|
Scena II
PORFIRIA alla finestra, TRANQUILLO e COREBO ne la via.
PORFIRIA. Mia madre non apparisce, onde Tansilla che aspetta
le sue perle e la sua catena ne piange di stizza.
TRANQUILLO. Dio ti contenti, cognatina dolce.
PORFIRIA. Se non ch'io sono più che certa de l'amore,
o Corebo, che voi mi portate, crederei che mi fuste nimico, in modo perdete la
favella ed il colore vedendomi.
COREBO. Il tremare è sì proprio de la paura, che alcun non se ne dovria
stupire.
PORFIRIA. Voi solo tra quanti son perversati dal dubbio non avete da dubitare.
COREBO. Se la fortuna abitasse ne la volontà vostra, saria così, ma dimorando
altrove, temo che non sia altrimenti.
PORFIRIA. Quando il Cielo si disponesse incontra del voler ch'io vi tengo, mi
esporrei a far cosa che daria che dire al mondo in perpetuo.
COREBO. Voi, servate il decoro che si conviene a la grandezza del vostro animo,
onde respiro col fiato de le parole che vi sono uscite di bocca.
PORFIRIA. Cor mio, state lieto, però che se tre ore dopo lo imbrunir de la sera
non rivien colui, che per amarmi peregrina per l'universo, vi prometto di
consolarvi subito. Ma o Dio, non piangete.
TRANQUILLO. Egli che tiene a vile il pagarvi cotanta offerta con le parole, ne lo spargere di tante lagrime fa segno come, tacendo, ve
ne riferisce grazie con la lingua de l'anima.
COREBO. Tu mi sei ne la mente.
PORFIRIA. Son chiamata.
TRANQUILLO. Addio.
COREBO. Tosto che ella si è tirata dentro, il timore
solito mi ha rappresentata la mia speranza ne la fantasia simile a la luce, che
fa la candela che sta per ispegnersi.
TRANQUILLO. Eccoci ritornati a i pronostici.
COREBO. Sarà bene che tu vada a le tue faccende, et io a le mie.
TRANQUILLO. Ci rivedremo.
|