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UNA
FEDELTÀ IRRIDUCIBILE
Questa
concretezza, che non ammette soluzioni di continuità tra vita quotidiana e
fede, si rivela particolarmente creativa nell’atteggiamento che Elisabetta
assume rispetto al marito che la tradisce.
Quando è
chiaro a lei e a tutti che Cristoforo non cambierà vita, l’idea di una
separazione la può anche sfiorare, non fosse che per recuperare un minimo di
tranquillità per sé e per le figlie. Ma a prevalere saranno altre
considerazioni.
Obbedisce,
con comprensibile disagio, all’ordine di un confessore piuttosto rozzo che le
impone di riprendere i rapporti intimi con il marito. Il rifiuto di questi,
violento e sarcastico, la umilia come donna, ma quando Cristoforo le chiede il
consenso di continuare la relazione extraconiugale, con la squallida
motivazione di restituire l’onore all’amante, il suo “no” è categorico.
La famiglia
Mora si spacca: da una parte il padre e le figlie vogliono che Cristoforo paghi
con la galera la vergogna loro inflitta; dall’altra la madre lo difende
strenuamente e cerca una soluzione di compromesso.
Cedendo
alle insistenze del suocero, Elisabetta si limita verbalmente a consentire che
si faccia ricorso al tribunale ecclesiastico. Il cardinale Vicario di Roma,
appena ricevuto il ricorso, spicca l’ordine di “custodia cautelare”. Cristoforo
è rinchiuso nel convento dei Passionisti ai SS. Giovanni e Paolo, impegnato in
“spirituali esercizi” fino a nuovo ordine. Viene avviato il processo. A quei
tempi il potere ecclesiastico aveva i mezzi non solo per processare e
condannare gli adulteri ma anche per applicare pene detentive. Siamo nel 1807.
L’avvocato
deve sottomettersi al provvedimento. I religiosi che lo prendono in consegna
sono molto zelanti e non gli lesinano ore e ore di cappella, di prediche e di
silenzio, concedendogli solo lo svago di qualche momento d’aria nell’orto del
convento. Costretto a ripensare ai suoi casi, Cristoforo è quasi sul punto di
riconoscere il suo torto e di chiedere perdono. Ma la rabbia di essere stato
svergognato dalla moglie – come credeva – davanti a tutta Roma, lo trattiene.
Riesce a farle pervenire una lettera ricattatoria, carica di minacce, che
Elisabetta consegna ai suoceri. I due si spaventano e sollecitano la
conclusione del processo. Il Tribunale emette la sentenza: divieto assoluto di
incontrare e di parlare all’amante; in caso di non emendamento cinque anni di
reclusione per lui a Castel Sant’Angelo
ad arbitrio del cardinale Vicario e altrettanti per la donna nel carcere
femminile di S. Michele presso Ripa Grande.
L’avvocato
capisce che gli conviene cambiare tattica. Scrive una lettera ai genitori
promettendo loro di interrompere definitivamente la relazione adulterina e di
mettere la testa a partito. Troppo e troppo in fretta per essere credibile.
Padre e sorelle non gli credono, infatti. Lo vogliono rinchiuso a Castel Sant’Angelo. La madre
invece lo difende. Elisabetta si dimostra indifferente. Mentre il tribunale
prende atto della “conversione” di Cristoforo, le due cognate, un po’ per
realismo un po’ per interesse, le propongono di cambiare casa, onde evitare la
prevedibile reazione di Cristoforo. Non se ne fa niente. Cristoforo, dopo ventotto giorni di “spirituali esercizi”, torna in
famiglia.
Gentile,
sottomesso, suadente con i genitori, sfoggia tutta la sua arte consumata di
avvocato per convincerli a far rientrare il divieto di incontrare l’amante: ritiene
suo dovere di gentiluomo restituirle l’onore. Con Elisabetta è invece duro,
minaccioso, strafottente, un “leone infierito – scrive lei – per vedersi privo
della sua amica. La privazione di questa amicizia non ad altro servì che
inferocirlo contro di me, sicché molto dovetti soffrire da questo omo
forsennato”.
