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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO TERZO
    • Scena XVII
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Scena XVII

LISEO, GUARDABASSO e IPOCRITO.

LISEO. La se ne dovrebbe vergognare.
GUARDABASSO. Chi?
LISEO. La fortuna.
GUARDABASSO. Di che?
LISEO. Di porsi con un vecchio di sessanta anni.
GUARDABASSO. Ella vi visita con i suoi garbugli, perché sete omo di lega.
IPOCRITO. O il mio messer Liseo!
LISEO. Iddio vi manda a me, che non so dove gettarmi, in modo mi conciano le disgrazie.
IPOCRITO. Non dubitate.
GUARDABASSO. Buono animo e purgarsi guarisce il mal francioso.
LISEO. Colui d'India e quello altro di Cafarnaù son tornati.
IPOCRITO. E che poi?
LISEO. Le figlie in volta, et indebitamente ogni cosa.
IPOCRITO. Dove sono i gran mali, sono i molti rimedi.
LISEO. O, o, o, o!
IPOCRITO. Con una ricettina ch'io vo' darvi contra la fortuna, acconciaremo il tutto.
LISEO. Respiro un poco.
IPOCRITO. Ancor io ho avuto che fare coi serpenti, con le catene, con i ghiacci, con le fornaci, con le caldaie e con le peci del centro, e tuttavia che le tentazioni de la concupiscenzia mi molestavano, tremava di Belzabù e di Minosso; ma tosto ch'io ci feci suso core, non gli stimai un bagaro, e questo mi si può credere in carità.
LISEO. A la ricetta.'
IPOCRITO. Il recar d'ogni vostro travaglio in berta è ciò che avete da fare.
LISEO. Il fatto sta nel potere.
IPOCRITO. Nel disporsi consiste la cosa.
GUARDABASSO. Io son di cotesto parere.
LISEO. Taci, asino.
IPOCRITO. Perché intendiate, colei, che secondo l'opinione de i più e toglie, alza et abbassa, rallegra e contrista, è de la natura de le meretrici, le quali, visto uno amante distruggersi, lor bontà, lo perseguitano iniquissimamente. Ma come si imbattono in certe mosche al naso, che se gli voltano col bastone, stanno al segno, vi so dire.
GUARDABASSO. Se non ch'io debbo tacere, lauderei la vostra profumata comparativa.
LISEO. La penetra anche a me.
IPOCRITO. La scellerata simiglia né più né meno a un Travasa vini, il quale ne lo avvedersi che quella bigoncia, quella botte e quel tino versa, lo rimette presto presto in le bene istagnate, maladicendo ogni gocciola che se ne sparge. Onde vengo a infierire, che ella non fa mai altro che empirci e colmarci di avversità e di ruine. Ma nel subito accorgersi che l'uomo, che è simile a un de i vasi predetti, non gli ritiene, istizzata seco medesima, cerca di trasferire le sue impietà altrove.
GUARDABASSO. Da profeta!
LISEO. Mi sento diventare un altro.
GUARDABASSO. Oltra valent'uomo.
LISEO. Faccio un cor nuovo.
IPOCRITO. Se vi attenete a i miei ricordi, impegnarò il merito di venti miei digiuni contra uno asperges d'acqua santa, che ogni vostra doglia si convertirà in giuoco et in canto.
LISEO. Non son più quello.
GUARDABASSO. Voi lo dimostrate nel volto.
LISEO. Vado in cimbalis.
IPOCRITO. Andatevene in casa fin ch'io torno a sapere l'operazione che avrà fatto la medicina. Miserere mei secundum...
LISEO. Vi aspetto.
IPOCRITO. Verrò, come ho detto un poco d'uffizio, magnam misericordiam tuam.

 




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