attenti

            meco venirne ella in amarti. Ottiene

            ella il tuo cor; ma il merto io sola.

Nerone.                                                           Amarmi,

            no, tu non puoi.

Ottavia.                       Ch’io nol dovrei, di’ meglio:

            ma dal tuo cor non giudicar del mio.

            So, che fuor me ne serra eternamente

            il sangue, ond’esca; e so, che in me tua immago,

            contaminata del sangue de’ miei,

            loco trovar mai non dovria: ma forza

            di fato è questa. — Or, se il fratello, il padre,

            da te svenati io non rimembro, ardisci

            tu a delitto il fratello e il padre appormi?

Nerone. A delitto ti appongo Eucero vile...

Ottavia. Eucero! a me?...

Nerone.                       Sì; l’amator, che merti.

Ottavia. Ahi giusto ciel! tu l’odi?...

Nerone.                                               Havvi chi t’osa

            rea tacciar d’impudico amor servile:

            or, per ciò solo io ti ritraggo in Roma.

            O a smentirlo, o a riceverne la pena,

            a qual più vuoi, ti appresta.

Ottavia.                                               Oh non più intesa

            scelleraggine orrenda! Ov’è l’iniquo

            accusator?... Ma, oimè! stolta, che chieggo?

            — Nerone accusa, e giudica, ed uccide.

Nerone. Or vedi amore! odi il velen, se tutto

            dal petto al fin non ti trabocca; or, ch’io

            le tue arcane laidezze in parte scopro.

Ottavia. Misera me!... Che più mi avanza? In bando

            dal talamo, dal trono, dalla reggia,

            dalla patria; non basta?... Oh cielo! intera

            mia fama sola rimaneami; sola

            mi ristorava d’ogni tolto bene:

            sì preziosa dote erami indarno

            da colei, che in non cal tenne la sua,

            invidiata: ed or mi si vuol torre,

            pria della vita? Or via; Neron, che tardi?

            Pace, il sai, (se pur pace esser può teco)

            aver non puoi, finch’io respiro: i mezzi

            di trucidar debole donna inerme

            mancar ti ponno? Entro i recessi cupi

            di questa reggia, atro funesto albergo

            di fraude e morte, a tuo piacer mi traggi;

            e mi vi fa svenare. Anzi, tu stesso

            puoi di tua man svenarmivi: mia morte,

            non che giovarti, è necessaria omai.

            Del sol morir dunque ti appaga. Ogni altra

            strage de’ miei ti perdonai già pria;

            me stessa or ti perdono; uccidi, regna,

            e uccidi ancor: tutte le vie del sangue

            tu sai; già in colorar le tue vendette

            Roma è dotta: che temi? in me dei Claudi

            muore ogni avanzo; ogni memoria e amore

            che aver ne possa la tua plebe. I Numi

            son usi al fumo già dei sanguinosi

            incensi tuoi; stan d’ogni strage appesi

            i voti ai templi già; trofei, trionfi

            son le private uccisioni. — Or dunque

            morte a placarti basti: or macchia infame

            perché mi apporre, ov’io morte sol chieggo?

Nerone. —In tua difesa intero a te concedo

            questo nascente . Se rea non sei,

            gioia ne avrò. — Non l’odio mio, ma temi

            il tuo fallir, che di gran lunga il passa.

           




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