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Pietro Aretino
Lo Ipocrito

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  • ATTO TERZO
    • Scena XV
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Scena XV

TRANQUILLO e COREBO.

TRANQUILLO. Oprestanzia de la mente di Corebo, perché non sei tu stata in custodia del mio animo; e perché il timore, nel quale tenevi lui, non ha sumministrato me?
COREBO. Non so chi si lamenta.
TRANQUILLO. Ma egli era tenuto a sospettare la giunta del suo rivale, perocché amore è una spezie di milizia, e le sue azioni infiammano a la valorosità, onde fortificano la ignavia et accendono la inerzia; conciosiaché le cose ardue gli son facili, e le tremende piacevoli.
COREBO. Una gran tirata di parole.
TRANQUILLO. Dico, che egli temeva con senno, et io mi assicurava per istoltizia. Ma è possibile, che uno, che era perduto fin ne la memoria de i suoi, si sia a mio mal grado trovato?.
COREBO. O Tranquillo?
TRANQUILLO. Se vuoi, ch'io ti risponda, chiamami tempestoso.
COREBO. Dove è la certezza, con cui dovevi risolver il mio dubbio ed il tuo?
TRANQUILLO. Il mio giorno ha visto la sua sera al far de l'alba.
COREBO. Noi siamo due compresi da uguali tenebre.
TRANQUILLO. È tornato l'avversario di me, che riduco la speranza del non morire ne la morte.
COREBO. Io non t'imito nel dolore che ti mosse a così dire, perché tutto quel che tu patisci ora, ho patito sempre.
TRANQUILLO. E forse che non ho visto Artico, forse che non gli ho favellato?
COREBO. Io non ho già conferito parola con Prelio, ancora ch'io l'abbia udito e veduto.
TRANQUILLO. Adunque il caso -che tu stesso hai saputo pronosticarti, è avvenuto?
COREBO. Oimè!
TRANQUILLO. Direi: armianci et andiamo a uccidere i nimici nostri, ma sarìa indarno.
COREBO. Perché?
TRANQUILLO. Perché la fortuna ostinata a farci partire, non ci lasciarebbe far colpo.
COREBO. Essendo così nel fato, bisogna che sia anco in noi. Ma chi ci vieterà il rivolger del ferro nel proprio sangue?
TRANQUILLO. Le stelle, dico, le quali ci destinano per sustanzia di una strana passione.
COREBO. Sfoghinsi dunque.
TRANQUILLO. Diffinizione tanto vera, quanto nuova fu quella di colui, che nel sentire il fine, non dico di Ambrogio in Roma e di Carlo in Mantova, ma d'Imbraim in Costantinopoli e di Cromvello in Inghilterra disse, la sorte non essere altro, che umori de i pianeti e capriccio de i Cieli, et il mondo isciagurato il pallone de le lor bagattelle.
COREBO. Non si diffinì mai sì chiaramente.
TRANQUILLO. Ma che sarà di noi?
COREBO. Quel non nulla, in cui il dolore, per non istimarci niente, ci convertirà senza convertirci.
TRANQUILLO. Andiamo a vedere di abboccarci con Liseo.
COREBO. Vengo.




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