1.
Il mistero della Trinità
Per procedere nella
mia riflessione, debbo necessariamente fare un accenno
al mistero della Trinità. Non ho la competenza teologica per trattare della
Trinità. Posso solo adorare e contemplare questo mistero, che mi affascina sempre (oso dire “mi abbaglia” come una grande luce), non solo, ma mi inquieta perché mi rende
consapevole sempre di più della mia grandezza di persona
umana donna creata ad immagine e somiglianza di Dio (donna consacrata
all’Amore, Figlio della bella Bellissima) e delle responsabilità che ne
derivano…
Mi limito a fare una
breve riflessione al riguardo, mediandola dalla lettera pastorale che il
Cardinal Danneels ha scritto alla sua diocesi in occasione della Pasqua 2000.
Sua Eminenza
presenta meravigliosamente la Trinità
come modello di comunione alla luce dell’icona della
Trinità di Rublev.
«In tre sono intorno alla tavola perché questa esperienza è la matrice di ogni convivialità:
la crea e la facilita. Quando si osserva bene l’icona,
ci si rende conto che i tre non stanno di fronte, sono come allineati. Agiscono
insieme e allo stesso tempo lo scambio reciproco dello sguardo è impregnato di
discrezione e di riservatezza. Regna tra i tre un profondo rispetto. Nessuno sembra
voler essere il primo, neppure l’ultimo. Non vi sono distanze, ma neppure si
confondono. Sembrano dirsi mutuamente: "Per me, puoi essere ciò che sei,
ti rispetto in ciò che ti è proprio. Puoi diventare ciò che sei.
Una vera comunione secondo il
modello trinitario non è né fusione né confusione. L’autentico amore rafforza
l’altro nella sua alterità, in ciò che gli è proprio
e ne gode. Ma l’icona dimostra un’altra cosa. I tre si
guardano con grande umiltà. La vera comunione è
ascolto intenso dell’altro, obbedienza reciproca. Esiste nella Trinità una
fecondità interna che implica l’apertura continua. L’icona è anche aperta, c’è
ancora posto al tavolo, come se qualcuno debba
arrivare…Ogni comunione è aperta e ospitale; c’è sempre
posto per gli altri.
Infine, intorno alla tavola dove sono seduti
i tre, si trova un piatto centrale. Infatti, ogni
comunione si alimenta ad una comunità riunita intorno alla tavola. E’ vero in
tutti gli ambiti: nella famiglia al momento dei pasti; nella chiesa radunata
per l’Eucaristia, nelle comunità religiose, negli alberghi, nella società, c’è sempre
il momento della condivisione del pane. Gesù non ha
trovato un’immagine della comunità più perfetta di quella del
banchetto escatologico».
Il modello trinitario è l’icona di ogni vita
in comunità, di ogni realtà che vuole strutturarsi come comunità, in quanto
ogni comunione di persone è strutturata ad immagine della Trinità, cioè una
nella diversità.
Ha scritto Mons. Tonino Bello, rivolgendosi
alle Suore Alcantarine in occasione di un loro
Capitolo Generale: “Quando diciamo
insieme, non lo facciamo perché se stiamo insieme le cose vanno meglio, nel
senso che se ci mettiamo
tutti insieme si realizza di più. Questa sarebbe mentalità aziendale: gli
operatori del marketing mettono insieme gli operai; i sindacati
dicono ‘state uniti’; i tifosi, gli sportivi si
sistemano tutti insieme nella stessa curva dello
stadio per gridare più forte.
No, se noi diciamo insieme, non
è per poter rendere di più, ma perché dobbiamo essere icona della SS. Trinità.
Dobbiamo riprodurre nella nostra vita, nelle nostre comunità, la vita che si fa
in cielo… Siamo icona periferica della Trinità…”
Il Papa, sempre nella NMI,
mentre ci invita a penetrare il mistero della Trinità,
come ho già sottolineato, ci lancia una sfida e ci invita ad accoglierla se
vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese
profonde del mondo: «Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione». E
noi potremmo anche parafrasare questa affermazione
dicendo: “Fare di ogni nostra comunità, di ogni nostra Congregazione, la casa e
la scuola della comunione”.
