ATTO PRIMO
Scena prima
Tancredi, Teodoro, Gismondo, poi Doralice
TANCREDI Io non ci veggio altro modo a liberarci, che el
mezo delle virtú nostre. Elle sonno di sorte che devono piacere a tute le
donne, e maggiormente alle donne di questa famosa cità; le quali, secondo che
ho udito ragionare, oltra che sono cortesi e bellissime, sono ancora amanti
delle virtú, e di le persone in cui fiorisse essa virtú. Facilmente potrà
cadere ne l'animo di queste madonne voler imparar de queste nostre scienzie, e
per riscato di noi darano al mercatante quello che elgi diede per noi al Moro.
Lo esser lontano da le case nostre ci concederà senza alcuna
vergogna andar visitando le altrui, e alle gentildonne di quelle far le virtú
nostre chiare, et a loro adiuto adimandare, e seco stare a' suoi srvigii, fino
che o letre o denari da la patria nostra veranno. E se per tuto ciò avenisse
che mai non venissero, a quali più degne, a quali più benigne persone potremo
esser sugietti, che a queste nobilissime madonne? Io per me più cara mi terrei
tal servitú, che altra libertà.
TEODORO Veramente et io altresí sonno del tuo parare, e se
mi credesse di divenire il maggiore signore del mondo, non gabarei il
mercatante; il quale, oltre che per riscato di noi, che eravamo schiavi, pagò
quella quantità di moneta, ci ha datto ancora libertà che ove più ne piace
andiamo, per ritrovar modo di rendergli li sui denari; che è stata gran
cortesia, senza voler esser sicuro.
GISMONDO Non faciamo queste ragioni adesso, quello che
abiamo comminciato seguiamo. E tu, Tancredi, saluta quella gentildonna, che a
quella finestra dimora [accenna a Doralice], e a lei dippoi racontiamo il caso
nostro e le virtú nostre. Forse, se ella non ne aiuterà, ne provederà de aiuto
per altra via.
TANCREDI Ben hai detto, Gismondo. [Con un inchino saluta
Doralice] Ben possa star Vostra Signoria, nobilissima madonna.
DORALICE [alla finestra] Siate ben venuti, gentiluomeni.
TANCREDI Nobilissima madonna, nui fummo presi da certi
corsali sopra una nave di nostre mercantancie carica, e dippoi venduti ad un
famoso Moro, sotto la potestà del quale, fra molti disaggi, aspra vita finora
abiam menata; ogni speranza lassando non mai di tal servitú ussire, se non
sopravenia uno mercatante veniziano, il qualle, cognossuti noi per cristiani,
per riscato nostro diede certa quantità di moneta al Moro, a cui eravamo stati
venduti e noi seco fin a Vinegia trasse, con promessa nostra fàtali mai non si
dover partir da lui, se intieramente de li suoi denari non era da noi
sodisfato. E perché ci ritroviamo lontani da la patria nostra, che è Sicilia,
ove con letere a' parenti nostri ne abimao avisato, ma perché per la longheza
del viagio aviene talora che si sogliono smarire le letere, abiamo fra noi
istessi deliberato metersi a' servigii di alcuna nobilissima madonna, et ella
per noi pagando li denari al mercatante, che per riscato di noi spendeno, a lui
in un medesimo tratto e a noi e alla gentildonna sodisfare a lui, che di suoi
denari non patirà longo disaggio, e noi che de l'obrigo che con esso abiamo ci
libereremo, a la cortese donna poi in che sodisferemo intendereti.
