2.5- Dall’autorealizzazione al complesso
d’inferiorità
La cosa buffa e assieme triste è che tutta questa cura nel cercare la
propria autorealizzazione non raggiunge alcun realizzazione e finisce per produrre la sensazione
contraria, quella di non poter mai acquisire la certezza definitiva della
propria positività, come uno che s’abbevera continuamente e ha l’impressione di
morire di sete. E così la tensione per la propria autorealizzazione produce o rischia di produrre senso e
complesso d’inferiorità.
È sufficiente un po’ di sana psicologia per capire perché: l’essere umano
non si troverà mai cercandosi troppo, non soddisferà mai il suo bisogno di
stima facendone lo scopo immediato e prioritario del proprio agire, tanto meno
illudendosi che dall’esterno, dai risultati delle sue prestazioni o dalle
promozioni ricevute sul campo possa venirgli la soluzione d’un problema
interno, come quello dell’identità e della realizzazione d’essa.
E tanto più se l’essere umano in questione ha scelto di consacrarsi al Dio di Gesù Cristo, a immagine di colui
che non ha cercato se stesso e la sua gloria, ma la salvezza degli uomini e la
gloria del Padre, realizzando entrambe (e realizzandosi) quando fu elevato da
terra, in quella croce che è il vertice misterioso d’ogni autentica
realizzazione di sé!
Diciamo che il modello dell’autorealizzazione non
s’è certamente “estinto” col periodo immediatamente successivo al Vaticano II,
ma è tuttora in …buone condizioni di salute. Ed è importante bensì sottolineare che possiede un notevole potere d’attrazione seduttiva, sostenuto e promosso com’è da una cultura che
spinge sempre più nel senso del soggettivismo solipsista,
come una tentazione che non risparmia nessuno e, come tutte le tentazioni
genuine, è infida e ingannevole, e non si lascia riconoscere come tale… I
talenti personali non sono forse dono di Dio da sfruttare? Di fatto è molto
sottile il confine tra uso dei doni personali per il Regno e appropriazione
narcisista d’essi. L’equivoco dell’autorealizzazione continua ancora, dunque, a confondere
mente e cuore di chi è chiamato a consacrarsi a Dio, come una strada senza via
d’uscita o un sentiero interrotto. È fondamentale nel tempo della
formazione iniziale un chiarimento circa il senso dell’identità e l’indicazione
d’un cammino che conduca alla certezza d’una identità
sostanzialmente e stabilmente positiva2.
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