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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO TERZO
    • Scena 1
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ATTO TERZO

Scena 1

           

Ottavia. Vieni, o Seneca, vieni; almen ch’io pianga

            con te: niun con chi piangere mi resta.

Seneca. Donna, e fia ver? mentita accusa infame...

Ottavia. Tutto aspettava io da Neron, men questo

            ultimo oltraggio; e sol quest’uno avanza

            ogni mia sofferenza.

Seneca.                                    Or, chi mai vide

            insania in un sì obbrobriosa, e stolta?

            Tu vivo specchio d’innocenza e fede,

            tu pieghevole, tenera, modesta,

            e ancor che stata di Nerone al fianco,

            pure incorrotta sempre; e a te fia tolta

            or tua fama così? non fia, no; spero.

            Io vivo ancora, io testimonio vivo

            di tua virtù; spender mia voce estrema

            in gridarti innocente udrammi Roma:

            chi fiaduro, che pietà non n’abbia?

            Deh! non mi dir (che mal può dirsi) or quanta

            sia l’amarezza del tuo pianto: io tutto

            sento e divido il dolor tuo...

Ottavia.                                               Ma invano

            tu speri. Nulla avermi tolto estima

            Neron, fin ch’ei la fama a me non toglie.

            Tutto soggiace al voler suo: te stesso

            tu perderesti, e indarno: ah! per te pure

            tremar mi fai. Ma in salvo, è ver, che posta

            da lunga serie di virtudi omai

            è la tua fama: il fosse al par la mia!...

            Ma, giovin, donna, infra corrotta corte

            cresciuta, oh cielo! esser tenuta io posso

            rea di sozzo delitto. Altri non crede,

            né creder de’, ch’io per Neron tuttora

            amor conservi: eppur, per quanto in seno

            in mille guise egli il pugnal m’immerga,

            per me il vederlo d’altra donna amante

            è il rio dolor, che ogni dolor sorpassa.

Seneca. Neron mi serba in vita ancora: ignota

            m’è la cagion; né so qual mio destino

            me dall’orme ritrae di Burro, e d’altri

            pochi seguaci di virtù, ch’ei spense.

            Ma pur Neron, per l’indugiarmi alquanto,

            tolto non m’ha dal suo libro di morte.

            Io, di mia mano stessa, avrei già tronco

            lo stame debil mio; sol men rattenne

            speme, (ahi fallace, e poco accorta speme!)

            di ricondurlo a dritta via. — Ma, trargli

            di mano almeno un innocente, a costo

            di questo avanzo di mia vita, io spero.

            Deh, fossi tu pur quella! o almen potessi

            risparmiarti l’infamia! Oh come lieto

            morrei di ciò!

Ottavia.                       ... Nel rientrare in queste

            soglie, ho deposto ogni pensier di vita.

            Non ch’io morir non tema; in me tal forza

            donde trarrei? La morte, è vero, io temo:

            eppur la bramo; e sospiroso il guardo

            a te, maestro del morire, io volgo.

Seneca. Deh!... pensa... Il cor mi squarci... Oimè!...

Ottavia.                                                                       Sottrarmi

            il puoi tu solo; dalla infamia almeno...

            L’infamia! or vedi, onde a me vien: Poppea

            bassi amori mi appone.

Seneca.                                    Oh degna sposa

            di Neron fero!

Ottavia.                       Ei di virtù per certo

            non s’innamora: prepotenti modi,

            liberi, audaci, a lui son esca, e giogo;

            teneri, a lui recan fastidio. Oh cielo!

            io, per piacergli, e che non fea? Qual legge

            io rispettava ogni suo cenno: io sacro

            il suo voler tenea. Di furto piansi

            l’ucciso fratel mio: se da me laude

            non ne ottenea Neron, biasmo non n’ebbe.

            Piansi, e tacqui; e non lordo di quel sangue

            crederlo finsi: invan. Ognor spiacergli,

            era il destin mio crudo.

Seneca.                                                Amarti mai

            potea Neron, s’empia e crudel non eri? —

            Ma pur, ti acqueta alquanto. Ecco novello

            già sorge il . Tosto che udrà la plebe

            del tuo ritorno, e rivederti, e prove

            darti vorrà dell’amor suo. Non poco

            spero in essa; feroci eran le grida

            al tuo partire; e il susurrar non tacque

            nella tua breve assenza. Iniquo molto,

            ma tremante più assai, Neron per anco

            tutto non osa; il popol sempre ei teme.

            Fero è, superbo; eppur mal fermo in trono

            finor vacilla: e forse un ...

Ottavia.                                               Qual odo

            alto fragore?...

Seneca.                        Il popol, parmi...

Ottavia.                                               Oh cielo!

            alla reggia appressarsi...

Seneca.                                    Odo le grida

            di mossa plebe.

Ottavia.                       Oimè! che fia?

Seneca.                                                Che temi?

            soli noi siam, che in questa orribil reggia

            paventar non dobbiamo...

Ottavia.                                   Ognor più cresce

            il tumulto. Ahi me misera! in periglio

            forse è Neron... Ma chi vegg’io?

Seneca.                                                            Nerone;

            eccolo, ei viene.

Ottavia.                       Oh, di qual rabbia egli arde

            nei sanguinosi occhi feroci! — Io tremo...

           




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