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Scena III
TANFURO e IPOCRITO.
TANFURO. Basta ch'io scontri un de
i tanti, che hanno colto in cambio il mio, padrone da colui che lo somiglia.
IPOCRITO. È umanità de lo affetto umano la carità.
TANFURO. Ecco appunto colui, che gli gracchiò intorno non so che di mogli.
IPOCRITO. Però non vo' mancare a Tranquillo.
TANFURO. Padre, ricordivi come dianzi nel credervi, che il mio Messere fusse il
vostro amico, gli ragionaste de i maritaggi?
IPOCRITO. Perché me ne dimandi tu?
TANFURO. Per bene.
IPOCRITO. Segui.
TANFURO. Sappiate che son fratelli.
IPOCRITO. Tu dici certissimamente il vero.
TANFURO. Fu tolto di braccio a la balia.
IPOCRITO. Non ti distendere in parole, ch'io sono instrutto de la cosa: so che
nacquero al tempo della guerra, e tutti due una botta.
TANFURO. Sendo così, dovrebbono saper di vino.
IPOCRITO. Che, tu intendi botta per botte?
TANFURO. Monsignor sì.
IPOCRITO. In un tratto, vuol dire la carità mia.
TANFURO. Un soldato lo allevò per figlio.
IPOCRITO. Questo mi è ben nuovo.
TANFURO. Il quale gli lasciò da vivere da cavaliere.
IPOCRITO. Qui ti voglio.
TANFURO. O che brave possessioni!
IPOCRITO. Mantienmela, perocché la carità senza roba è un tizzone verde e
spento.
TANFURO. Qualche centinaio in contanti.
IPOCRITO. Sia egli benedetto!
TANFURO. Ha nome Messer Brizio.
IPOCRITO. Non accade segnale, dove parlano i contanti.
TANFURO. Per tale risponde, e per tal s'intende.
IPOCRITO. Tronca gli indizi, e va' per lui che voglio esser io quello che gli
affronti insieme.
TANFURO. Vado.
IPOCRITO. Liseo non aveva paura de la tornata di costui, perché egli tornasse,
ma per la bestialità de la partigione: avvenga che il fare a metà d'una cosa intera è desperazione potissima, come anco è di
consolazione unica lo accumulare due facultà grosse in un soggetto istesso;
andrommene da Liseo, che ciò dicendogli, la filosofia, di cui l'ho imbriacato,
gli potrebbe uscire de la testa.
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