La Chiesa è la scuola
dove c’è Gesù come pedagogo, come maestro; dove il
maestro sta con i suoi discepoli e dove, quindi, tutto diventa un
apprendimento, un “essere attirati”, presi, non soltanto dalle parole del
Maestro, ma, prima ancora, dal rapporto con Lui. E
qual è questa pedagogia del Divino Maestro? Quella della comunione.
Al riguardo desidero comunicarvi quanto padre Jesús
Castellano, commentando questo brano in un giorno di ritiro alle suore dell’Auxilium, ha detto. “Quando una persona si trasferisce da
un paese all’altro porta con sé i costumi della
propria cultura (pensiamo al problema della multiculturalità nei nostri
Istituti) e la cultura di Gesù è la cultura
Trinitaria, una cultura di comunione. Entrando in questo mondo, Gesù apre la casa della comunione e raccogliendo intorno a
sé i discepoli fa scuola di comunione. La figura della casa indica la
familiarità, l’intimità, la reciprocità, e quella della scuola indica
l’apprendimento, l’attività, lo scambio, il ricevere e il donare, il
condividere
Noi che siamo qui, con tanti nostri fratelli e
sorelle, abbiamo la grazia e l’onore di vivere in questa Chiesa, in questa
casa, alla scuola di un tanto Maestro (del Maestro!) e di apprendere a fare anche delle nostre comunità e
Congregazioni questa casa e questa scuola.
A questo proposito vorrei fare una prima breve riflessione sulla
multiculturalità che caratterizza tanti nostri Istituti e tante nostre
comunità.
Una spiritualità di comunione
comporta la capacità di apprezzare il diverso come “risorsa” e di accoglierlo
come “dono” per me, oltre che per il fratello e la sorella che l’ha ricevuto. I
valori etici, religiosi, culturali e sociali che costituiscono il patrimonio di altre culture, il dono di tanti fratelli e sorelle che
vengono da lontano (il primo grande dono che ci viene da “lontano” è Giovanni
Paolo II !) ci rivelano nuovi e arricchenti modi di vivere la contemplazione,
la comunione, la vita fraterna, la pratica dei consigli evangelici, la
condivisione, l’ospitalità, i rapporti, il rispetto per la natura.
Dobbiamo imparare a sostare con
l’intelligenza e con il cuore sulle ricchezze che ci vengono dalla compresenza di persone e realtà differenti, che
costituiscono uno degli splendidi doni che Dio fa alle nostre Congregazioni
(pur non potendo chiudere gli occhi sulla fatica che esse comportano!)
Pensiamo, per esempio, ai consacrati/e dell’America Latina: ci
fanno dono dell’impegno operativo per la giustizia e dell’opzione preferenziale
per i poveri, che nelle loro chiese di provenienza è diventato stile di vita semplice con un inserimento e una spiritualità
conseguenti; pensiamo ai consacrati/e dell’Asia che ci fanno dono della
dimensione contemplativa, che hanno particolarmente sviluppato, dando grande
spazio a molteplici forme di preghiera; ai consacrati/e dell’Africa che ci
fanno riscoprire i legami di appartenenza solidale alla grande famiglia umana e
il gusto della condivisione; ai consacrati/e dell’Est Europa che ci stimolano a
riscoprire ciò che è essenziale nella vita consacrata e a fondarla maggiormente
sull’interiorità.
L’espressione “molte culture più risorse”, che si sente molte
volte ripetere, non può essere solo uno slogan di moda, è un’autentica
benedizione, ma a condizione che ci porti a ridefinire, approfondire, vivere il
carisma a partire dalla multiculturalità… Il Regno di Dio non ha confini! Una
Congregazione, una comunità formata da persone di culture, razze, gruppi
etnici, età, formazione differenti, è una testimonianza eloquente della potenza
del Vangelo che può trasformare la nostra fragile umanità e rendere possibile
ciò che umanamente è molto difficile.
