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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • UN AMORE DIFFICILE
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UN AMORE DIFFICILE

Cristoforo ha arredato un alloggio nel palazzetto dei Vespignani, presso S. Eustachio, con grande gusto ed eleganza. Profondamente innamorato della moglie, viene ricambiato da Elisabetta con grande affetto e disponibilità. Una coppia felice.

Elisabetta conosce bene i suoi doveri di moglie e di donna di casa e anche se il marito le proibisce qualsiasi lavoro manuale e, quando rientra a casa arriva a controllarle le mani per vedere se ha adoperato ago e filo, lei di nascosto lavora, legge e occupa attivamente il suo tempo.

Cristoforo è un marito squisito ma si rivela presto persona affettivamente immatura: possessivo e geloso non consente alla moglie nessuna scelta autonoma e la rimprovera quando scopre che non obbedisce ai suoi ordini. Sopporta persino a fatica che i genitori di Elisabetta la vadano a trovare e si trattengano con lei mentre è fuori casa. Elisabetta è a disagio e i suoi genitori capiscono: per evitare ogni motivo di discussione diradano e poi interrompono le visite alla figlia. Si accontentano di passare ogni giorno sotto la casa di lei, per guardarla dalla strada e scambiare un saluto a distanza.

Giovane brillante e ben introdotto negli ambienti aristocratici, Cristoforo ama il teatro e i divertimenti, ama soprattutto esibirsi accanto alla moglie, il cui fascino scatena la curiosità e l’interesse di molti ammiratori. Elisabetta, ingenuamente, non si accorge degli sguardi e non registra i commenti.

Ma è Cristoforo che si rende conto del “successocrescente della moglie. La cosa lo infastidisce, lo irrita. Diventa ombroso e sospettoso. Le scenate di gelosia sono all’ordine del giorno.

Durante la prima gravidanza, uno strano episodio viene a segnare la vita della giovane coppia. Cristoforo aveva ricevuto in regalo una pistola e la stava mostrando, una mattina, alla moglie nella camera da letto. Elisabetta, spaventata, lo prega di scaricarla. Cristoforo l’accontenta ed, eseguita l’operazione, punta per scherzo l’arma contro la moglie. Una strana voce grida di mirare altrove e, mentre Cristoforo automaticamente cambia la mira, parte un colpo che raggiunge il quadro di un crocifisso, a pochi centimetri dalla testa di Elisabetta, mandandolo in frantumi. Paura, fumo, puzza. Un effetto strano che impressiona Elisabetta. Nel suo diario annoterà questo “segnoparticolare, scorgendovi una misteriosa indicazione divina.

Nasce una bella bambina che riporta l’armonia in casa. Per pochissimi giorni. La piccola non riesce a deglutire e muore. È un dolore terribile per Elisabetta e per tutti.

Anche una seconda gravidanza si conclude drammaticamente. Ma ad aggravare il dolore di Elisabetta è il comportamento sempre più strano del marito. Assente, chiuso in se stesso, teso più del solito, Cristoforo rispetta le apparenze ma si vede che non è più lo stesso. Elisabetta non vuole sospettare niente di particolare e si accontenta delle spiegazioni che riceve, unicamente preoccupata di non fargli mancare l’affetto e la tenerezza.

In realtà Cristoforo aveva avviato una relazione con una donna di modeste condizioni, che lo legherà a sé in una maniera fortissima, costringendolo non solo a tradire sistematicamente la moglie ma a dilapidare il patrimonio, riducendo sul lastrico la famiglia.

Quando Elisabetta viene a conoscere la verità e tenta di discuterne con il marito, viene aggredita da un Cristoforo infuriato che nega tutto, accusandola di sfiducia nei suoi confronti.

La nascita nel 1799 di Marianna non migliora le cose. Cristoforo è ormai in balia dell’amante, per raggiungere la quale è capace di lasciare la moglie sola a teatro o nel bel mezzo di un ricevimento con scuse penose.

In casa Mora gli animi sono agitati. Il fatto diventa, come succede sempre in questi casi, di dominio pubblico. Il prestigio della famiglia è, in qualche modo, compromesso. Ma Cristoforo non recede e continua a chiedere soldi ai suoi genitori, con i pretesti più strani. Si fa di tutto perché il vecchio dottor Mora non venga a conoscere la vera natura di certi ammanchi di cassa.