E in prima da me incomminciando, dico quella gentil madonna
per la cui cortesia di cossí fatto obrigo sarò tratto, oltre che ad un piciol
ceno, in tute le cosse che piacer li fieno, me avrà pronto, e oltre che potrà
lodarsi diun paragon di fideltà, di alcuna particular virtú potré servirsi di
me, e questa è che io ne la mia gioveneza disposi li miei primi pensieri a la
dolceza d'i versi de la volgar lingua. Me obrigherò adonque, fino che mi
basterà la vita, consacrare al bel nome suo li pensieri, l'ingegno, la lingua,
la mano, el stille. E quella con ogni mio studio mi sforzerò di fare risonare
fra li nobeli inteletti, tessendo in rime elette e con amorose lode dipingendo
or li occhi suoi leggiadri, or le bionde trecie, or l'onesto petto, or la
bianca mano, or li cari sguardi, le parole, gli atti, la leggiadria, la
onestate, l'abito, l'andare; e in diverse composizioni, in capitoli, in
epistole, in egloghe, in canzoni, in sestine, in soneti, inmadriali, in stance,
in ode, in barzelette, in balate. E veramente non piciola offerta a l'altezza
de l'animo di qualunque donna deve essere questa mia, né poco cara, pensando
quanto grande siano le force della pena. Le force de la pena sono troppo
maggiori che coloro non istimano, che quelle con conossimento provate non
hanno. Veramente io direi cossí fate cosse in lode di una bella donna, che non
che a sé stessa piacendo si teniria cara, ma dal mondo tutto saria tenuta cara
e spregiata; e così del contrario direi cose, che, udendole, non potendo
morire, li faria venir in odio la vitta e dal mondo altressí esser odiata. Né
crediate, per tuto ciò che ho detto, che di tanta prosonzione sia, che poeta mi
voglie dire; ma amante di essa poesia mi dirò ben, e bene o male che mi dica,
lascio nel benigno iudizio di quelle persone, che più di me sanno. Voi dunque,
i miei compagni, il cominciato ragionamento sequendo, a questa gentil signora
li nostri intendimenti fareti noti, et ella, intendendo le virtú nostre, per
lei segliendo il più confacevole a sue bisogna, li altri dui a vicine, o
amiche, o parente servendo, potrà far liberare.
DORALICE Veramente gentillissima virtú è questa vostra, e
poche donne o niuna è che se ne facia conto. Da che siamo noi, levàtane via
questa poca bellezza, la qual pochi anni guastano? Da nulla. Onde che un
scritore ne faria sempre rimaner belle, doppo morte ancora. Vardate che è
avenuto di Madona Laura, tanto lodata dal Petrarca che si trovano al dí d'oggi
de quelli, che, infiammati de la sua bellezza, ancor sospirano e si dogliono
non esser stati sl suo tempo, overo che ella non sia stata al nostro. Gran
forza hanno e' versi.
Orsú, e di questo altro giovene qual virtú è la sua? Ditte,
di grazia.
TEODORO Allo incontro de l'oro, che quella cortese anima di
qualunque valorosa madonna spenderà per riscuotermi, sarò sempre a quella
cordialissimo servitore. E perché comun desio è de ciascuna donna, anci dirò
somma cura, di acressere le sue bellezze naturale, e in ciò e tempo e danari
ispendeno in mille maniere, in aue incorporate con sulimato, in belletti cotti,
in chiarimenti, in lustri, in bianchigiamenti di capelli, in sotigliamenti di
peli, in colorimenti di carne, e in mille altre brute onture; le quali cosse,
quanto più per piciol spazio di tempo vi faciano parere a gli ochi di coloro
che vi mirano belle e riguardevoli, tanto più quanto cominciate a discendere
alle tepida etade, vi mostrano soze e brute; perciò che, mancata nel vostro
visto la prima virtù de' belleti, de' lustri, de' chiarimenti, che piú vaghe e
piú colorite a gli uomeni vi facea vedere, rimane nelle delicate carne vostre
la sua fecia, ch'è possente di mutar la lor morbida natura nella sua ruvida
qualità. E quindi nascono le spesse crespe, che per la fronte, per le guancie,
per il petto inanci alla debita etade apaiono; quindi divengono rari e canuti
e' capelli, quindi il palido colore, quindi si infigidiscono e cadeno i denti
inanci tempo, quindi li ochi par che continuamente lagrimano, quasi la lor
presta perduta leggiadria piangendo; senza che le labra de' mariti vostri, che
al volto per basciarvi vi si acostano, ne ritornano spesse volte invescate, e
aviene che men belle parete, quanto più con questi imbrantamenti vi cercate de
abellire.
