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TESTO DELL'UDIENZA
Noi continuiamo
il nostro presente cammino sugli umili, ma salutari sentieri del nostro
catechismo, della nostra dottrina comunitaria cattolica.
Docili alla
spiritualità propria della quaresima e al clamoroso invito dell’Anno Santo, noi
dobbiamo e dovremo ancora soffermare la nostra attenzione sull’atto e sul
momento preciso della nostra conversione, cioè sul sacramento della penitenza,
che comunemente chiamiamo confessione.
Tutti conosciamo
di che cosa si tratta; e noi non ripeteremo qui la lezione su tale tema. Ma
esso è così importante e così controverso,che pensiamo non superfluo richiamare
alcuni aspetti di tale tema. Innanzi tutto: noi abbiamo già detto una parola su
la parte divina, trascendente, soprannaturale di tale sacramento, veramente
prodigioso, come quello che ridà la grazia, cioè risuscita la vita divina, ch’è
quella che più conta, nelle anime; bisogna ora ricordare che questo intervento
salvifico della misericordia trionfante di Dio esige alcune condizioni da parte
di chi la riceve; e tutti conosciamo quali. Non è automatica, non è magica la
causalità sacramentale della penitenza: essa è un incontro che suppone una
disponibilità, una recettività, una predisposizione, una certa condizionante
collaborazione umana.
E questa è
l’oggetto delle difficoltà, che il dono di grazia, offertoci dal sacramento
della penitenza, incontra da parte dell’uomo. Qui si potrebbe svolgere un
trattato di psicologia morale e religiosa. Noi ora semplifichiamo l’immensa
analisi, a cui il tema si presta, per accennare ai due punti nodali di questo
capitolo della disciplina cattolica penitenziale. Il primo ha un suo nome
difficile e doloroso, che si chiama contrizione. Stiamo col Concilio di Trento,
il quale ha tanto studiato questa parte della nostra dottrina; ne troviamo la
formula essenziale ripetuta nei nostri catechismi. « La contrizione, dice il
Tridentino, la quale tiene il primo posto negli atti del penitente, è un dolore
dell’animo, e una riprovazione del peccato commesso, col proposito di non
peccare più » (DENZ-SCHÖN. 1676). Dolore dell’animo: non è cosa facile, non è
cosa piacevole. Deriva da una coscienza, alla quale, di solito, l’uomo cerca di
sottrarsi, la coscienza del peccato, la quale suppone la fede nel rapporto che
intercede fra la nostra vita e l’inviolabile e vigilante legge di Dio. Oggi è
invalso un costume secolarizzante, talvolta più che pagano, il quale cauterizza
la coscienza morale, dopo aver spenta la coscienza religiosa; il peccato,
questa immensa misteriosa ripercussione in Dio dell’azione umana disordinata,
non ha più consistenza, non ha più peso. L’attività umana, nelle sue ragioni
più alte, non ha più per riferimento né la legge, né la bontà di Dio; ma
piuttosto altri termini di confronto: l’utilità, l’interesse, il piacere, il
successo, l’autonomia assoluta della volontà, o della passione, o del capriccio
soggettivo. La contrizione, cioè il dispiacere per l’offesa rivolta a Dio, non
ha più possibilità di esprimersi nella cella centrale e profonda, ch’è il «
cuore » dell’uomo, ermeticamente chiusa dai gelosi sigilli della laicità
radicale.
Il pericolo, il
danno, il castigo di questa anchilosi morale non staremo noi a descriverli. Chi
ha l’occhio semplice, o l’occhio clinico sui fenomeni deteriori della vita
moderna, li scorge da sé. Noi diremo piuttosto della efficacia rianimatrice
della contrizione per se stessa, quando sia motivata dalla offesa alla bontà di
Dio, da un lato, e dalla deformità della malizia del peccato, dall’altro,
quando cioè, come dicono i maestri, il dolore del fallo commesso sia « perfetto
»: la contrizione così concepita è già di per se stessa causa del perdono di
Dio, quando sia accompagnata dal proposito di ricorrere alla virtù del
sacramento della penitenza, se appena possibile (Cfr. S. THOMAE, Suppl.,
5, 1.).
In una lettera
d’un Religioso ci è stato suggerito di richiamare l’attenzione del nostro
uditorio su questa provvidenziale maniera di ottenere la misericordia del
Signore per chi si trovasse in punto di morte, senza avere presente il soccorso
del ministero sacramentale (Cfr. DENZ-SCHÖN. 1677). È importante saperlo.
L’altro punto
nodale di questa materia è la confessione, cioè l’accusa che l’uomo, desideroso
del perdono di Dio, fa di se stesso, delle proprie colpe, e per disteso nelle
loro qualificazioni morali, ad un ministro autorizzato ad ascoltare il
penitente e ad assolverlo. Tremenda cosa, tremenda penitenza; così pare. E così
è per chi non ha fatto l’esperienza dell’umiltà, che ritrova la verità e la
giustizia parlanti dentro di lui, e l’esperienza liberatrice, consolatrice
dell’assoluzione sacramentale. Forse i momenti d’una confessione sincera sono
fra i più dolci, i più confortanti, i più decisivi della vita. Comunque sia,
noi siamo qui ad un punto obbligato dello svolgimento della nostra salvezza:
possiamo attribuirvi la celebre frase di S. Agostino: Qui fecit te
sine te, non salvabit te sine te (S. AUGUSTINI Serm. 169, XI; PL 38,
923).
Anche questo
momento della nostra vita cristiana dev’essere considerato con umiltà infantile
e con virile coraggio.
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