2. Il “fratello mi
appartiene”
Continuando nell’approfondimento della NMI,
troviamo il versetto “Il fratello mi appartiene”.
Il fratello, la
sorella, mi appartengono e io sono responsabile di loro. Ogni fratello e
sorella della vostra e grande e splendida Congregazione o comunità vi appartiene,
sia esso europeo o extraeuropeo, giovane o anziano, buono o birbante, laborioso
o indolente… Nessuno può essere escluso dal nostro amore (si afferma al n. 49
della NMI), dal momento che “con
l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a
ogni uomo”».
Tutto il Magistero
di Giovanni Paolo II ci aiuta a comprendere il mistero della persona umana, via
della Chiesa, e a spenderci perché essa sia sempre e ovunque pienamente valorizzata,
rispettata nella sua dignità. Dobbiamo stimarci e valorizzarci a vicenda,
reciprocamente, stimare e valorizzare tutti, al di là delle
razze e delle lingue, al di là di ogni barriera, perché (come ho già
sottolineato) solo così possiamo costruire comunità, fare comunione. Dobbiamo
essere capaci di superare l’etnocentrismo che
stabilisce una gerarchia tra culture, e rompere la logica dell’uniformità
distinguendo tra ciò che è essenziale e ciò che è caduco. (Dice
l’Ecclesiastico: “Hai trovato un uomo saggio? Fa’ che il tuo piede logori la
sua soglia”).
Tempo fa ho sentito la testimonianza di una giovane, ex
tossicodipendente, che ora vive nella comunità in cui è stata recuperata alla
vita aiutando altri a recuperarsi. Di quanto ha detto, mi hanno impressionato
due affermazioni. “ Che cosa uccide una comunità? Il
giudizio”. Sì, il giudizio dato per rivalità, o individualismo, o
superficialità, o superbia, o mania di concorrenza alimenta il conflitto,
incrina la comunione e la pace.
La seconda affermazione che medio dalla
conversazione di Angela (così si chiama la giovane di cui ho detto) riguarda il
servizio, la pedagogia del servizio che dobbiamo renderci reciprocamente, ma
che connota in modo particolare chi è chiamato ad animare, e che è indispensabile per fare comunione.
Questa pedagogia mi sembra
ben evidenziata nella parabola del Figliol prodigo
raccontata da Gesù.
Conosciamo la parabola (e forse avrete
sentito che l’ho citata altre volte…). Nelle nostre giornate anche noi viviamo
tutte le tappe del servizio espresse in questa
parabola: il figlio minore che serve insofferente, scontento, nella casa del
padre; questo stesso figlio che serve il peccato e poi si umilia a servire un
padrone in un paese straniero. Il fratello maggiore, che
serve per interesse; i servi che uccidono il vitello grasso e portano gli abiti
della festa. E poi il padre (la meravigliosa figura
del padre, che Rembrant ha magnificamente
rappresentato con una mano femminile e una mano maschile), il Padre, che è
veramente servo di questi figli, servo per amore. Per crescere in amore,
per fare del servizio un atto di amore, per alimentare
la comunione, bisogna “diventare il Padre”, ha scritto Henry
Nouwen. Un padre, con un cuore materno e paterno che
testimoni, con quello che è e fa, una grande verità
evangelica: “Tu, fratello/sorella, sei importante per me”.
La pedagogia del servizio è anche la
pedagogia del “prendersi cura” l’uno dell’altro per aiutarci a crescere e far
crescere la comunione (I
care…). Quanti aspetti comporta questo prendersi cura
reciproco! Mi limito a fare degli esempi. (Non è la prima volta che li propongo, e
qualcuno di voi lo sa, ma a me piace rimeditarli,
approfondirli e comunicarli…).
Teresa di Calcutta che si prende cura dei miserabili, dei
moribondi (nelle nostre Congregazioni ci sono coloro che
patiscono malattie lunghe e dolorose… che portano anche alla
disperazione: hanno bisogno di tutto il nostro amore, di tutta la nostra
com-passione); Brigida di Svezia che si prende cura dell’unità e della
pace (quanto c’è bisogno di unità e di pace nelle nostre comunità…Quel grande
profeta dei nostri tempi che è stato il Patriarca Atenagora
ha scritto: “Bisogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l’ho fatta: Per
anni ed anni.E’ stata terribile. Ma,
ora, sono disarmato! Non ho più paura di niente perché l’amore scaccia la paura.Sono disarmato dalla volontà di spuntarla, di
giustificarmi a spese degli altri. Non sono più all’erta, gelosamente
aggrappato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non tengo particolarmente
alle mie idee, ai miei progetti. Se me ne vengono
proposti altri migliori, li accetto volentieri. Perciò
non ho più paura. Quando non si possiede più niente,
non si ha più paura. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” Ma se ci
disarmiamo, se ci spogliamo, se ci apriamo al Dio-uomo
che fa nuove tutte cose, allora è lui a cancellare il passato cattivo e a
restituirci un tempo nuovo dove tutto è possibile); Monica che si prende
cura del grande ribelle Agostino («I giovani europei –
si legge nel Documento finale del Congresso sulle vocazioni al sacerdozio e
alla vita consacrata in Europa – vivono in "][… una] cultura
pluralista e ambivalente, “politeista” e neutra. Da un lato cercano
appassionatamente autenticità, affetto, rapporti personali, grandezza di orizzonti, dall’altro sono fondamentalmente soli,
“feriti” dal benessere, delusi dalle ideologie, confusi dal disorientamento
etico». Domandiamoci: quanto i giovani/le giovani delle nostre Congregazioni e
comunità rispecchiano queste espressioni?); Gianna Beretta
Molla che si prende cura della vita; Teresa di Gesù
Bambino che si prende cura dell’amore; Edith Stein
che si prende cura della verità; Caterina da Siena che si prende cura
dell’autorità…Sono i colori dell’arcobaleno dell’amore, che possono essere
aumentati a dismisura!!! La testimonianza di queste
sante donne ci conferma nella nostra responsabilità per coltivare in noi e
nelle nostre sorelle e fratelli questo atteggiamento del “prendersi cura” che
fa bella la vita di comunità, ci conferma nella certezza che «gli spazi della
comunione vanno coltivati e dilatati giorno per giorno» (n. 45), che oggi in
questo nostro tempo caotico e complesso c’è tanto spazio per la «fantasia della
carità» (n.50),
che non possiamo costruire nulla di nuovo se non siamo animati dalla
passione della carità.
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