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Vittorio Alfieri
Ottavia

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  • ATTO QUINTO
    • Scena 5
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Scena 5

           

Nerone. Cagion funesta d’ogni affanno mio,

            dalle mie mani al fin chi ti sottragge?

            chi per te grida omai? Dov’è la plebe? —

            Ben scegliesti: partito altro non hai,

            che svelarti qual sei: far chiaro appieno

            a Roma, e al mondo ogni delitto tuo;

            me discolpar presso al mio popol, darti

            qual t’è dovuta, con infamia, morte.

Seneca. Più non mi pento, e fu opportuno il punto.

Ottavia. Nerone, appien già sei scolpato; godi.

            Già d’esser stata tua, d’averti amato,

            data men son debita pena io stessa.

Nerone. Pena? Che festi?

Ottavia.                                   Entro mie vene serpe

            già un fero tosco...

Nerone.                       E donde?...

Poppea.                                               Or mio davvero,

Nerone, tu sei.

Nerone.                       Donde il velen?... Tu menti.

Tigellino. Creder nol dei; severa guardia...

Seneca.                                                            E puossi

            deluder guardia; e il fu la tua. Gli Dei

            scampo ai giusti non niegano.

Ottavia.                                                           Mi uccide

            il tosco in breve; e tu il vedrai: pietoso

            ecco chi ‘l diede; anzi, a dir ver, gliel tolsi.

            Caro ei l’avrà, se nel punisci; io quindi

            nol celo. Mira; in questa gemma stava

            la mia salvezza. Di tua fede in pegno,

            il delle mortali nozze nostre,

            tal gemma tu darmi dovevi...

Nerone.                                               Il veggio,

            l’ultima è questa, e la più orribil trama

            per far che Roma mi abborrisca. Iniquo,

            tu l’ordisti; ma or ora...

Poppea.                                   Alla tua pena

            ti sottraesti, Ottavia; invan sottrarti

            speri all’infamia.

Ottavia.                       A te rispondo io forse? —

            Tu, Nerone, i miei detti ultimi ascolta.

            Credimi, or giungo al fatal punto, in cui

            cessa il timor, né il simular più giova,

            ov’io pur mai fatto l’avessi.. Io moro:

            e non mi uccide Seneca:... tu solo,

            tu mi uccidi, o Neron: benché non dato

            da te, il velen che mi consuma, è tuo.

            Ma il veleno a delitto io non t’ascrivo.

            Ciò far tu pria dovevi; da quel punto,

            in cui t’increbbi: eri men crudo assai

            nell’uccidermi allor, che in darti a donna,

            che amarti mai, volendo, nol sapria.

            Ma, ti perdono io tutto; a me perdona,

            (sol mio delitto) se il piacer ti tolgo,

            coll’affrettare il mio morir pochore,

            d’una intera vendetta. Io ben potea

            tutto, o Neron, tranne il mio onor, donarti;

            per te soffrir, tranne l’infamia, tutto...

            Niun danno a te fia per tornarne, io spero,...

            dal... mio... morire. Il trono è tuo: tu il godi:

            abbiti pace... Intorno al sanguinoso

            tuo letto... io giuro... di non mai... venirne

            ombra dolente... a disturbar... tuoi... sonni...

            Conoscerai frattanto un costei. —

Nerone. Più la conosco, più l’amo; e più sempre

            di amarla io giuro.

Seneca.                                    In cor l’ultimo stile

            questi detti le piantano: ella spira...

Poppea. Vieni; lasciam questa funesta stanza.

Nerone. Andiamo: e sappia or Roma tutta, e il campo,

            ch’io costei non uccisi: e in un pur s’oda

            il delitto di Seneca, e la morte.

           




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