|
Scena XVIII
PORFIRIA e PRELIO.
PORFIRIA. Chi è?
PRELIO. Un peregrino.
PORFIRIA. Che vorreste?
PRELIO. Rompere il digiuno con la vivanda della vostra
pietade.
PORFIRIA. Aspettate.
PRELIO. Come è possibile che io, che non mi son
mai cambiato di colore negli incontri di tanti mostri, mi sia così perduto
d'animo nel venire giù di costei?
PORFIRIA. Acciò che Iddio fornisca il mio desiderio,
vi do questi denari.
PRELIO. Se non mi gli date per altro, ve gli rendo.
PORFIRIA. Vi spiace ch'io preghi che esso me gli fornisca?
PRELIO. No.
PORFIRIA. Perché dunque?
PRELIO. Perché la sua clemenzia ve gli ha forniti per
mio mezzo.
PORFIRIA. Vorrei sapere come, per soddisfarvene con la memoria d'una continua
obbligazione.
PRELIO. Lo saprete tosto ch'io vi abbia detto il caso di colui, del quale vi
porto le polveri.
PORFIRIA. Che cosa?
PRELIO. Sotto questo drappo è una urnetta, che riserva
le consunte ossa di Prelio.
PORFIRIA. Che? egli è morto?
PRELIO. Il meschino condottosi là dove la Fenice aveva preparato la pira de i
rami consacrati da la natura a lo effetto del suo
rinovarsi, accostossegli, e accostandosegli, per esser tutto fuoco gli accese,
et accendendogli, le proprie fiamme aumentate da sì fatta esca se gli
aumentarono con sì veemente incendio, che d'uomo vivo fu converso in cenere
morta; e perché ardendo impetrò da quel nume, per cagion del quale ardeva, che
le reliquie di lui vi si portassero dinanzi, come io per miracolo di chi lo può
fare ve le porto, e portandovele, ecco che vi discopro, non le polveri, ma
oltra le penne d'oro e di porpora de l'uccello predetto, la vita e la presenzia
di Prelio.
PORFIRIA. Tu sei esso?
PRELIO. Sono.
PORFIRIA. E queste quelle?
PRELIO. Così è, ma perchè ismarrirsi?
PORFIRIA. Ahi me misera!
PRELIO. Vi duol che sia vivo, eh?
PORFIRIA. Non già.
PRELIO. E che?
PORFIRIA. Ch'io non son morta.
PRELIO. O passi indarno, o fatighe inutili!
PORFIRIA. Non ti contristare, ché verrò tosto a te,
perché io stimo più il mancare di fede che di vita. Sento romore in casa, lo
sento grande, sì che vattene ed aspettami.
PRELIO. Dubito che lo esito del mio sperare, et il fine del mio merito non si
riduca in qualche atto tragico, né debbo credere
altrimenti, poi che la sua vera perturbazione è apparita nel mio vivere, e non
nel farle credere ch'io fossi estinto.
|