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P. Amedeo Cencini, FDCC
Dal modello della perfezione al modello dell’integrazione

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  • 1- Modello della perfezione
    • 1.3 - Senza passioni e senza passione
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1.3 - Senza passioni e senza passione

Vediamo alcune implicanze sul piano formativo di questo equivoco. Il giovane viene orientato lungo un percorso che si rivela impossibile: lo si spinge, infatti, a cancellare una parte del proprio io, quella considerata meno nobile o più umiliante, al punto d'illuderlo di poter riuscire nell'intento, eliminandola ed estirpandola alla radice; col risultato che non si elimina un bel niente, se mai si relega tutto nell'inconscio, da dove l'istinto negato continua a disturbare - indisturbato - la vita cosciente del soggetto, infiltrandosi sottile come motivazione profonda di gesti apparentemente corretti ed evangelici, o come ragione ultima di sensazioni, reazioni, stati d'animo, crisi «inspiegabili».

Altra conseguenza molto negativa a livello formativo: si trasmette al giovane una idea contraddittoria di se stesso; vi sarebbe, infatti, nel suo io una zona irrimediabilmente negativa che va dominata o che è meglio ignorare, misterioso «buco nero». Da un lato, allora, si favorisce un certo senso di presunzione e di sufficienza («devi dominare e cancellare tutto il negativo »), dall'altro si insinua una concezione negativa del proprio essere, che non tarderà a emergere come rabbia e senso di colpa quando il soggetto non riesce a vincere e dominare, o come depressione e smarrimento quando è costretto a constatare che non ha cancellato un bel niente. La risultante di questa confusione sarà che il soggetto non è aiutato a conoscersi né ad accettarsi; in una parola, sarà poco libero con se stesso e con gli altri, sui quali tenderà, difensivamente, a proiettare quanto gli fa problema e non accetta di sé. Infine, come già accennato, si impoverisce in generale la vita psichica: ogni passione, per quanto diabolica, contiene energia, e senza energia l'uomo non può realizzare nulla. Sarà o rischierà di essere un essere senza passioni, ma anche senza passione.

Il vantaggio del modello della perfezione è l’estrema chiarezza del progetto proposto, dei valori da raggiungere e della disciplina da praticare, della distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, dei percorsi metodologici e delle rinunce inevitabili. E non è poco.

In ogni caso tale modello appartiene a un certo passato, anche se non proprio passato del tutto; qua e là sono ancora riconoscibili in certe odierne concezioni e prassi educative residui di questa mentalità. In tempi, poi, d’incertezza e disorientamento come i nostri c’è chi ritiene che tutto si potrebbe risolvere tornando semplicemente a questo modello, con la chiarezza che lo contraddistingue e la disciplina che ne deriva.

Ma dobbiamo dire che di fatto tale modello crea seri problemi non solo a livello psicologico e formativo, come abbiamo visto, ma anche a livello di vita spirituale e d’interpretazione corretta del messaggio cristiano, offrendo il fianco al rischio del perfezionismo e del legalismo. Chi interpreta la tensione verso la perfezione in termini eccessivamente realisti e immediati, privilegiando subito i comportamenti, di fatto rischia di scadere in quella sindrome della osservanza formale, della legge per la legge, che Gesù stesso ha con particolare veemenza contestato e che Paolo continuerà con altrettanta passione ad attaccare; la pretesa, infatti, di costruirsi nella perfezione con le proprie mani e i propri muscoli rende vana la croce di Cristo.

Non poteva dunque reggere tale modello al rinnovamento innescato dal Concilio Vaticano.




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