1.3 - Senza passioni e senza passione
Vediamo alcune implicanze sul piano formativo di questo equivoco. Il giovane viene
orientato lungo un percorso che si rivela impossibile: lo si spinge,
infatti, a cancellare una parte del proprio io, quella considerata meno nobile
o più umiliante, al punto d'illuderlo di poter riuscire nell'intento,
eliminandola ed estirpandola alla radice; col risultato che non si elimina un
bel niente, se mai si relega tutto nell'inconscio, da dove l'istinto negato
continua a disturbare - indisturbato - la vita cosciente del soggetto,
infiltrandosi sottile come motivazione profonda di gesti apparentemente
corretti ed evangelici, o come ragione ultima di sensazioni, reazioni, stati
d'animo, crisi «inspiegabili».
Altra conseguenza molto negativa a livello formativo: si trasmette al
giovane una idea contraddittoria di se stesso;
vi sarebbe, infatti, nel suo io una zona irrimediabilmente negativa che va
dominata o che è meglio ignorare, misterioso «buco nero». Da un lato, allora,
si favorisce un certo senso di presunzione e di sufficienza («devi dominare e
cancellare tutto il negativo »), dall'altro si insinua
una concezione negativa del proprio essere, che non tarderà a emergere come
rabbia e senso di colpa quando il soggetto non riesce a vincere e dominare, o
come depressione e smarrimento quando è costretto a constatare che non ha
cancellato un bel niente. La risultante di questa confusione sarà che il
soggetto non è aiutato a conoscersi né ad accettarsi; in una parola, sarà poco
libero con se stesso e con gli altri, sui quali tenderà, difensivamente, a
proiettare quanto gli fa problema e non accetta di sé. Infine, come già
accennato, si impoverisce in generale la vita
psichica: ogni passione, per quanto diabolica, contiene energia, e senza
energia l'uomo non può realizzare nulla. Sarà o rischierà di essere un essere
senza passioni, ma anche senza passione.
Il vantaggio del modello della perfezione è l’estrema chiarezza del
progetto proposto, dei valori da raggiungere e della disciplina da praticare,
della distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, dei percorsi
metodologici e delle rinunce inevitabili. E non è
poco.
In ogni caso tale modello appartiene a un certo
passato, anche se non proprio passato del tutto; qua e là sono ancora
riconoscibili in certe odierne concezioni e prassi educative residui di questa
mentalità. In tempi, poi, d’incertezza e disorientamento come i nostri c’è chi
ritiene che tutto si potrebbe risolvere tornando semplicemente a questo modello,
con la chiarezza che lo contraddistingue e la disciplina che ne deriva.
Ma dobbiamo dire che di fatto tale modello crea seri
problemi non solo a livello psicologico e formativo, come abbiamo visto,
ma anche a livello di vita spirituale e d’interpretazione corretta del
messaggio cristiano, offrendo il fianco al rischio del perfezionismo e del
legalismo. Chi interpreta la tensione verso la perfezione in termini
eccessivamente realisti e immediati, privilegiando
subito i comportamenti, di fatto rischia di scadere in quella sindrome della
osservanza formale, della legge per la legge, che Gesù
stesso ha con particolare veemenza contestato e che Paolo continuerà con
altrettanta passione ad attaccare; la pretesa, infatti, di costruirsi nella
perfezione con le proprie mani e i propri muscoli rende vana la croce di
Cristo.
Non poteva dunque reggere tale modello al rinnovamento innescato dal
Concilio Vaticano.
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