4.1- Le due fasi
La prima fase, quella negativa, implica la fatica della rinuncia,
del saper dire di no a certe pretese istintuali. Il
soggetto deve imparare a contrastarle, perché le sente in rotta con la propria
identità e verità interiore, con quello che vuole realizzare e diventare (le
sente egoaliene non egosintoniche),
le soffre e fa di tutto per mantenerle sotto controllo e non esserne dipendente.
Non si riconosce in esse.
Al tempo stesso, o in una seconda fase positiva,
coglie in questo contrasto un senso fondamentale della vita e del suo cammino
formativo. Ovvero, se ne serve per riconoscere la propria
povertà dinanzi a Dio e agli altri, per sperimentare quella misericordia che è
all’origine della vita e d’ogni relazione, per non pensarsi migliore di nessuno
e saper compatire le altrui infermità, per non prendersi troppo sul serio e
liberarsi delle manie narcisiste…
E se nonostante i suoi sforzi ritrova e riconosce
ancora dentro di sé la radice del suo male, non solo accetta la sua impotenza,
ma vi coglie addirittura una misteriosa presenza della potenza della Grazia. La
sua, infatti, non è l’accettazione passiva e comoda di chi non conosce alcuna
tensione interiore ed è tranquillo nella sua mediocrità, né la rabbia
narcisista di chi –ahimé- s’è scoperto debole e
povero, ma è l’esperienza grata e intensa di chi ha lottato soprattutto col suo
egocentrismo e s’è progressivamente liberato dai suoi sogni
(auto)perfezionisti, divenendo sempre più spazio libero per Dio, il tre volte
santo; finalmente abitabile da Colui che può far
grandi cose in chi s’è svuotato del proprio io, il Dio che è onnipotente in chi
ha sperimentato la propria impotenza!
A questo punto quella povertà sofferta e combattuta, e ora abitata viene integrata, o viene scoperta ricca di senso, da non
buttar via assolutamente. Anzi, essa diventa sempre più funzionale a un progetto formativo, ha un’enorme valenza liberante,
diviene confronto ineludibile e prova attendibile
dell’autenticità del cammino, è come una presenza costante che sta a ricordare
qualcosa che non può mai in nessun modo esser dimenticato o messo tra
parentesi. Quando quel giovane ora in formazione un
domani sarà apostolo, annuncerà il vangelo della misericordia non come un
dottore della legge, o un superman dello spirito che ha solo da insegnare agli
altri, ma come un “guaritore ferito”, con la consapevolezza piena e sofferta
della sua debolezza, con la forza convincente di chi ha sperimentato su di sé
la grandezza e abbondanza del perdono, segno d’un amore che lo ha preceduto e
pre-diletto, e per fortuna non commisurato ai suoi meriti. Sarà come
un’integrazione continua, in un processo di formazione permanente, il cui punto
d’arrivo è l’atteggiamento di Paolo che si vanta delle proprie debolezze (cf 2 Cor 12,10).
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