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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • LA NORMALITÀ DELLA FEDE
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LA NORMALITÀ DELLA FEDE

Nel raccontare la vita di Elisabetta, stiamo cercando, nel rispetto dei fatti, di evitare il troppo facile effetto della santità anticipata.

Nel caso di Elisabetta Canori Mora questa avvertenza ci pare particolarmente importante, trattandosi di una donna che ha raggiunto la santità attraverso una straordinaria esperienza umana e una eccezionale esperienza mistica. La sua vita potrebbe far pensare al caso atipico, all’evento fuori dal comune, al “fenomenoricco di effetti speciali – moltissimi, come vedremo – ma privo di collegamenti concreti con la nostra esperienza e con la nostra sensibilità di oggi.

E invece nella vicenda di Elisabetta Canori Mora non c’è niente che si presti ad una forzatura del genere, tantomeno la sua esperienza mistica.

Elisabetta è una donna del suo tempo e della sua classe sociale. È intelligente ma poco colta (non finisce nemmeno gli studi), il che non mette in discussione le sue notevoli doti letterarie: è una scrittrice incisiva ed efficace anche se poco esperta della grammatica e della sintassi. La sua ricchezza interiore può tradursi in componimenti lirici di notevole suggestione, tanto più significativi in quanto accompagnati da una incontestabile povertà formale.

Come donna, Elisabetta accetta il modello corrente, che la vuole ragazza riservata, moglie fedele, madre, custode della famiglia, educatrice, cristiana devota. Difficile trovare nel suo diario – da lei scritto per ordine del confessore – altro fatto storicamente datato – una qualche critica a questo tradizionale ruolo femminile, allora socialmente e religiosamente riconosciuto. Impossibile quindi leggere la sua personalità con la diversa consapevolezza che la donna di oggi ha maturato circa il proprio ruolo e la propria identità. Più interessante invece osservare come a partire da un modello così psicologicamente e culturalmente condizionato, Elisabetta sia riuscita a inventare un progetto di vita straordinario e, come avremo modo di dimostrare, quanto mai attuale.

La sua fede, assorbita spontaneamente dall’ambiente familiare e sociale, diventa progressivamente una scelta consapevole che si traduce nella preghiera quotidiana, nella frequenza dei sacramenti, nella scelta di un’obbedienza assoluta al direttore spirituale. È una fede che pervade tutta la sua esistenza, alla luce della quale Elisabetta legge la storia e ritiene che quanto avviene sia sempre espressione della volontà e dell’amore di Dio, in sintonia ancora una volta con la teologia e la spiritualità dominanti nel suo tempo. Il fatto che lei da queste certezze sappia dedurre conclusioni pratiche e scelte di vitaeroicheamplia il significato della sua esperienza: l’eroismo di Elisabetta non sta nella testa ma nel cuore e nelle mani. Alla “verità” essa arrivacamminando” non teorizzando.

È questa concretezza, accompagnata da una straordinaria sensibilità etica e religiosa, che consiglia la suocera di affidarle le due figlie più giovani, nella convinzione di aver trovato in lei una guida e una maestra credibile. Ed Elisabetta soddisfa puntualmente le aspettative della suocera e delle giovani cognate. Il che conferma che Elisabetta rientrava nei canoni della normalità allora riconosciuti: le si attribuiva al massimo una particolare capacità di rispettarli. Sarà quando la sua coerenza la porterà a rifiutare radicalmente il modello di donna corrente, quando i suoi parenti la vedranno “affatto slontanata dalli divertimenti del mondo, abbandonare li adornamenti donneschi, contenta di vestire un abito triviale” che le rinfacceranno la sua “sconvenientediversità.

Ciò nonostante, Elisabetta continuerà a vivere di fede e di pratica religiosa, di fedeltà ai suoi doveri di madre e di sposa, di lavoro e di impegno per gli altri nella convinzione di rispettare la più ovvia normalità. La sua religiosità, pur essendo profondamente segnata da espressioni e pratiche di provenienza monastica, non la estrania dai suoi compiti familiari: Elisabetta non è una madre che per andare in chiesa abbandona il marito o le figlie o che per pregare si dimentica di preparare il pranzo. Al massimo si alza più presto al mattino e prega quando gli altri dormono. Costretta alla povertà da un marito incosciente e infedele, si guadagnerà da vivere facendo la sarta. Da quando non si può più permettere cameriere e maggiordomi sbriga da sola i lavori più pesanti, incurante del freddo, del caldo, della stanchezza e, per anni, anche della fame.


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È una donna forte, concreta, decisa, oculata con le figlie. Sempre, anche quando l’esperienza mistica raggiunge i massimi livelli. Mentre è in estasi, può continuare a cucire. Il che è meno eccezionale di quanto si possa pensare a prima vista. E lei è la prima a voler sottrarre alla curiosità o all’ammirazione altrui quanto di straordinario vive.

In questa difesa gelosa della sua “normalità” possiamo leggere correttamente una lucida adesione di Elisabetta alla sua vocazione squisitamente laica. Se la riveste di “sacro” è perché è convinta che tutto è grazia. Elisabetta non è una donna costernata davanti alle prove della vita e non si rifugia quindi nella fede per cercare protezione, ma è una donnaprosternata” davanti al mistero dell’amore di Dio. Il suo Dio non è la Ragione Suprema che tutto spiega ma è comunione d’amoreTrinità appunto – che tutto salva e redime.




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