Da qui allora il compito di chi è costituito
in autorità perché con la forza di Dio si possa realizzare l’unità nella
diversità (concetto espresso in tutte le Costituzioni) attraverso la ricerca
appassionata e continua della comunione (la prima missione di una
comunità!), il rispetto delle differenze (pensiamo ai sei giorni della
creazione… Dio vide che quanto aveva fatto era cosa molto buona); la
valorizzazione della stima reciproca (chi anima deve avere lo sguardo buono
– ha scritto Rino Cozza in un articolo pubblicato recentemente su Testimoni
-: né occhi miopi che dimostrano rassegnazione di fronte a ciò che
capita; né occhi presbiti incapaci di leggere il giornale della storia,
ma occhi buoni “per discernere il disegno di Dio”… Da qui il suo invito allora
a gridare come Bartimeo. “Rabbunì, ch’io riabbia la vista! (Mc
19,51); la capacità di perdonare 70 volte 7 (dobbiamo ricordarci che non
c’è cultura o persona che sia talmente povera da non avere nulla da donare… e
non c’è cultura o persona che sia talmente ricca da non poter ricevere dagli
altri).
Ovviamente, chi anima non può e non deve
chiudere gli occhi sulle difficoltà. Al riguardo Jean
Vanier, nella lettera citata, dice cose concretissime
e interessanti. Mediandole - poiché egli parla della Comunità dell’Arca -
desidero applicarle alle nostre Congregazioni, poiché ci dicono la differente
situazione in cui stanno vivendo alcuni nostri fratelli
e sorelle..
“Quando
si arriva in Congregazione e in comunità si devono fare più passaggi e ognuno
implica una gioia e una pena.
Il primo ci fa passare dalla
nostra famiglia e dal nostro lavoro, o dalla nostra vita di studenti, alla
Congregazione. E’ un passaggio a volte molto difficile, perché prima avevamo il
tempo tutto per noi, sceglievamo i divertimenti, gli
amici, il luogo del lavoro, avevamo un salario adeguato, eravamo figli unici,…
Poi si arriva in comunità.. e le cose cambiano sotto molti punti di vista…
Questo passaggio è difficile,
ma ci sono altri passaggi più difficili… Per esempio di viene data una responsabilità e allora ci si ritrova con
assistenti che non ascoltano, che sono autosufficienti, che hanno difficoltà
con l’autorità e… si preferirebbe essere l’assistente che aggredisce il
superiore piuttosto che il superiore che subisce l’aggressione…
Dopo qualche anno la novità e
l’aspetto positivo delle responsabilità sfumano e non
si vede altro che il loro peso. Non c’è più tempo per se stessi, non c’è più
tempo per pregare, si è stanchi…
Poi viene il passaggio molto
difficile della perdita di responsabilità… Ci viene
chiesto di lasciare tutto e di tornare alla base e questo può toccarci molto
profondamente…
Un altro momento difficile può
essere quello della scoperta dei difetti della comunità..
Ci si ritrova come bambini che scoprono che la mamma e il papà non sono
perfetti…”.
Fin qui Jean Vanier….
Queste situazioni (o altre simili) sono presenti anche nelle nostre realtà. Che cosa fare? Conosco qualcuno – è ancora Jean Vanier che testimonia – che
di ritorno da Calcutta diceva che non sarebbe mai più tornato perché aveva
visto morire delle persone per la strada. Madre Teresa ha detto: “Ho visto
morire delle persone per la strada. Io resto”.
Io resto dovrebbe essere la mia risposta, la nostra
risposta, che ci fa capire la nostra povertà radicale, che ci mette nella
logica di Dio: lo scandalo della croce, la maternità di una vergine, il perdono
dei peccati…70 volte sette…
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