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MALDICENZA
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Inclinazione
del genio, mal'uso dell'ingegno nel dir male d'atrui.
Chi
già mai crederebbe che il dir male d'altrui, fosse cosa sì dolce, che chi una
volta l'assaggia ne resta sempre con voglia? e come i Lioni, che s'hanno
leccato una vece il sangue su l'ugne, ne sono poi sempre bramosi; parimenti a
chi gusta i primi sapori del dir male ne resta d'ordinario sì ingorda la
voglia, che v'ha di quelli che si contentano d'esser senza lingua più tosto che
senza motti, e lasciano più facilmente di vivere che di mortificare. La
vecchiaja (quando vi giungono), ancorchè tolga loro molte volte il senno dal
capo, non toglie però mai le punture dalla lingua aguzza; a guisa de' vecchi
spinai, a' quali il freddo verno fa cadere le foglie ma non le spine,
l'ornamerito ma non l'asprezza.
Questi
per lo più acuti d'ingegno ma solo per pungere, mai non dicono meglio che quando
dicono peggio, mai non isplendono più che quando più abbruciano. Tutte le
pruove, de' loro ingegni sono motti e argutezze pungenti: e per riuscie più
mordaci, faticano coll'ingegno: più che quel famoso Oratore per esprimere e
scolpire a dispetto della scilinguata sua lingua la lettera R, lettora mordace
e carina.
Udirli,
come un Menippo, un Zoilo, un Momo, motteggiare d'altrui, (sì ingegnosamente lo
fanno!) è udire una musica; ma una musica quale fu quella, che Pitagora
osservò, fatta a battuta di fiere percosse, e a colpi di grossi martelli. La
loro penna, più d'Avoltojo che di Cigno simile a quella del famoso Demostene,
ha da un capo l'inchiostro, dall'altro il veleno: anzi veleno è l'inchiostro
medesimo, che attossica i nomi che scrive; onde, come chi muore di veleno,
lividi e neri nelle loro carte compajono. Le vivezze dell'ingegno, che in
altrui sogliono esser lampi innocenti di luce non di fuoco, per diletto non per
offesa, in costoro son fulmini, che portano su l'ali le fiamme, e su la punta la
morte. Hanno trasfuso in capo il genio di Lucilio, qui primus condidit stili
nasum. Hanno in bocca la lingua propria de gli antichi, Epigrammatisti, cioè
(come la definì Miarziale) malam linguam; nè quantunque dolce e copiosa abbiano
la favella, può già mai dirsi, che ad essi, come al soavissimo Platone, le
Pecchie abbiano portato in bocca il mele, ma in questa vece o gli Scarpioni
l'uova, o i Ragni il veleno. In fine, usano con la mano più tosto ferri da
Notomista che penne da Scrittore, e quanto più sottilmente tagliano, tanto più
valenti si mostrano facendo piaghe ne' vivi, e squarci ne' morti. Costoro, così
indegni di vivere fra gli uomini, come tengono della fiera (ciò che di Cicerone
fu detto), per guadagnare l'applauso d'un motto, non curano di perdere la
grazia d'un'amico.
Dummodo
risum
Excutiat
sibi, non hic cuiquam parcet amico.
Con
che ben possono acconciamente chiamarsi col Comico Vulturii; già che, Hostesne
an Cives comedant parjpendunt. Per esprimere un lor pensiero, non curano che se
ne tormenti quell'innocente, sopra cui cade. Solo hanno l'occhio a far bello il
colpo; e quando ben sia come quello dell'Aquila che lasciò cadere su la testa
al calvo Poeta la Testuggine per trarne la scaglia, poco ne curano. Così
dall'altrui pena cavano gusto, per sè, e dall'altrui ignominia onore; imitando
Nerone, che diede il fuoco a Roma, per cantare su la torre di Mecenate al suon
della sua cetera, nel vero scempio della sua patria, il finto incendio di
Troja. Ahii troppo barbaramente vogliosi di comparire a costo altrui ingegnosi
e acuti! Provare la tempera della scimitarra e la forza del braccio nel
cadavero de' condannati, è crudele usanza de' Giapponesi. Quanto peggio è,
sotto finta di giuchevole scherma, mettere in petto a chi che si voglia una
punta non meno mortale alla reputazione, di chi la riceve, di quello che alla
vita, lo sieno quelle delle spade, che, come disse Vegezio, duas uncias adactae
mortales sunt. Pur dovreste sapere, che i Satiri, Padri e maestri delle Satire,
sono più brutti per essere mezzo bestie, che belli per essere mezzo Dei; e ne'
detti vostri, mordaci non tanto piace quel che v'è d'ingegnoso, che più non
dispiaccia quel che v'è di maligno. Sono cotesti gli altissimi usi, cotesti i
divini impieghi, per cui vi fu dato l'ingegno? farlo, di Re ch'egli è Tiranno;
e di conservatore della vita civile, omicida e carnefice? Appropriate a voi
stesso ciò che contra il crudelissimo Perillo scrisse un'Antico, giustamente
dolendosi, perchè colui l'innocente arte di formare col bronzo statue di Dei e
d'Eroi avesse rivolta alla fabrica d'un Toro esecutore o strumento delle fiere
sentenze di Falari: In hoc a simulacris Deorum hominumque devocaverat
humanissimam artem? Ideo tot conditores ejus elaboraverant, ut ex ea tormenta
fierent? Itaque una de causa servantur opera ejus, ut quisquis illa videat,
oderit manus. L'ordinaria pena di costoro è esser' amati da niuno, fuggiti da
molti, odiati da tutti. Riportare l'infame titolo d'uomo satirico, maldicente,
e nasuto; a cui possa scriversi in fronte quell'antico distico, tratto da un
greco epigramma:
Si
meus ad Solem statuatur nasus hianti
Ore,
bene ostendet dentibus hora quota est.
