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| Vittorio Alfieri Merope IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 4 EGISTO. E men di lui saresti a me pietosa? Mia giovinezza per me non ti parla? Puro non vedi in sul mio volto il cuore? Non entri a parte del mortale affanno, in cui miei genitori?... oimè!... Non fosti madre anco tu? deh! della mia... MEROPE. Pur troppo io 'l fui,... pur troppo!... ed or, chi sa?... - Respira dunque ancor la tua madre?... E il padre tuo d'Elide è pure? EGISTO. Ei di Messene è figlio. MEROPE. Di Messene? che ascolto? EGISTO. Io da bambino dir gliel'udiva. MEROPE. È Polidoro il nome forse?... EGISTO. Cefiso è il nome. MEROPE. E l'età?... EGISTO. Molta. MEROPE. Oh ciel!... - Ma pure il nome... - E di qual grado, di quai parenti era in Messene? il sai? nobile?... EGISTO. No: di pochi campi ei donno, cui per diletto coltivar godea colle robuste libere sue mani, vivea felice, del suo aver contento, colla consorte e i figli. MEROPE. E di sì dolce vita chi 'l trasse; e perché mai sua stanza cangiava? EGISTO. Ei spesso a me narrò, che interne dissension di questo regno a fuga l'avean costretto; e che soverchia possa d'alto nemico il perseguia. Qui tutto era torbidi e sangue; onde ei tremante per la sua prole... Oh quante volte io 'l vidi, ciò rammentando, piangere! MEROPE. Tu nato dunque in Messene sei? Tuo padre seco ti trafugava in Elide? EGISTO. No: gli altri miei maggiori fratelli ei seco trasse, cui morte cruda gli furò poi tutti. Io sol bevvi le prime aure di vita in Elide; a lui figlio ultimo nacqui; misero padre! ed ultimo ti resto: se pur ti resto! - In cor, già fin dai primi giovenili anni miei, desio m'entrava di Messene veder, quasi mia culla, poiché il padre vi nacque. MEROPE. Oh ciel... Che parli?... - Giovine egli è, di quella etade appunto... e quel contegno,... e quei sembianti... Ei pare, eppur non è. - Ma dianzi anco dicevi, che l'ucciso era d'Elide. EGISTO. Mel parve. MEROPE. Ei s'ascondeva? EGISTO. Sì. MEROPE. Di cor?... EGISTO. Superbo. MEROPE. Di vesti?... EGISTO. Abbiette. MEROPE. Fuggitivo?... EGISTO. Ratto, quasi inseguito. e di sospetto pieno venìa ver me. MEROPE. Barbaro, e tu l'hai morto? EGISTO. Uccider me volea. MEROPE. Ti disse ei nulla morendo? EGISTO. Io stetti un cotal po' sovr'esso, piangendo... Ei fra i singulti era di morte... MEROPE. Ahi misero!... EGISTO. ... Sovviemmi... or... sì;... che avrebbe ogni ferocia impietosito; in voce di pianto, singhiozzando, ei domandava la madre sua. MEROPE. La madre? E tu fellone, perfido, e tu pur l'uccidevi? e il corpo ne scagliavi nell'onda? Oimè!... Perduto... EGISTO. Me misero! che feci? Il mio delitto te in alcun modo offende? - Or, tu n'avesti balìa dal re, di me disponi; e n'abbi alta vendetta. - Oh ciel! come potea offender io te, Merope, cui sempre nel mio cor venerai? - Sapea dal padre le tue dure vicende: al pianger suo piansi più volte anch'io: la brama ardente di pur vederti anco pungeami. Spesso col padre antico io porsi per te voti al ciel; con man, ch'era innocente allora, spesso per te fiamma di puro incenso arsi davanti ai piccioli miei Lari. - Ed io ti offesi? Ah! mi punisci: il merto, il chieggo, il vo'. - Ma, come mai spettarti potea colui, che a truce aspetto univa cor malnato?... Ma forse, ei tal non era: necessità 'l fea tristo... Oimè! che dissi? Se tu il compiangi, egli è innocente; il tristo io solo il son; deh! fanne in me vendetta. MEROPE. - Ma, qual parlar! qual piangere!... Che fia? Mal mio grado ei mi tragge a pianger seco. - Di me il tuo padre ti parlava? EGISTO. Oh quante volte di te, del tuo trafitto sposo, de' figli tuoi narrommi! MEROPE. Oh ciel! de' figli?... EGISTO. Sì; dei tre figli tuoi, svenati tutti da rio tiranno, il cui feroce aspetto fremer mi fea qui dianzi. Assai più grato m'è in te il rigor, qual sia, che in lui pietade. MEROPE. - Più non reggo al suo dire. Inchino appena l'alma a pietà, che un dubbio orribil tosto a furor mi sospinge: appena io lascio tacer pietade, ecco, s'io 'l miro, o l'odo, a lagrimar son risospinta. EGISTO. In core quale hai battaglia? Infra te stessa parli? Pietà ti fo? che non l'ascolti? MEROPE. Ahi lassa! che mai farò? - Né condannar ti posso, giovinetto, né assolverti. Rimani entro la reggia intanto: io vo' fra poco rivederti. Ben pensa; in te ripensa ogni più picciol caso di tua vita: e in un rimembra ogni atto, e motto, e segno dell'ucciso. Tornarti anco in pensiero dei del tuo padre ogni più lieve detto. - Ma, sei tu certo che il buon vecchio il nome mai non cangiasse? di'. EGISTO. Certo ne sono. Io, balbettando, a dir Cefiso appresi. Quando ei poi mi dicea, che di Messene fuggito s'era, e m'imponea ch'a ogni uomo il tacessi, del nome anco mi avria detto il ver, se ciò fosse: era ei ben certo, ch'io 'l tacerei pur di mia vita a costo. Ch'egli è Messenio a te svelai; ma nulla poteva io mai nasconderti? MEROPE. Deh! basta; cessa per ora. - Alle mie stanze è forza ch'io mi ritragga a sfogar lungamente il rattenuto pianto. - A te la reggia sola assegno per carcere. Di nuovo udrotti or ora; e il tutto ridirai: a parte a parte, a tutto appieno, e a lungo, risponderai: ch'io veritier ti trovi... ma, tu non hai di mentitor l'aspetto.
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