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LA
NORMALITÀ DELLA FEDE
Nel
raccontare la vita di Elisabetta, stiamo cercando, nel rispetto dei fatti, di evitare
il troppo facile effetto della santità anticipata.
Nel caso
di Elisabetta Canori Mora questa avvertenza ci pare particolarmente importante,
trattandosi di una donna che ha raggiunto la santità attraverso una
straordinaria esperienza umana e una eccezionale esperienza mistica. La sua
vita potrebbe far pensare al caso atipico, all’evento fuori dal comune, al
“fenomeno” ricco di effetti speciali – moltissimi, come vedremo – ma privo di
collegamenti concreti con la nostra esperienza e con la nostra sensibilità di
oggi.
E invece
nella vicenda di Elisabetta Canori Mora non c’è niente che si presti ad una
forzatura del genere, tantomeno la sua esperienza
mistica.
Elisabetta
è una donna del suo tempo e della sua classe sociale. È intelligente ma poco
colta (non finisce nemmeno gli studi), il che non mette in discussione le sue
notevoli doti letterarie: è una scrittrice incisiva ed efficace anche se poco
esperta della grammatica e della sintassi. La sua ricchezza interiore può
tradursi in componimenti lirici di notevole suggestione, tanto più
significativi in quanto accompagnati da una incontestabile povertà formale.
Come
donna, Elisabetta accetta il modello corrente, che la vuole ragazza riservata,
moglie fedele, madre, custode della famiglia, educatrice, cristiana devota.
Difficile trovare nel suo diario – da lei scritto per ordine del confessore –
altro fatto storicamente datato – una qualche critica a questo tradizionale
ruolo femminile, allora socialmente e religiosamente riconosciuto. Impossibile
quindi leggere la sua personalità con la diversa consapevolezza che la donna di
oggi ha maturato circa il proprio ruolo e la propria identità. Più interessante
invece osservare come a partire da un modello così psicologicamente e
culturalmente condizionato, Elisabetta sia riuscita a inventare un progetto di
vita straordinario e, come avremo modo di dimostrare, quanto mai attuale.
La sua
fede, assorbita spontaneamente dall’ambiente familiare e sociale, diventa
progressivamente una scelta consapevole che si traduce nella preghiera
quotidiana, nella frequenza dei sacramenti, nella scelta di un’obbedienza
assoluta al direttore spirituale. È una fede che pervade tutta la sua
esistenza, alla luce della quale Elisabetta legge la storia e ritiene che
quanto avviene sia sempre espressione della volontà e dell’amore di Dio, in
sintonia ancora una volta con la teologia e la spiritualità dominanti nel suo
tempo. Il fatto che lei da queste certezze sappia dedurre conclusioni pratiche
e scelte di vita “eroiche” amplia il significato della sua esperienza:
l’eroismo di Elisabetta non sta nella testa ma nel cuore e nelle mani. Alla
“verità” essa arriva “camminando” non teorizzando.
È questa
concretezza, accompagnata da una straordinaria sensibilità etica e religiosa,
che consiglia la suocera di affidarle le due figlie più giovani, nella
convinzione di aver trovato in lei una guida e una maestra credibile. Ed
Elisabetta soddisfa puntualmente le aspettative della suocera e delle giovani
cognate. Il che conferma che Elisabetta rientrava nei canoni della normalità
allora riconosciuti: le si attribuiva al massimo una particolare capacità di
rispettarli. Sarà quando la sua coerenza la porterà a rifiutare radicalmente il
modello di donna corrente, quando i suoi parenti la vedranno “affatto slontanata dalli divertimenti del mondo, abbandonare li
adornamenti donneschi, contenta di vestire un abito triviale” che le
rinfacceranno la sua “sconveniente” diversità.
Ciò
nonostante, Elisabetta continuerà a vivere di fede e di pratica religiosa, di
fedeltà ai suoi doveri di madre e di sposa, di lavoro e di impegno per gli
altri nella convinzione di rispettare la più ovvia normalità. La sua
religiosità, pur essendo profondamente segnata da espressioni e pratiche di
provenienza monastica, non la estrania dai suoi compiti familiari: Elisabetta
non è una madre che per andare in chiesa abbandona il marito o le figlie o che
per pregare si dimentica di preparare il pranzo. Al massimo si alza più presto
al mattino e prega quando gli altri dormono. Costretta alla povertà da un
marito incosciente e infedele, si guadagnerà da vivere facendo la sarta. Da
quando non si può più permettere cameriere e maggiordomi sbriga da sola i
lavori più pesanti, incurante del freddo, del caldo, della stanchezza e, per
anni, anche della fame.
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È una
donna forte, concreta, decisa, oculata con le figlie. Sempre, anche quando
l’esperienza mistica raggiunge i massimi livelli. Mentre è in estasi, può
continuare a cucire. Il che è meno eccezionale di quanto si possa pensare a
prima vista. E lei è la prima a voler sottrarre alla curiosità o
all’ammirazione altrui quanto di straordinario vive.
In questa
difesa gelosa della sua “normalità” possiamo leggere correttamente una lucida
adesione di Elisabetta alla sua vocazione squisitamente laica. Se la riveste di
“sacro” è perché è convinta che tutto è grazia. Elisabetta non è una donna
costernata davanti alle prove della vita e non si rifugia quindi nella fede per
cercare protezione, ma è una donna “prosternata” davanti al mistero dell’amore
di Dio. Il suo Dio non è la Ragione Suprema che tutto spiega ma è comunione
d’amore – Trinità appunto – che tutto salva e redime.
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