Ma quella, alli cui servigii sarò, non averà di questi
empiastri, né onguenti, ma pure aque senza corpo, di semplici erbe stilate a'
fochi di odorifere legna; la virtù delle quali non solamente in abellire il
viso, il petto e 'l colo valerà, ma rempierà la carne de' più soavi odori che
in excellenzia sieno. Aqua da crespare e biondeggiare le trecie, aqua da
allargare e serenar la fronte, aqua da inarcare et imbrunir le ciglia, aqua da
colorire le guanzie, aqua da arossir le labra, aqua da far li denti bianchi,
aqua da far la gola bianca, aqua da far morbido il petto, aqua da far bianche
le mani; la virtù delle quali, nel loco dove sarano adoperate, durerà per tre
giorni et altre tante notte, e non averà di loro como di questi volgari belleti
aviene, che quando la matina vi levate, vi lasciano nel viso e sotto li ochi e
nella carne una certa palideza, di mille varii colori adombrata.
Imaginase adonque quella leggiadra donna, a cui serò
servitore, quanto da l'altre sarà istimata excellente, quanta virtú acquistarà
con piciola quantità di moneta. Oltra di questo, di odori, di perfumi potrà
tutte le altre donne di gran lunga avanzare, perché io toglio l'odore al
muschio, al zibeto, a l'ambra, al bengioí, al spico, al storace, a cui piú, a
cui meno; e di quelli compono una mistura, mescolando con essa alcuni semi di
erba, alcuni fiori, che diventa di tanta soavità, che per ferma opinione tengo
che a l'odor di quella si potria l'alma e il corpo insiemmemente nutrire. Le
aque rose, le aque di gesamini, le aque di fior di melangoli, le aque di
profumo, le aque nanfe, le aque di fior di cedri per nulla le reputo, perché io
stillerò aque di non conosciute erbe, né mai a notizia de altro uomo pervenute
che alla mia, che vincerano de odore li piú mirabili, che oggi siano in precio.
Porgete ora orechie alle virtú di questo altro compagno, che
de un'altra guisa de virtú è dottato.
DORALICE O galante virtú! Sí, per mia fe', ma voglio pur in
questa parte deffender le donne. Quelle che si fanno belle, se sonno maritate,
lo fanno per piacere alli mariti loro, aciò non si svoglino di loro e vadino a
l'altrui femnine. Né per tuto ciò non li possono far rimanere, che non lassino
sole e frede la notte ne' leti loro, e vadino altrove procaciandosi di novo
cibo. Ma lassiamo queste parole. E questo altro giovene di che altra virtú è
dottato?
GISMONDO Non posso, gentillissima madonna, [fare], in
[quello] che servirò quella magnifica madonna, per la cui generosità sarò
rescatato, ch'io non dica che il padre mio doi figliuoli ebbe, senza più; et
egli e la madre, noi d'un medesmo parto avendo partoriti, passo[rno] di questa
vita. Per il che da uno avo materno nostro fummo fina alli sete anni alevati;
dippoi, per odio di nostri parenti a noi portato, e per fugire le insidie loro
a noi nella vita tese, fummo disgionti. Quello che di mio fratello avenisse,
non potei mai risapere; io, in abito di donna, fino alli diciotto anni stei
rinchiuso in uno monasterio de monache, ove, in cambio delle letere, e l'acco,
alla roca, al fuso diedi opera. E prima imparai a tirare il filo el lino e la
lana, dippoi a comporre e tessere le telle, e dippoi con l'acco di sette di
varii colori trapongerle, e ricamarle d'oro e di argento, e in quelle depingere
e colorire figure d'omeni, d'animali, d'arbori, di paesi lontani, di fontane
[e] boschi; e in breve quello che faria un penello de un dotto dipintore, io
con l'acco, con la seda tinta de varii colori farò.
