3.2- Riconoscere la propria creaturalità
Accettare e accettarsi vuol dire anzitutto non pretendere di eliminare la
propria componente negativa, non presumere di
eliminarla con le proprie forze, da un punto di vista credente, e tanto meno
ritenere di poter programmare tempi brevi per risolvere ogni problema, al punto
di non avvertire più alcun richiamo o stimolo della propria tendenza immatura.
Sarebbero tutte aspettative irrealistiche, che mai
potrebbero avere riscontro nella realtà.
Il modello dell’accettazione sottolinea l’esigenza
di riconoscere nei propri limiti il segno del limite esistenziale, della
propria creaturalità, qualcosa che è destinato a
rimanere per sempre e che non avrebbe senso combattere con l’intento e la
certezza di sradicarlo. Sul piano più propriamente credente il limite può addirittura
essere visto come ciò che consente di recuperare la propria identità, come ciò attraverso cui passa il mistero del proprio io; ma è anche
ciò che mi mette in ginocchio e mi “costringe” a supplicare Dio perché abbia
pietà di me peccatore; infine il limite mi abilita a vivere e convivere coi
limiti altrui, senza mai scandalizzarmi, senza ritenermi superiore a nessuno,
senza irrigidirmi e fare il duro di fronte alla debolezza del fratello.
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