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| Vittorio Alfieri Merope IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 2 Perché sfuggirmi? Io gravi cose a dirti... MEROPE. Io niuna udirne da te voglio.... dunque né tempo, né ragion, né modi, né preghi miei, nulla bastar può dunque, a raddolcir l'ira tua acerba? Il fero tuo duol, ch'io tender quasi a fin vedea, dimmi, perché da ben un anno or forza vie più racquista; e te di te nemica cotanto fa? Tu mi abborrisci; e il vuole, più che il mio fallo, il mio destin, pur troppo. - Tel giuro, io volli al tuo consorte il seggio, non mai la vita, torre: ma la foga come affrenar de' vincitor soldati? Ebri di sangue, i miei guerrier fin dentro a questa reggia il perseguian; né trarlo io di lor man vivo potea. Nemico gli fui, ma a dritto. Io pur del nobil sangue degli Eraclidi nato, a lui lo scettro abbandonar non ben potea, soltanto perché l'urna gliel dava. - Ma, di madre, e di consorte il giusto duol non ode ragion, né dritti, ancor che veri. - Io bramo sol di saper, donde il tuo antico sdegno esca novella or tragge. Ognor più forse in raddolcir tua sorte io non m'adopro? Qual si può far d'error guerriero ammenda, ch'io tutto dì teco non faccia? MEROPE. Or, vuoi ch'io grazie a te renda pur anco espresse, del non m'aver tu tolto altro che il regno, e il mio consorte, e i figli?... MEROPE. Ella è menzogna. Oh fosse pur ver così!... Tutto perdei: trafitto io 'l vidi pur quell'innocente... Ahi crudo! godi tu forse il lagrimevol caso udir membrar da me? L'orrenda notte, che i satelliti tuoi scorreano in armi per questa reggia ove tutto era sangue, e grida, e fiamme, e minacciar; col padre i figli tutti, e i più valenti amici, tutti sossopra non andaro a un tempo? Barbaro; e tu, sol per pigliarmi a scherno, il pargoletto mio fanciul, che spento pria col pugnal fu con tanti altri, e preda poscia alle fiamme andonne, in vita salvo da me il dicesti? Oh cor feroce! duolti di non avere i tuoi spietati sguardi pasciuti pur del lagrimoso aspetto del picciol corpo esangue? Assai ben gli altri cogli occhi tuoi vedesti; con l'iniqua tua man palpasti... Ahi scellerato! s'io 'l credo in vita, è che il vorrei. Quel primo bollor, che seco la vittoria tragge, queto era appena, in cor m'increbber molto quegli uccisi fanciulli; ai quali io, privo di consorte e di prole, avrei col tempo, non men che re, potuto anch'esser padre. Ben lo vedi tu stessa; a mia vecchiezza quale ho sostegno omai? Che giova un regno a chi erede non ha?... Pur, poiché il figlio spento tu assèvri, e il credo;... almen ti posso, se il figlio no, render consorte, e trono... MEROPE. Che ascolto! Di chi parli? MEROPE. Oh nuovo, inaspettato, orrido oltraggio! L'insanguinata destra ad orba madre ardisci offrir, tu vil, che orbata l'hai? del tuo signore al talamo lo sguardo innalzar tu, che lo svenasti? Il ferro, quel ferro istesso appresentar mi dei; nol temo, il reca... Ma, crudel, tu stimi maggior supplizio a me il tuo tristo aspetto: quindi ad ogni ora innanzi a me ti veggio; quindi, a mi accrescer doglia, osi spiegarmi POLIFONTE. Sfogo di madre afflitta, ben giusto egli è. Meco il tuo sdegno appieno esala or tu. - Ma, che vuoi dirmi? eterno è in te il dolore? alla ragion più loco non dai? - Dimmi: e non vivi? Or, già tre lustri in pianto vivi, ed in mortale angoscia; - pur la sopporti. Ogni più cara cosa ti è tolta, dici; e nulla al mondo temi, nulla ami, nulla speri: - e in vita resti? Dunque, in dar tregua a' tuoi sospiri, ancora senti che un dì per te risorger nuova letizia può: dunque cacciata in bando non hai per anco ogni speranza. MEROPE. Io?... Nulla... POLIFONTE. Sì, donna, tu: ben fra te stessa pensa; vedrai, che forse il riavere... il... regno, men trista vita a te potria... padre non fosti mai: tutto tiranno tu sei; né vedi altro che regno. I figli, e il mio consorte oltre ogni trono amai;... e abborro te... POLIFONTE. Deh! Merope, mi ascolta. - Sceglier compagna al mio destino io debbo. Queta ogni cosa, omai Messenia tutta mi obbedisce: ma so, che in cor di molti viva memoria è di Cresfonte: il volgo sempre il signor, che più non ha, vorria. Forse anco giusto, mansueto, umano nel breve regno ei si mostrò... non s'infinse ei, com'altri. scendere all'arte forse? e, ciò che mai non crederesti, irti or dicendo, ch'io per te d'amor mi strugga? - Odimi. Spero or col mio dire esserti grato io quanto uom, che a te costa sì gran pianto, il possa. - Cessò il periglio, e le crudeli voglie cessar con esso: ecco il mio stato. Il tuo, è mesta vita, inutil pianto, oscura sorte: gli amici, se pur n'hai, si stanno lungi, o il terror qui muti appien li tiene. Tutto è per te qui forza; a ciò, più ch'altri, mi hai tu costretto: ma d'un sol tuo motto tutto cangiar tu puoi. Parriami oltraggio inutil, crudo, e, s'anco il vuoi, fatale a me, l'offrire ad altra donna il trono di Messene, già tuo. Questa è la sola non vile ammenda, che al fallir mio resti. Finor buon duce infra continue guerre videmi il campo; e dei Messeni il nome, per me, terror suona ai nimici: a grado mi fora or molto alla città mostrarmi ottimo re. Tu dunque ai tempi adatta te stessa omai: ben lo puoi far tu vinta, s'io vincitor nol sdegno. Orribil vita tu in Messene strascini; e mai peggiore trarla non puoi: per te far tutto io posso: tu in guiderdon, se perdonarmi mostri, puoi, tel confesso, or più gradito forse gradito? e chi il potrebbe? Altrui gradito, tu, che a te stesso obbrobrioso sei? Troppo il sai tu, quant'è abborrito il tuo giogo: né gioia, altra che questa, or tempra il mio dolore. - Ov'io me voglia infame scherno, me vil, non che ai Messeni, al mondo, e a me stessa, ch'è peggio, far per sempre; di sposa allor man ti darò. - Se traggi in me argomento di soffribil doglia dal viver mio; d'error trarti ben tosto spero, che poco al mio vivere avanza.
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