E ciò che per me si dipinge è con atti, con movenzie, con
gerature, con panni, ignudi, in miestà, in perfilo, in corzio, adumbrati e
coloriti con reflexi, con ombre morte; e se de diece mille figure le più belle
parte scegliesse, quelle scio benissimo acompagnare (il che in pochi si
ritrova), e dippoi colorire di azuro, di giallo, di perso, di vermiglio, e più
e meno, come rechiede lo effetto della figura.
Li lavori di camise e di gorgiere, di traponti aurati e
serici, benissimo di scio fare. Oltre di ciò, ho perfetissimo iudizio e intiera
cognizione di adornare una donna di vestimenti, di scufie, dibalci, di trecie,
di gorgierie; e scio qualli colori di drapi sieno più confacevoli alla donna
bianca e qualli alla bruna; e qualli panni meglio se acompagnano alle divise e
alle nove livree d'imprese; come significano, o amore, o speranza, o gelosia, e
altre simile cosse; come si deno portare le faldigie, come la scufia in balzo
riesse meglio, o coprendo tuti li capelli, o lasciandone vedere un dito o dui;
a qual donne reiscono le orechie forate, come meglio se li confaino o le perle,
o le fila d'oro e in anella rivolte; le guise de' cassi come vogliano essere a
far parere il petto morbido e far mostrar le mamelle, o poco o meno; gli
monili, le catene d'oro, le perle ordinate in filza come facino parere la donna
più altera; de le anella ancora quali diti si debano ornare; come deve movere
il passo la donna, come deve ridere, come vogliere li ochi, come far riverenza,
e in quali atti più di grazia e più di onestà si trova; come si dee fregiare
una vesta, e nove guise de agiongere diversi colori di panni, che piú legiadri
paiano.
E invero ho veduto in questa cità molte madonne tanto
inordinatamente aconcie e ornate, che se a lor stesse fussero cusí note come a
chi le mira, se andariano tute a riporre. Elle nel speglio con li proprii ochi
si rimirano o al iudizio cieco delle fantesche si riportano, le quali più
presto de una scanceria di scutelle, che di adornamenti di donna saperiano
iudicare. Alcune donne ordinano li capegli egualmente castigati e tutit ad un
ordine posti, che uno l'altro non passi; alcune, lassiandoli cossí iordinati, hanno
di acressimento di grazia e di beltà tanto, che non si potria con mille lingue
racontare.
Con soferenza vostra, madonna, tirate quella scufia un dito
più inanci, che non vi veggiano tanto e' capegli. Oh, vedete che più di grazia
avete, perché il viso vostro è alquanto scarno. Siché alla donna che mi
riscoterà sarò servo e fante, e uomo e femina. Piacendovi adunque uno di noi,
pigliarete quello che più vi piace; che io non ho a dire altro, alli effeti
rementendomi.
DORALICE Bellissima, o bellissima virtú è questa altra! E
veramente io al iudizio della mia fante mi aconciai el capo questa matina, e
vedete como stava fresca. Elle dicono poi, queste tristarelle, quando le si
grida «Voi sète fastidiosa, ella è bruta e vol che io la facia bella, mai non
se li pò vivere...» Ma lassiamole con el malanno. Invero, leggiadri gioveni, le
virtú vostre sonno somamente da comendare e da esser tenute care da l'alteza de
l'animo di qualunque donna. Io, per me, non posso comperar tante virtú, ma non
potevate capitar in meglior cità di questa, perciò che ci sono di gran signore
e madonne, tanto amanti de le virtú, che creggio che con il sangue loro, non
avendo altro modo, vi riscoteriano.
Cercate sonno le donne di questa cità cortesi, generose,
liberali, magnifiche. Io non son da porre nel numero loro, ché io son
forestiera. Duolmi de la adversità vostra; ma cercate con bona speranza, che
trovareti chi vi trarà de cossí fatto obrigo.
TANCREDI Non poco ci adolciscono le vostre parole, poiché vi
dolete, gran mercè di Vostra Signoria. Siamo stati da alcune altre
gentillissime madonne, da quali però grandissima speranza ambia riportato.
Rimanetevi in pace.
DORALICE Andate, che Idio ponga bon fine al vostro
desio. [Si ritira].
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