Una situazione insostenibile. Per allentare la tensione, come succede, qualcuno vuole trovare un capro espiatorio, su cui scaricare la responsabilità della vicenda. E così si comincia ad accusare Elisabetta di poca


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attenzione per il marito, di poca capacità di tenerlo legato alla famiglia, di incompetenza nell’amministrazione della casa.

Elisabetta è frastornata e umiliata. Non si rassegna al fallimento del suo matrimonio, fa di tutto per tenere unita la famiglia e, senza contestare direttamente le accuse che le vengono rivolte, dimostra il massimo di disponibilità verso suoceri e cognati.

In occasione di una grave malattia, che tiene Cristoforo a letto per alcuni mesi, Elisabetta passa giorno e notte accanto al marito dandogli una straordinaria prova di amore e di dedizione. I parenti si riavvicinano e l’aiutano, aveva infatti da badare anche alla figlia. Per un momento spera che quella malattia possa essere una buona soluzione e che Cristoforo rinsavisca.

Il marito infatti non può non registrare l’eccezionale risposta di Elisabetta al suo tradimento. Si commuove, ringrazia. Sembra voler recuperare il suo ruolo e la sua dignità.

I signori Mora decidono di mettersi in casa figlio, nuora e nipote, un po’ per ridurre le spese, un po’ per meglio seguire la convalescenza di Cristoforo o forse per controllarlo meglio. Elisabetta accetta, anche se è a disagio per non poter disporre di una casa propria.

Pur essendo trattata dai suoceri alla pari delle altre figlie, in casa Mora non fa certo la parte dell’ospite: è attivissima, si accolla i lavori domestici, si rende disponibile a suoceri e cognate, è affabile con la servitù, partecipa con disinvoltura a feste e ricevimenti. Non può evidentemente sottrarsi alla curiosità, spesso cattiva, di parenti e conoscenti che vogliono sapere del suo matrimonio e dei rapporti con il marito. Soffre e nasconde il suo stato d’animo con grande dignità.

Il 5 luglio 1801 alla luce Maria Lucina ed è una gioia per tutti. Un’altra occasione per sperare in un ravvedimento, perché Cristoforo sembra felice di essere nuovamente padre. In realtà è solo più cauto e più bravo nel nascondere la sua seconda vita: è sempre meno presente in casa, con la scusa degli impegni di lavoro, e comincia a passare più di qualche notte fuori.

La quarta gravidanza e il disagio psicologico di un rapporto matrimoniale insostenibile piegano la resistenza di Elisabetta che si ammala. È giocoforza affidare ad altri la neonata e, per evitare conflitti tra i parenti, si decide per una balia di Trastevere. Elisabetta, non appena le forze glielo consentono, va a trovare la bambina e la trova in condizioni pietose, sporca, dimagrita e “piena di sfogo”. Si cambia immediatamente balia, ma Elisabetta ricade ammalata e, questa volta, si teme addirittura per la sua vita. Le viene impartita l’Estrema Unzione.

Nel diario essa parla di “febbre putrida maligna”, riferendosi probabilmente ad una grave malattia infettiva. “Diciannove giorni stetti priva di ogni umano pensiero, ma il pensiero dell’eternità in cui sicuramente credevo di dover passare, teneva tutte impiegate le potenze della povera anima mia. Non cercavo rimedio al mio male, né di sostentare le mie deboli forze, ma solo rivolto il mio cuore al Signore, Gli domandavo misericordia e perdono; prevenuta dalla grazia, eccessivo era il dolore dei miei peccati”.

Il verdetto dei medici non consente illusioni: Elisabetta è condannata. E invece guarisce, al di di ogni ragionevole spiegazione medica. Cinque mesi di convalescenza convincono Elisabetta che “la vita miracolosa che il Signore mi aveva restituita non doveva essere più mia”. È la scelta radicale: “mi offrii tutta al mio Signore”. A caratterizzare questa scelta è subito una vita sacramentale molto intensa: confessione e comunione settimanali e poi, per una felice intuizione del suo confessore, la comunione tre volte alla settimana. “Di questa grazia ringraziai affettuosamente Gesù e Maria: qual profitto mi portò la frequenza della Ss.ma comunione non posso esprimere”.

Non appena le forze glielo consentono, Elisabetta si fa riportare la figlia e la trova pelle e ossa, incapace persino di lamentarsi. La balia si giustifica dicendo che la bambina rifiutava il suo latte, ma Elisabetta capisce come sono andate le cose. “Si reca la bimba in seno, chiede un uovo fresco, lo a bere alla figlia che lo sorbisce, e si calma dal suo malinconico lagno”. Determinazione materna e saggezza pediatrica del tempo.




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