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Scena XI
TANFURO, che va con LISEO, credendolo
Brizio, e GUARDABASSO che va con BRIZIO, stimandolo Liseo.
TANFURO. Il sentir cantar mille cose in banca dal Zoppino ha colpa del mio esser stato troppo a venire?
LISEO. Va', scusatene con il tuo padrone.
GUARDABASSO. La mia Mucciaccia è a le perdonanze.
BRIZIO. Che vuoi ch'io ne faccia, se ella ci è ita?
GUARDABASSO. Ritiriamoci in casa passo passo.
BRIZIO. Va', bei di nuovo, acciocché una imbriacaggine
cacci l'altra.
TANFURO. Ti vo' dire un segreto.
LISEO. Ah ah ah!
GUARDABASSO. Voi vi sete pentito circa il fatto de lo
spensierato.
BRIZIO. Uomo da bene, voi vedete come il vero et il falso ci rimescola insieme,
e però giudichino i nostri servidori chi noi siamo, perché è una mala usanza
questa dello scambiare altrui in altri et altri in altrui.
LISEO. Io vi do licenzia, quando vi piaccia, che disponiate voi stesso con la
mia volontà, facendovi beffe d'ogni cosa con la fantasia che me ne faccio io.
BRIZIO. Io non vorrei a pena esser me, or pensisi s'io volessi diventar voi. Ma ciò che faccio, è per non parere un sogno.
LISEO. Addio.
TANFURO e GUARDABASSO. Padrone?
BRIZIO. A chi dico?
GUARDABASSO e TANFURO. Signore?
LISEO. Se tu vuoi esser seco, sta bene; se meco, bene
sta.
TANFURO e GUARDABASSO. Vostro pure.
BRIZIO. Che tu mi dileggi, Tanfuro?
TANFURO. Come così?
LISEO. Restati con lui, Guardabasso, avvenga che teco
e senza te sono quel proprio, che mi ritrovo con te, e non con teco.
GUARDABASSO. Il parermi che voi non foste voi, e che egli non fosse egli, mi ha
tirato or di qua et or di là.
LISEO. Non ti avvedi tu de la fortuna, che tenta di contraffarmi in uno altro,
perché io ne tremi?
GUARDABASSO. Il compar là se ne resta tutto spennacchiato.
LISEO. Nettiamo il paese per di quinci.
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