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| Vittorio Alfieri Merope IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 3 POLIFONTE. Merope?... Che fia? Tu vieni a me? Cagion qual mai?... MEROPE. La nuova, che or ora udii, mi guida. È ver, che ucciso, fu dianzi un uomo, e che nell'onda ei poscia dall'uccisor scagliato? POLIFONTE. È ver, pur troppo: e l'uccisor n'era costui... MEROPE. Che miro?... Questi?... Oh qual strana somiglianza io veggo! POLIFONTE. Se del mio regno la quiete interna mi prema, il sai: pur, se il rimiri o ascolti, quasi innocente il credi. MEROPE. È ver; l'aspetto di malvagio ei non ha: nobil sembianza... ma, oimè! di sangue egli è grondante ancora. EGISTO. Donna, e chi 'l niega? Questo sangue a prima troppo mi danna; ma, se stato io fossi dotto in versarlo, anco in mondarmen dotto stato sarei: poca onda, e fermo viso, nelle tenebre eterne avrian sepolto il fallo mio. Ma, credi, assai più dura pena, che il re non mi apparecchia, io provo nel mio rimorso. Eppur, ch'altro potea? Sol, peregrino, ignoto, armi omicide non io perciò meco arrecava: il ferro, che nel giovin superbo in mia difesa fui sforzato adoprar, di man gliel trassi... Ah! credi; al sangue non son io cresciuto. MEROPE. Era l'ucciso un giovinetto? EGISTO. Ei pari m'era d'età. MEROPE. Che sento?... POLIFONTE. E par, ch'ei fosse non ben dritt'uom, se dice il ver costui. Fuggia correndo per romito calle... EGISTO. Anzi, or sovviemmi, ch'ei da pria celava col pallio il volto in parte... MEROPE. Ei s'ascondeva?... Fuggia?... - Ma tu, col conoscervi? EGISTO. Affatto stranier qui sono; ed ei (l'ho sempre innante) straniero anco mi parve;... anzi, era, al certo; ai panni almen, che d'Elide le fogge mostravan più che di Messene. MEROPE. Oh cielo!... d'Elide?... EGISTO. Sì; pari alle mie; ch'io sono pur d'Elide... MEROPE. Tu sei?... POLIFONTE. Ma, perché tanto bramosa tu, sollecita?... MEROPE. Che parli?... io sollecita?... POLIFONTE. Parmi. - In somma, un vile stranier, cui svena altro straniero oscuro... MEROPE. Chi sa qual fosse?... È ver... Non è ch'io prenda pensier di ciò... POLIFONTE. Per me, s'io nol dovessi, tal reo per certo io non udrei. Tu, scevra d'ogni affetto, stupore in ciò non poco mi arrechi: or che ti cale?... MEROPE. In me,... fu... mera brama d'udire. - Eppur, men caso assai, ch'arte mi par, l'aver così dagli occhi d'ogni uom tolto quel corpo: e tu sì mite ver l'uccisor, che tanto in sé securo stassi... No so... EGISTO. Timor m'indusse a trarre nell'onda il corpo; arte non fu: securo io sto, qual uom conscio a se stesso in core. Più che nol pensi, addolorato io stava; ma tanto or più, che te dolente io veggio, dubbia, e tremante per l'ucciso... MEROPE. Io dubbia?... io tremante?... Nol so ... Ma, gl'infelici pietade han tosto delle altrui sventure. EGISTO. Dunque di me pietà ti prenda. Io sono misero assai, più che l'ucciso; e il merto meno assai. Temerario, ei fu che volle senza ragione uccider me. Che valse, ch'io il pur vincessi, se in più infame guisa io sto per perder la mia vita? E s'anco non mi vien tolta, a cor gentil qual puossi dar pena mai, che la vergogna agguagli? MEROPE. Alto cor tu racchiudi in basso stato: quasi il tuo dir fa forza... Eppur,... se a luce l'ucciso, o il come almeno... POLIFONTE. Or, poiché nuova brama d'udir tai cose oggi ti prende; poich'io mi avveggio, o Merope, che impone freno al tuo favellar l'aspetto mio, né so perché... MEROPE. Freno?... Che dici... Io teco il lascio. POLIFONTE. No. Perché da lui più sappi. se più v'avesse, io teco il lascio. A farti arbitra e donna d'ogni cosa, il sai, son presto, e il bramo; il sei tanto più dunque d'affar sì lieve. A te costui si aspetta; di lui disponi a senno tuo. Sia questo l'indizio primo, che da me non sdegni ogni mio dono. MEROPE. E che?... POLIFONTE. Di ciò ti prego. Principio fosse al tuo regnar quest'atto!
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