2.1- L’io all’inizio, al centro e al termine
Porre la propria autorealizzazione come obiettivo
d’un percorso formativo religioso o sacerdotale
significa, in realtà, trasferire nell’àmbito
psicologico quanto prima era riferito e applicato a quello spirituale. In tal
senso e al di là dell’apparenza, autorealizzazione
e tensione autoperfezionista non sono termini tra
loro contrapposti, specie per via di quell’auto, simbolo del
ripiegamento su di sé. Il primo, l’autorealizzazione,
sottolinea l’aspetto psichico e del tutto immanente al
soggetto; il secondo si muove nell’àmbito
trascendente e spirituale, ma spesso con la stessa logica e in vista del
medesimo obiettivo: la logica dell’io-autore-di-sé,
delle proprie prestazioni e successi, per giungere a una stima e realizzazione
di sé costruita con le proprie mani e costituita di risultati visibili e più o
meno esibiti. C’è sempre l’io, insomma, all’origine, al centro e pure al
termine di tutto.
Nel caso della perfezione è un io che si nutre di contenuti spirituali e
cammina verso obiettivi nobili; nel caso dell’autorealizzazione
è un io molto preoccupato delle sue doti, qualità, talenti vari e della stima
di sé, e che teorizza il primato della realizzazione
di tutto ciò su tutto il resto (formazione spirituale compresa), o quanto meno
pone tale realizzazione come condizione per la stima di sé e il senso
d’appagamento personale, della propria felicità.
Cambiano i contenuti, dunque, ma resta identico lo
stile o il dinamismo intrapsichico, come spesso stranamente succede quando da
un estremo si va all’altro in quel movimento pendolare che ha sovente
caratterizzato questi tempi di cambiamenti incerti e a volte peregrini.
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