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Vittorio Alfieri
Merope

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  • ATTO SECONDO
    • Scena 2
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Scena 2

POLIFONTE. Vieni; ti appressa... Oh! giovinetto assai

            tu se', per uomo di corrucci e sangue.

EGISTO. Pur troppo è ver, contaminato io vengo

            di sangue, e forse, d'innocente sangue:

            mira destino! ed innocente anch'io.

POLIFONTE. Di qual terra se' tu?

EGISTO.                                D'Elide.

POLIFONTE.                                                Il nome?

EGISTO. Egisto.

POLIFONTE.             Il padre?

EGISTO.                     Oscuro, ma non servo.

POLIFONTE. A che venivi?

EGISTO.                     Giovenil talento,

            vaghezza mi spingea.

POLIFONTE.                         Chiaro mi narra,

            e narra il ver, come tu mai giungessi

            a eccesso tanto. Ove a sperar ti avanzi

            più nulla omai, se ingenuo parli, spera.

EGISTO. In altra guisa, io nol saprei: menzogna

            del mio libero stato non è l'arte. -

            Io m'era al vecchio genitor di furto

            sottratto, incauto; e già più mesi attorno

            men giva errando per città diverse,

            quando oggi al fin qui m'avviava. Un calle

            stretto e solingo, che ai pedon dà via

            lungo il Pamìso, con veloci piante

            venìa calcando, impaziente molto

            di porre il piè nella città, che mostra

            mi fea da lungi vaga, e in un pomposa,

            d'alti palagi e di superbe torri.

            Quand'ecco, a me di contro altr'uom venirne,

            più frettoloso assai: son d'uom che fugge

            i passi suoi; giovin l'aspetto; gli atti,

            arroganti, assoluti: ei di lontano

            con man mi accenna, ch'io gli sgombri il passo.

            Angustissimo il loco, ad uno appena

            adito dà: sul fiume alto scoscende

            il mal sentier per una parte; l'altra,

            irta d'ispidi dumi, assai fa schivo

            d'accostarvisi l'uomo. Il modo spiacque

            a me, libero nato, uso soltanto

            d'obbedire alle leggi; e a ceder solo

            ai più vecchi di me: m'inoltro io quindi.

            Ei, con voce terribile; "Ritratti,

            o ch'io..." mi grida. Ardo di sdegno allora:

            "Ritratti tu" gli replico. Già presso

            siam giunti: ei caccia un suo pugnal dal fianco,

            e su me corre: io non avea pugnale,

            ma cor; lo aspetto di piè fermo; ei giunge;

            io sottentro, il ricingo, e in men che il dico,

            l'atterro: invan dibattesi; il conficco

            con mie ginocchia al suol: sua destra afferro

            con ambe mani; ei freme indarno, io salda

            glie la rattengo, immota. Quando ei troppo

            debil si scorge al paragone, a finta

            mercede viene; io 'l credo, il lascio; ei tosto

            a tradimento un colpo, qual qui il vedi,

            mi vibra; i panni squarcia; il colpo striscia:

            lieve è il dolor, ma troppa è l'ira: io cieco,

            di man gli strappo il rio pugnal;... trafitto

            nel sangue ei giace.

POLIFONTE.                         Assai tu se' valente,

            se veritiero sei.

EGISTO.                     Troppo mi dolse,

            sfuggito appena il colpo di man m'era.

            Non uso al sangue, io m'avvilii, temetti;

            che far, non mi sapea: prima il coltello

            lanciai nel fiume; indi pensier mi venne

            pur di lanciarvi il misero; di torre

            ogni indizio così, parvemi; e il feci. -

            Vedi, se avvezzo era a' delitti; ahi folle!

            Così com'era insanguinato, io corsi,

            senza saper dove mi andassi, al ponte.

            Ivi da' tuoi, ch'io non fuggia, fui preso;

            e qui m'han tratto. - Io nulla tacqui; il giuro.

POLIFONTE. Simile assai parmi il tuo dire al vero:

            tu ben mi fai certa pietà; ma il chiede

            giustizia pur, ch'abbi tua pena. Io voglio,

            non a malizia, ascriverti a sventura

            l'aver tu il corpo, semivivo forse,

            sepolto là nei vorticosi gorghi

            di rapid'onda: ma il delitto tuo

            quindi aggravasti, anco tu stesso il vedi:

            che s'uom malvagio era colui, qual dici,

            quali pur troppo attorno van molti altri,

            torbidi figli di civili risse,

            meglio era assai per te. Forse a salvarti

            sol basterebbe or dell'ucciso il nome.

EGISTO. Me misero! s'egli è destin ch'io cada

            vittima qui d'involontario errore,

            che posso io dirti, o re? qual vuoi più pena

            pronto a soffrir son io. Forte m'incresce;

            ma più, se in colpa io mi sentissi. Ignuda

            parla per me la mia sola innocenza:

            avi non vanto, oro non ho; sembiante

            ho di malvagio: e il sono, ah! il son, d'avervi,

            miseri miei genitori cadenti,

            disobbediti, abbandonnati, posti

            in angoscia mortale; anco anzi tempo

            tratti forse a morire. - Ah! s'ei respira

            quel mio buon padre; ei, che null'altro diemmi,

            che i corrotti costumi; ei, ch'altro esemplo

            di onesta vita, e vivo specchio m'era;

            or che dirà in udir, ch'io d'omicida

            supplizio ebbi in Messene? Ah! tal pensiero

            m'è più che morte duro.

POLIFONTE.                                    Odi: convinto

            di sparso sangue, il tuo dar tu dovresti

            immantinente, il sai; ma pur, più mite

            a te mi fa il tuo dir semplice e franco.

            Sospender vo' per or, finch'io più certi,

            sì dell'ucciso, che di te, ritragga

            indizi, e lumi...




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