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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO QUINTO
    • Scena 2
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Scena 2

           

Ottavia. Seneca, oh gioia! ancor sei dunque in vita?

            Vieni, o mio più che padre... E che? nel volto

            men tristo sembri: oh! che mi arrechi?

Seneca.                                                                        Intatta,

            godi, è pur sempre la innocenza tua.

            Le tue tante virtù d’alcun lor raggio

            infiammato a virtude hanno i più bassi

            servili cori. Infra martìri atroci,

            fra strazi orrendi, le tue ancelle a un grido,

            tutte negaro il tuo supposto fallo.

            Marzia fra loro era da udirsi: in fermo

            viril libero aspetto (e da far onta

            a noi schiavi tremanti) in Neron fitti

            gl’imperterriti sguardi, ora a vicenda

Tigellino, or Nerone, ad alta voce

            mentitor empi iva nomando: e piena

            di generosa rabbia, inni solenni

            di tua santa onestà cantando, salda

            ella ai tormenti, da forte spirava.

Ottavia. Misera! ahi degna di miglior destino!...

            Ma ciò, che vale? A ricomprar mio sangue,

            havvi sangue che basti?

Seneca.                                                Or, più che pria,

            scabro a Neron fassi il versarlo. Hai tratto

            lustro ed onor donde sperò l’iniquo

            che infamia trar tu ne dovresti, e morte.

            Eucero stesso, benedire ei s’ode

            il suo morire. Or giuramenti orrendi,

            per cui sua testa agli infernali Numi

            consacra; or spande liberi, e feroci

            detti, che attestan tua virtude; or giura

            più a grado aver e funi, e punte, e scuri,

            che l’oro offerto di calunnia in prezzo.

            Di Tigellino ei le promesse infami

            chiare ad ogni uomo fa; lo ascoltan pieni

            d’inusitato orror gli stessi feri

            suoi carnefici, e quasi le lor mani

            trattengon, mal lor grado. In fretta io vengo

            il grato avviso a dartene.

Ottavia.                                               Deh! mira,

            chi viene a me: miralo, e spera.

Seneca.                                                Oh cielo!

           




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