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Scena XI
ZEFIRO, TROCCIO e IPOCRITO.
ZEFIRO. Senza forse son per venire al fin bramato, poi che
l'amore è reciproco, ma mi tengo a villania di non remunerare affezion sì fatta
con l'atto del matrimonio.
TROCCIO. E perché no?
ZEFIRO. Io non ho da contentare se non me stesso.
TROCCIO. È certo.
ZEFIRO. Accompagnandomi con una, che mi ami come io
l'amo, meneremo una vita non men dolce che santa. Onde Ipocrito, che per non
deviare da le sue tristizie, se ne è venuto a me per
ordinare una opera di lascivia, ritornarà a lei, conchiudendone una di onestade
e perché se gli presti fede, le scrivo questa polizza di credenza.
TROCCIO. Fate bene.
ZEFIRO. Ma eccolo, per Dio.
IPOCRITO. Mantengavi la carità.
ZEFIRO. Così sia.
IPOCRITO. Puossi parlare sicuro?
ZEFIRO. Io mi son resoluto a fare un passo, che vorrei, parlandone, che ci
fusse presente tutto il mondo, non che un servitore.
IPOCRITO. La carità de le mie astinenzie.
TROCCIO. Più ancora.
IPOCRITO. Dove è carità, è ispirazione.
ZEFIRO. Voi avete a sapere che la semplicità de la benivolenza che in su la
lettera mi ha dimostrato la giovane, ch'io amo smisuratamente, mi dispone a
richiederla in mogliera per vostro mezzo.
IPOCRITO. Io che penetrava per via de la carità nel core vostro e suo, presi la
scrittura ch'ella mi diede, acciò ne riuscisse quel che ne riesce, che s'io
l'avessi inteso altrimenti (perdonatemi voi) la discopriva al padre,
acciocché... madesì.
TROCCIO. Bella cosa è lo avere a fare co i profeti.
ZEFIRO. Datele questi due versi per una cerimonia; non che bisogni che ella vi
creda, bontà loro.
IPOCRITO. La carità, con la qual negozio, ci si interporrà in modo, che il
padre, quale ha preso consiglio meco sopra tal fatto, sarà contento.
ZEFIRO. Acceleratemi la risposta, perché sapete bene che lo indugiare consuma
le aspettazioni.
IPOCRITO. Andate pure.
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