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P. Amedeo Cencini, FDCC
Dal modello della perfezione al modello dell’integrazione

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  • 4- Modello dell'integrazione
    • 4.1- Le due fasi
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4.1- Le due fasi

La prima fase, quella negativa, implica la fatica della rinuncia, del saper dire di no a certe pretese istintuali. Il soggetto deve imparare a contrastarle, perché le sente in rotta con la propria identità e verità interiore, con quello che vuole realizzare e diventare (le sente egoaliene non egosintoniche), le soffre e fa di tutto per mantenerle sotto controllo e non esserne dipendente. Non si riconosce in esse.

Al tempo stesso, o in una seconda fase positiva, coglie in questo contrasto un senso fondamentale della vita e del suo cammino formativo. Ovvero, se ne serve per riconoscere la propria povertà dinanzi a Dio e agli altri, per sperimentare quella misericordia che è all’origine della vita e d’ogni relazione, per non pensarsi migliore di nessuno e saper compatire le altrui infermità, per non prendersi troppo sul serio e liberarsi delle manie narcisiste

E se nonostante i suoi sforzi ritrova e riconosce ancora dentro di sé la radice del suo male, non solo accetta la sua impotenza, ma vi coglie addirittura una misteriosa presenza della potenza della Grazia. La sua, infatti, non è l’accettazione passiva e comoda di chi non conosce alcuna tensione interiore ed è tranquillo nella sua mediocrità, né la rabbia narcisista di chi –ahimé- s’è scoperto debole e povero, ma è l’esperienza grata e intensa di chi ha lottato soprattutto col suo egocentrismo e s’è progressivamente liberato dai suoi sogni (auto)perfezionisti, divenendo sempre più spazio libero per Dio, il tre volte santo; finalmente abitabile da Colui che può far grandi cose in chi s’è svuotato del proprio io, il Dio che è onnipotente in chi ha sperimentato la propria impotenza!

A questo punto quella povertà sofferta e combattuta, e ora abitata viene integrata, o viene scoperta ricca di senso, da non buttar via assolutamente. Anzi, essa diventa sempre più funzionale a un progetto formativo, ha un’enorme valenza liberante, diviene confronto ineludibile e prova attendibile dell’autenticità del cammino, è come una presenza costante che sta a ricordare qualcosa che non può mai in nessun modo esser dimenticato o messo tra parentesi. Quando quel giovane ora in formazione un domani sarà apostolo, annuncerà il vangelo della misericordia non come un dottore della legge, o un superman dello spirito che ha solo da insegnare agli altri, ma come un “guaritore ferito”, con la consapevolezza piena e sofferta della sua debolezza, con la forza convincente di chi ha sperimentato su di sé la grandezza e abbondanza del perdono, segno d’un amore che lo ha preceduto e pre-diletto, e per fortuna non commisurato ai suoi meriti. Sarà come un’integrazione continua, in un processo di formazione permanente, il cui punto d’arrivo è l’atteggiamento di Paolo che si vanta delle proprie debolezze (cf 2 Cor 12,10).




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