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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO QUARTO
    • Scena 3
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Scena 3

           

Poppea. Signor, deh! frena il furor tuo...

Nerone.                                                           Tai detti

            scontar farotti in breve. — Oh rabbia!... Oh ardire!

            Finché non giungon l’armi, io son qui dunque

            minor d’ogni uomo? Or da ogni parte ho stretta

            di diversi rispetti: ad uno ad uno,

            costor che a un tratto io svenerei, m’è forza,

            con lunghi indugi, ad uno ad un svenarli.

Poppea. Oh quai punture al cor mi sento! oh quanto

            meco mi adiro! Io son la ria cagione

            d’ogni tuo affanno, io sola.

Nerone.                                               A me più cara sei,

            quanto più mi costi.

Poppea.                                   È tempo al fine,

            tempo è, Neron, ch’alto rimedio in opra

            da me si ponga, poiché sola io ‘l tengo.

            Queta mai non sperar l’audace plebe,

            finch’io son teco. Ah generosa prole,

            qual darle io pur di Cesari son presta,

            Roma or la sdegna. Alla prosapia infame

            di egizio schiavo un pervenga, è meglio,

            la imperial possanza. — Animo forte,

            qual non m’avrò fors’io, sveller può solo

            or da radice il male. — Ancor ch’io presti

            velo, e non altro, al popolar tumulto

            che altronde vien, pure in mio core ho fermo,...

            ahi, sì, pur troppo!... e il deggio, e il voglio...

Nerone.                                                                       Ah! cessa.

            Tempo acquistar m’era mestier col tempo;

            e già ne ottenni alquanto. Omai, che temi?

            trionferemo, accertati...

Poppea.                                   Deh! soffri,

            che, s’io pure a’ tuoi piedi ora non spiro,...

            l’ultimo addio ti doni...

Nerone.                                   Oh! che favelli?

            deh! sorgi. Io mai lasciarti?...

Poppea.                                               A te che giova

            meco infingerti? Appien fors’io non veggo,

            signor, che tu, sol per calmar miei spirti,

            or di celarmi il tuo timor ti sforzi?

            Non leggo io tutti i tuoi più interni affetti

            nel volto amato? occhio di donne amante,

            sagace vede. — Attonito, da prima,

            dalle insolenti popolari grida

            fosti, al tornar di Ottavia; or, crescer odi

            l’ardire; onde atterrito...

Nerone.                                   Atterrito io?...

Poppea. So, che il forte tuo core ognor persiste

            nella vendetta: ma, son dubbi i mezzi:

            e intanto esposto a replicati oltraggi

            rimani tu. Le irriverenti fole

            per anco udir di un Seneca t’è forza:

            ben vedi...

Nerone.                       Atterrito io?

Poppea.                                               Sì; per me il sei: —

            né in te potrebbe altro timor; tu tremi,

            che il popolar furore in me non cada. —

            Amar potresti, e non tremare? Il tuo

            stato mi è lieve argomentar dal mio.

            Del tuo periglio, e di tua immago io piena,

            e di me stessa immemore, ad un lampo

            di passeggiera pace, or non mi acqueto.

            Ai terror nostri io vodar fine, e trarre

            te d’ogni rischio, a costo mio. Per sempre

            perder ti vo’, per conservarti il core

            del popol tuo.

Nerone.                       Ma che? mi credi?...

Poppea.                                                           Ah! lascia:

            farti in tuo pro forza vogl’io: son ferma

            di abbandonare il trono tuo; sbandirmi

            di Roma; e, s’uopo fia, dal vasto impero.

            Quella che il volgo in seggio or vuole, in seggio

            donna rimanga, poiché il volgo è fatto

            l’arbitro del tuo core: abbiasi il trono,

            (ma questo è il men) del mio Nerone ell’abbia,

            e il talamo, e l’amore... Ahi me infelice!...

            così tu pace, e sicurezza avrai. —

            Sollievo a me, s’io pur merto sollievo,

            e s’io posso non tua restare in vita,

            bastante a me sollievo fia, l’averti,

            col mio partir, tolto ogni danno...

Nerone.                                                           Ai preghi

            del tuo consorte arrenditi; o i comandi

            del tuo signor rispetta. A me non puoi,

            neppur tu stessa, toglierti; né il puote

            umana forza, se il mio impero pria

            non m’è tolto, e la vita. All’ira immensa

            ch’entro il petto mi bolle, alla vendetta

            ch’esser de’ tanta, (anch’io lo veggio) i mezzi

            son lenti; e il paion più: ma il venir tarda

            nocque a vendetta mai?

Poppea.                                               Credi, a salvarti,

            o a più tempo acquistar, giovar può solo

            il mio partir: vuoi che sforzata io parta,

            mentre il posso buon grado? Il popol s’ode

            ciò minacciare; e la minor fia questa

            di sue minacce: a Ottavia altro marito

            sceglier pretende, e che con essa ei regni.

            Sta il trono in lei; tu il vedi. Or, ch’io ti lasci

            scambiar Poppea pel trono? Ah! Neron, prendi

            l’ultimo addio...

Nerone.                       Non più: troppo m’irrìta...

Poppea. E s’anco il pur giunge, ove tu palma

            abbi d’Ottavia, e della plebe a un tempo,

            odio pur sempre ne trarrai, non poco.

            E allor; chi sa? ne incolperesti forse

            la misera Poppea. Quel ch’or mi porti

            verace amor, chi sa se in odio allora

            nol volgeresti, ripentito? Oh cielo!...

            a un tal pensier di tema agghiaccio. Ah lungi

            io da te morrò pria;... ma intero almeno

            così il tuo amor ne porto io meco in tomba...

Nerone. Basta omai, basta; in me già l’ira è troppa...     d’abbandonarmi ogni pensier deponi.

            E Roma, e il mondo, e il ciel nol voglian, mia

            sarai tu sempre: a te Neron lo giura.

           




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