Diogene,
il Can maggiore de' Filosofi Cinici, avea il suo palagio, anzi il suo nido, in
una botte. Questo era il Cielo, ch'egli girava; Intelligenza appunto degna di
tale sfera: questo l'antro, onde dava gli Oracoli, che aveano più odore di vino
che di verità: questa la catedra, dove insegnando pretendeva di correggere gli
altrui scostumati costumi. Qual che si fosse la dottrina, ch'egli insegnava
(che però era tale, che Platone poteva chiamarlo alterum Socratem, sed
insanum); in ogni modo, perchè in quella sfasciata e grommosa botte egli
mescolava il vino d'una sincera Filosofia coll'aceto mordace d'una continova
maldicenza, avea non iscolari ma schernitori, e tutta Atene e Corinto lo mirava
come un Cane e lo fuggiva come un'arrabbiato.
E
certo, chi vuol careggiare un'Istrice spinosa, che non vi tocca mai sì
cautamente che non vi punga? Chi vuol farsi compagno d'uno a cui, come allo
Scarpione, semper cauda in ictu est? Chi vuol per amico un Lione, che, quando
ben non usi nè unghie nè denti, pur' è d'una lingua sì aspra, che ancor quando
vi lecca vi cava sangue? Meglio è onorarli, per non averli nemici; facendo loro
sacrificj, come i Romani alla Dea Febbre, perchè vi favoriscano di starvi da
lungi, ed abbiano questa sola memoria di voi, di non raccordarsi in verun tempo
di voi. Ma poca pena de' Maldicenti sarebbe l'essere solamente fuggiti, se ancora
non fossero perseguitati. Che se bene tal volta sono avveduti nell'interesse
della lor vita quanto lor basta per intendere, che non devono provocarsi quelli
che possono rispondere alla penna colla spada e alle parole co' fatti, ma che
ne' fatti loro si dee esser mutolo se non cieco, prendendo di ciò esempio da
certe Oche, di Settentrione, che passando il monte Tauro pigliano in bocca un
sasso, per non gracchiare e svegliare l'Aquile che colà hanno i nidi; in ogni
modo non riesce loro quasi mai l'esser sì avveduti, che non facciano qualche
volta, senza riflessione, ciò che di continuo fanno per abito o per natura: con
che o si fabricano, come i vermini della seta, con la bocca una prigione, o
stimolano chi può farlo, schiacciare lo Scarpione su la piaga ch'egli fece;
raccordando col loro esempio la verità di ciò che Pollione disse d'Augusto, che
non si dee scribere in eum, qui potest proscribere.
Sempre
non riesce di trovare chi doni, perchè si taccia di lui; nè chi (seguendo il
consiglio d'Alfonso Re di Aragona) butti al Cane medicatis frugibus offam,
perchè non abbai, o almeno non morda. Ventura singolare era questa di
quell'Avvocato di Marziale.
Quod
clamas semper, quod agentibus obstrepis, Heli,
Non
facis hoc gratis, accidis ut taceas.
Molte
volte accipiunt, ut taceant; ma ricevono non so che, onde tacciono sì che non
s'odono mai favellare: che fu la mercede di quel celebre Zoilo; che, o fosse
abbruciato, o lapidato, o crocifisso, con uno di queste tre sorti di buona
moneta ricevè l'intero pagamento delle maldicenze sparse contra il principe de'
Poeti.
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