Cristoforo
pretende da lei un consenso scritto per “tornare liberamente a trattare la sua
amica”. Elisabetta, per guadagnare tempo chiede di consigliarsi con il
confessore. È un diversivo inutile: il suo confessore le può dare solo la
risposta che lei conosce già. Cristoforo si imbestialisce e passa alla violenza
fisica. Una sera, al colmo della rabbia, estrae un pugnale e le si avventa
contro. La suocera arriva appena in tempo per inframmetersi
tra i due e impedire il peggio. Cristoforo, davanti alla calma irremovibile
della moglie, ha un attimo di mancamento: Elisabetta lo soccorre. L’avvocato si
riprende e ricomincia con gli insulti. Poi si alza ed esce di casa, minacciando
di andarsi ad ammazzare.
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La
suocera, disperata e spaventata, accusa Elisabetta di essere la causa di tutto.
A rincarare la dose arrivano le cognate. Le bambine, svegliate dal grande
baccano, sono spaventate. Una notte d’inferno. Ricordandola, Elisabetta si
meraviglia di non aver mai perso la calma interiore e di aver saputo affrontare
la prova con una straordinaria serenità di spirito.
Il giorno
dopo Cristoforo ritorna, più cupo che mai. In casa tutti sono del parere che
occorra trovare una soluzione. Si teme per l’incolumità di Elisabetta. “Ai miei
parenti – scrive – recava molta meraviglia come io avessi tanto spirito di
restare sola di notte in camera con un uomo tanto imbestialito, senza paura di
restar morta per le sue mani”.
Non si
piega davanti alle minacce, agli insulti e alle percosse. Tre mesi drammatici.
Qualcuno dei parenti la consiglia di ritirarsi in convento, sua madre vuole che
torni a casa, il suo confessore la consiglia di sciogliere il matrimonio.
“In mezzo
a tutta questa disparità di pareri, il mio spirito riposava dolcemente nelle
braccia del suo Signore”. Alla fine è Elisabetta a decidere, su indicazione
divina. Dice al suo confessore: “Deponga ogni pensiero riguardo a questa
separazione di matrimonio, perché io antepongo la salvezza di queste tre anime
al mio profitto spirituale perché lì è maggior gloria di Dio”.
In questa
scelta di Elisabetta, al di là delle motivazioni etiche e religiose da essa
espresse, c’è un significativo modo di affrontare il problema. Tutte le ipotesi
che le vengono proposte, di fatto invece di risolvere il conflitto lo negano:
accettano di fatto l’adulterio. Lei invece punta ad una soluzione vera e lo fa
ristrutturando i termini del problema: non considera più marito e figlie come
congiunti cui è legata da un vincolo contratto con il matrimonio ma come
“anime” da amare “per pura carità e cercare per questi tutti i vantaggi della
loro eterna salvezza”. Rinunciando “ad ogni affetto sensibile che possa mai
avere il mio cuore verso di loro”, in realtà li lega a sé con un amore molto
più grande.
Non
riuscendo a produrre il cambiamento in quanto sposa e madre, assume un altro
ruolo: quello di salvatrice. Invece di porsi l’obiettivo, ormai impraticabile,
del recupero dell’amore del marito, si pone quello della sua salvezza.
In questo
modo, scende a sorpresa sullo stesso terreno di Cristoforo e si confronta con
la sua stessa logica: come lui si sente in obbligo di “salvare” la sua amante,
restituendole l’onore compromesso senza pretendere vantaggi affettivi, ma per
puro senso di giustizia; così Elisabetta non gli concede la separazione, per
puro senso di “carità”, rinunciando agli affetti sensibili per la sua salvezza
eterna. Per restituire l’onore all’amante, a questo punto, Cristoforo non può
far altro che riconoscere l’amore della moglie.
Sarà
questa “trappola” della fedeltà che assicurerà ad Elisabetta il successo
finale. Ed è significativo che Cristoforo non sia mai riuscito a liberarsene,
anche quando poteva presumere che la giustizia non si interessasse più al suo
caso. La sua fissazione gli creerà attorno il vuoto, ma la fedeltà di
Elisabetta gli impedirà di andare alla deriva. Se ne renderà drammaticamente
conto dopo la morte della moglie.
Della
fedeltà, Elisabetta fa una questione di principio, ma ne difende coscientemente
anche la funzione pratica: evitare alle figlie la scomparsa definitiva della
figura paterna (coraggiosa e intelligente scelta pedagogica); imporre al marito
almeno il rispetto dei suoi impegni di sostentamento economico della famiglia
(difesa tenace di un diritto acquisito, condotta da una donna che non accetta
di essere messa da parte come un oggetto consumato e rivendica pari
responsabilità familiari, a tutti i livelli).
