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| Angelo Beolco detto Ruzante L'Anconitana IntraText CT - Lettura del testo |
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TANCREDI Teodoro, cortesi, magnifici e liberali gentiluomeni ha questa cità per certo. Come hanno cortesemente dato a noi li denari per potersi liberare, e poi dotone che il stare nelle case loro è a piacer nostro! Mai non mi uscirà di mente tanto beneficio. Io li sarò tenuto e obrigato fino alla morte. TEODORO Io ho sempre udito lodare questa cità per bella cità, ma invero le persone che l'abitano la fano parer molto più bella. Chi sarà quel'ingrato, che non abia fin che viva sempre tanto beneficio avanti gli ochi? Io, per me, ovunque mi sia, sempre ne tenirò conto, come di cossa degna di eterna memoria. Deh, Tancredi, vogliam nui partirci, se non ritroviamo Gismondo? Oh, gran fallo sarebbe cossí dolce compagno lasciare, ancora che non sia de la nostra cità. TANCREDI Anci voglio che lo rimeniamo con noi, se egli vorà venire. E ti voglio dir più che, se egli fusse femina, mi sarei di lui inamorato ardentissimamente, tanto mi hanno sempre piaciuti gli laudevoli costumi suoi. E parmi, dippoi che siamo separati da lui, che io abia meno una parte dil core. Che si sia, non lo so io, né onde si venga. TEODORO Oh, egli aviene che in questa miseria, in questa tristicia, siamo fatti tuta tre compagni, e meglio si giongono i pet[t]i de amicizia ne le calamitadi, ne' disaggi, che ne li comodi e piaceri. Ma io mi sento nel core un non so che, che mi ralegra tuto, e par che mi prometa grandissima alegreza. Cerchiamo, di grazia, Gismondo, ndiamo a lo albergo di quella gentildonna che lo riscatò. [Escono].
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