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PRIME
INTUIZIONI
A Cascia, Elisabetta intuisce che ci sono modelli di vita
alternativi a quelli da lei finora conosciuti. Con il tipico slancio
dell’adolescente, che vive di suggestioni, decide di imitare lo stile di vita
delle suore. Per pregare dorme poco ed esagera nelle mortificazioni e nelle rinunce
al punto da risentirne fisicamente.
Il ricordo
di Cascia l’accompagna per tutta la vita. “Quanto
stavo bene nell’età della mia puerizia in quel sacro chiostro racchiusa –
scriverà in seguito – ché ad altro non pensavo che a Voi (Signore). Quanto lieto
e tranquillo era il mio cuore. Eppure allora non conoscevo il mio benessere”.
Vive in
maniera particolarmente intensa la sua prima comunione. Da allora, l’Eucarestia sarà il fulcro della sua vita spirituale e il
centro della sua giornata: il permesso che le verrà accordato, anni dopo, di
fare la comunione quotidiana costituirà per lei un “privilegio” straordinario.
Lo trasformerà in quotidiano incontro d’amore, in dialogo ininterrotto con
l’“amato mio Bene”, in impegno costante per la salvezza e la redenzione del
mondo e della Chiesa.
“Mi
dedicai tutta al Signore – ricorda, sempre a proposito degli anni trascorsi a Cascia – con continue orazioni e mortificazioni e con
esercizi di virtù, ma particolarmente col raccoglimento interiore. Questo lo
procuravo con la solitudine e con la mortificazione dei sentimenti del corpo.
Ero favorita da Dio bene spesso tanto nella santa Comunione, quanto nelle
orazioni”. È evidente che da adulta Elisabetta tende a considerare quell’esperienza giovanile come la prima tappa del suo
itinerario spirituale.
In
occasione della prima comunione, senza chiedere il parere di nessuno – il
confessore del monastero pare non si sia accorto della particolare ricchezza
del suo spirito – Elisabetta fa voto di castità.
A dodici
anni, una scelta del genere esprime una grande generosità di spirito: la
piccola Elisabetta capisce in qualche modo che per essere tutta di Dio occorre
donarsi a Lui completamente. Ma il senso di un voto del genere le sfugge e di
fatto se ne dimenticherà per anni. In quel periodo sa comunque elaborare le
motivazioni di quel gesto: è perché intende farsi suora che emette il voto di
castità.
Anche sua
sorella Benedetta coltiva, sia pure con minor slancio e maggior equilibrio, la
stessa idea. Timida e riservata, piuttosto insicura e fragile, non lascia mai
Elisabetta, vuole da lei protezione e attenzione. Le suore tentano invano di
separarla, ma alla fine devono rassegnarsi ad accettare il dato di fatto: alle
due sorelle Canori viene concesso di dormire nella stessa stanza e di fare
assieme tutte le attività proprie della vita comunitaria. Per Elisabetta è un
peso tal quale questa dipendenza della sorella da lei, ma fa di necessità
virtù: la ascolta, l’aiuta, se la porta sempre dietro.
Benedetta
però, al di là delle apparenze, si rivela nel giro di qualche mese ragazza
piuttosto autonoma e inventiva. Decisa a realizzare, assieme alla sorella, il
sogno di farsi suora, si informa sulle modalità di accettazione e viene a
sapere che per la giovane età non possono essere ancora accolte nel monastero.
Alla
ragazzina un divieto del genere risulta ingiusto. Ha fretta e passa alle vie di
fatto organizzando una straordinaria messa in scena. Non si sa come, riesce a
mettersi in contatto con la superiora del monastero di S. Chiara da Montefalco e a strapparle la promessa di essere accolta tra
le sue suore, falsificando forse l’età. Di nascosto scrive poi a casa, dicendo
al padre che Elisabetta sta molto male e che deve venirle a prendere.
Tommaso
Canori si precipita a Cascia. Trova Elisabetta
pallida e dimagrita e decide immediatamente di riportarla a Roma, assieme alla
sorella. Benedetta tenta di far notare al papà che l’aria di Roma forse non è
adatta e che l’aria di Montefalco è certamente più
fine e poi c’è un monastero… Ma Tommaso Canori non accetta alcun consiglio e
sotto gli occhi esterrefatti delle buone suore, all’oscuro di tutto, si porta
via le figlie.
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