Elisabetta
chiede con insistenza a Cristoforo di ricordarsi dei suoi obblighi e di pensare
alle necessità della famiglia. È umile ma non succube. Non baratta se stessa e
il matrimonio con gli alimenti. Esige solo quello che le spetta.
Nella sua
fedeltà riscontriamo quindi anche una componente lucidamente ed eroicamente
“laica”. Elisabetta non accetta di cambiare di segno la sua esperienza
familiare: per quanto ella viva immersa nel divino, tiene mani, piedi, cuore e
cervello ben fissati alla terra. Come qualsiasi madre, sa che il pane prima di
diventare simbolo di amore e di comunione deve arrivare concretamente sulla
tavola: ai figli che hanno fame non si imbandiscono buoni sentimenti.
A
controprova di questa irriducibile concretezza nei rapporti umani e familiari
sta anche l’atteggiamento assunto da Elisabetta in quella particolare esperienza
che sono state le “nozze mistiche”. Una volta che essa cede alla “seduzione” di
Cristo che la vuole sua sposa, la sua fedeltà non conosce incrinature. Anche in
questo caso le prove non mancano e sono durissime, per lei. Pur non venendo
meno al patto mistico, il suo “amatissimo Gesù” le si
sottrae, si nasconde. In un certo senso la “tradisce” trattandola come una
vittima sacrificale della sua giustizia. Ma neanche il “silenzio di Dio” piega
Elisabetta. Essa esige che parli, rivendica il “diritto” di ascoltare la sua
voce, vuole veder soddisfatto ampiamente il suo appassionato desiderio.
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Sarebbe
errato pensare alle “nozze mistiche” come ad un surrogato consolatorio del
matrimonio fallito di Elisabetta, come se essa, tradita dal marito terreno, avesse
trovato nello sposo celeste l’alternativa al suo bisogno di amare o quantomeno
una sublimazione dello stesso. La testimonianza diretta di Elisabetta e di
quelli che l’hanno conosciuta esclude un’ipotesi del genere.
Elisabetta
risponde positivamente alla nuova proposta nuziale come ad un ulteriore
impegno, come ad una nuova vocazione. Agli inizi è reticente, non si sente
degna, lo ritiene un compito superiore alle sue forze, fa resistenza anche
perché teme si tratti di un inganno del suo spirito. Ma quando sceglie non
vuole contropartite consolatorie, si meraviglia anzi che le vengano date.
Nelle
diverse celebrazioni delle “nozze mistiche” cede alle esigenze di Dio nella
piena consapevolezza di perdersi: il “piacere di Dio” ha la stessa violenza del
dolore che le viene imposto. Non chiede e non si lamenta, ringrazia. Ma esige
una reciprocità totale. E Dio, che non bara, deve cederle.
In questo
modo, Elisabetta ci svela una dimensione importante del rapporto matrimoniale:
quella “mistica”. Gli aspetti biologici, economici, giuridici, etici e
religiosi che, presso tutte le culture, si intrecciano nel matrimonio quando
sono vissuti dalle persone come funzioni dell’amore danno una risultante
“mistica” inequivocabile: intensità delle emozioni, calore, coinvolgimento e
soprattutto il superamento delle distinzioni, dei ruoli, l’annullamento della
distanza tra soggetto e oggetto che si fondono in “un cuore solo e un’anima
sola”.
Perdersi
nell’altro – sia esso la moglie, il marito o Dio – accettare che l’altro ti perda,
è l’unico modo per salvarsi. Per questo il Vangelo considera l’amore come il
comandamento centrale: perché il paradosso su cui si fonda – perdersi per
l’altro nel dono d’amore – produce salvezza.
Di qui la
continuità tra amore umano e amore divino: hanno entrambi una funzione
salvifica. Nella liberazione della potenza creatrice di Dio (fecondità) e nella
liberazione della libertà umana, sta il senso di ogni comunione d’amore. Per
questo il Dio di Elisabetta è la Trinità, misterioso rapporto interpersonale
nel quale l’amore è fonte, nello stesso tempo, di diversità e di unità. La
“comunione” – esperienza sacramentale e mistica fondamentale per Elisabetta
Canori Mora – è la prospettiva più elevata e liberante del nostro destino di
creature.
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