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Prologo I
[detto dal Tempo]
Che non può fare la cortesia de un spirito valoroso? Poi che
sono il Tempo, vincitore di quanto è creato, sono da la cortesia de un uomo
vinto. E me, che con il fugir mio gli anni, i mesi [i] giorni e l'ore, etadi,
seculi e lustri consumo, e le lunghe memorie de le mortali fame meno in preda,
ha conduto nonzio di novo caso; né di ciò mi pento, poi che a tanti nobilissimi
spiriti, che quivi veggio, son venuto a porger diletto.
Lassiate ogni altro pensiero, poi che un nuovo caso amoroso
siete per udire; che vi prometo, mentre che a li piacevoli ragionamenti, che a
succedere hanno, darete udienzia, ancora che la pronteza de l'ore non possi
ritenere, nondimeno farò che [né] per voi, né per conto del viver vostro
volerano, ma per il rimanente del mondo sì; e a la fine pervenuti, più da me
guadagnato che perduto averete. E aciò di questo prendiate certa fidanza, io,
in uno di questi canti lassiato ogni mio costume, mi ponerò a sedere fino a la
fine.
Il caso è nuovo, e in Padoa advenuto; dipoi a consolazione
vostra ridotto, segondo l'antiquo costume, in comedia, e a quella datto il
titolo de la Anconitana; e son certissimo che favola non si raconti più bella
di questa. E udite l'argumento.
Argumento
Tancredi e Teodoro, gioveni siciliani, e Isota, donna di
Gagieta, che soto abito di uomo si fa chiamare Gismondo, furno presi tuta tre
da corsali, e venduti ad un Moro; dipoi da un mercante veneziano riscattati e
condoti a Vineggia, con promessa di non mai da lui partirsi, se intieramente
non era da loro de' suoi denari sodisfato, i quali aveano in Sicilia mandati a
togliere. E perché erano tuta tre di virtù gentilissime vestiti, venero in
questa città, fatti suoi avisi, a conciarse, per mezo de le virtù loro, a'
servigii di alcuna valorosa donna, da quella traendo li denari per sodisfare al
mercatante. E mentre questi tre giovani racontano le virtú sue ad una
cortigiana, chiama Doralice, che ad una finestra dimorava, avene che una
bellissima donna veneziana, moglie de uno richissimo vechio similmente
veneziano, già sensale stato, chiamato sier Tomao, inamorassi di questo
Gismondo, credendolo uomo, e induce il vechio marito suo a riscuoterlo. Il
quale, amando sconciamente Doralice, mentre che per mezo de un suo fameglio,
detto Ruzante, che altresí in una fante de Doralice ferventemente è inamorato,
cerca di venire a l'ultimo amoroso diletto, aviene che Ginevra, donna vedoa
anconitana, veduto Gismondo in Ancona, e falsamente credendolo uomo, del suo
amore ardentissimamente presa, con una sua sola fante, Ghitta chiamata, in
abito di uomo ambedua sonno venute in questa città per ritrovarlo; dapo' longhi
ragionamenti e accidenti amorosi, viene a ritrovare quella essere una sua sorella,
otto anni peregrina andata, e dalei per morta pianta. Ultimamente si maritano
Isota prende per isposo Tancredi, e Ginevra Teodoro, trati di servitù da certi
gentiluomeni padoani; e a godersi tornano ne la loro patria. Sier Tomao e il
fameglio suo Ruzante ordina con Doralice e Bessa sua fante il modo di godersi
questa sera insiemme; vano ad una villa con guari lontana.
Ma parmi udire che quello che in breve parole vi ho
divisato, essi si aconciano con longo ordine e con più piacevoli parole [a
raccontarvi]. Onde, se vago desio de novelle cosse vi muove ponto l'animo, e le
sue parole date benigna atenzione.
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