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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO QUARTO
    • Scena IV
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Scena IV

COREBO e PORFIRIA.

COREBO. Né Tranquillo sa, né io so ciò che ci facciamo, dove ce ne andiamo, né come ci stiamo. Egli è guidato da la passione de lo amore, che porta a Tansilla, e da lo sdegno preso con Liseo, et io similmente. Ma che sarà or di me, che penso quel che non vorrei pensare, et ho pensato a ciò che men si pensa? Io penso aldisperarmi, il quale atto è illecito al pensiero, et ho, pensato al morire, il qual non suol da noi pensarsi; appresso ho sempre avuto caro il conservarmi de la memoria, per esserci riposto dentro il nome di colei, che mi fa ora bramare di perderla, perocché se io non me ne ricordassi, non sentirei dolore.
PORFIRIA. Io vo' lasciar fama de l'amor ch'io porto a Corebo, e de la fede che osservo a Prelio.
COREBO. E per più strazio il mio penare sarà eterno, da che la morte non viene dove non è la vita.
PORFIRIA. Chi avria mai creduto che la sventura di me fosse grande come il mio amore?
COREBO. Non l'odo io?
PORFIRIA. O Corebo?
COREBO. O Porfiria, formata da la natura per admirazion dei mondo!
PORFIRIA. Oimè!
COREBO. I sospiri, che vi escono del petto come nunzi del malcontento animo mi vietano lo stupore, ch'io dovrei prender nel vedermisi presente: cosa tanto degna de la vostra bontà, quanto nuova al mio demerito.
PORFIRIA. Io mi dorrò più, se voi cominciate a dolervi del mio dolore, che non farò, perché mi dolga nel modo, che nel suo essere egli mi duole.
COREBO. Non sono io stato presago?
PORFIRIA. Tosto che il nimico de la mia salute mi salutò, il core, che in quel punto vi ritolsi, solo per adoperarlo in ministro de la bocca, che debbe castigar lo errore, ch'io feci nel chiedere a Prelio ciò che gli chiesi, o nel promettergli ciò che gli promessi.
COREBO. Che vuole inferire: io ve 'l tolsi per adoperarlo in ministro de la bocca?
PORFIRIA. Rincrescemi più che la morte, che voi aviate a udire il come io mi son proposta al fine ch'io merito.
COREBO. Deh, Dio!
PORFIRIA. Determino che una crudeltà dovuta punisca quella pietade illicita, la quale compunta da i lamenti altrui mi costrinse a chiedere et a promettere la causa del mio morire.
COREBO. Oh Dio!
PORFIRIA. Ben vorrei poter non volere cosa che vorreste ch'io non volessi.
COREBO. Ahimè!
PORFIRIA. Pure mi è più dolce la pena ch'io ho conchiusa a la mia colpa, che a voi non sarà amaro il mio mandare ad effettodura elezione.
COREBO. Sorte infelice!
PORFIRIA. Avvenga ch'io non mi accosti alla gloria, né al grado di cotante donne, che si condussero amando a lo sterminio, che mi conduco io certo, che di volontà e di fortezza non gli sono niente inferiore; onde né lui amante debbo lasciare schernito, né voi consorte contento.
COREBO. Adunque voi tenete che la vostra morte sia di mia contentezza?
PORFIRIA. Io dico ciò, perché il fine che diè togliervi d'in su gli occhi la moglie violata, vi porrà innanzi una laude sempiterna.
COREBO. Potreste dir cosi, se dove non è la voglia fussi il peccato.
PORFIRIA. Il parere è un mezzo essere.
COREBO. È miglior la castità del core che la continenzia del corpo.
PORFIRIA. Egli è bene il vero.
COREBO. S'egli è, mettasi in esecuzione.
PORFIRIA. Non si può, perocché è somma iscelleratezza questa di coloro che mancano all'uomo de le promesse fattegli in presenzia di Dio, chiamato da essi in testimonio di ciò.
COREBO. Sia la punizione in colui, per rispetto del quale vi credete errare; e caschi la sentenzia, che voi stessa date a voi medesima, sopra di me, che son quello.
PORFIRIA. Ciò che si dice in parole dee osservarsi con l'opere, e quel che si lega col Sacramento, sciolgasi o con l'osservarlo o con la sepoltura.
COREBO. Quanto, quanto diletto, che ho già preso ne lo avere in isposa una così elegante fanciulla!
PORFIRIA. I miei studi non mi giovano ad altro, che al sapere meglio morire, che non ho saputo vivere. E perché io conosco che la ignoranza apprezza la vita, e la prudenza spregia la morte, con fronte sicura, con animo intrepido e con mano pronta, per fausto del fasto de le stelle e de i fati che me lo porgono, berrò questo veleno.
COREBO. Non farete.
PORFIRIA. Bisogna ubbidire ai cieli.
COREBO. O che nel bere a sì fatto vetro ci lascerete dentro la mia parte della morte, o che non ci bevendo, vi piacerà ch'io partecipi con voi de la vita.
PORFIRIA, Or sazinsi le perversità de i miei influssi.
COREBO. Ritenete le parole fin che io lo inghiottisco.
PORFIRIA. Oimè!
COREBO. Da che io ne lo amar voi morta era isforzato a odiare me vivo, ho voluto torre di mano ai martìri il trastullo de i miei cordogli.
PORFIRIA. Se voi non patiste, io non patirei.
COREBO. Una sola cosa mi è paruto aspra ne i nostri accidenti.
PORFIRIA. Quale?
COREBO. L'aver io ottenuto con violenza d'esser con voi morto, come ci sono stato vivo.
PORFIRIA. Ahi, Corebo?
COREBO. Ecco che pure vi sarò compagno ne gli orrori de le perpetue tenebre, e facendovi lume col mio fuoco, ecco che pur vi farò scorta ne gli spaventi de l'orribile viaggio et ecco che pur vi renderò secura per i tremendi luoghi del centro. Ma se si trova alcun Dio, che risguardi i casi dei legali amanti, supplico la pietà sua, che consegni le nostre ombre in lato, che il conversare insieme gli sia continuo.
PORFIRIA. Egli è, Corebo, giunto il tempo che non ha tempo da spettar tempo, e però io, donna oscura, voglio ire a porre in esempio de gli uomini illustri l'atto di quella fede, che in sì breve spazio di vivere debbo osservare a Prelio. In tanto queste braccia che non han potuto incatenare et istringere i vostri fianchi et il vostro petto, fanno ora segno con il cingervi le spalle et il collo, del piacere che ci dovevano apportare i nodi de i loro amplessi nel congiungimento del matrimonio, dirò santo, poi che i suoi diletti sono un affetto d'intenzione casta.
COREBO. O mia Porfiria! Porfiria mia!
PORFIRIA. Da che noi non ci siamo fatte l'esequie col pianto, né aviamo onorate le nostre morti con le lagrime, usiamo ancora la estrema virtù de la fortitudine, acciò che per suo mezzo io riceva il dono de l'ultima licenzia da voi, e voi da me la cortesia de la dirieta partita.
COREBO. In quanto a me, io ve la do con patto, che il vostro spirito, che, morendo voi, non mora, faccia motto al mio che, passando io, lo aspetterà.
PORFIRIA. Cotesto dee seguire, perocché la mia anima resta nel vostro petto per venirsene insieme con lei, finché io me ne vo a compire l'opra de le mie mortali fatiche.
COREBO. Andate.




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