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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • UNA FEDELTÀ IRRIDUCIBILE
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UNA FEDELTÀ IRRIDUCIBILE

Questa concretezza, che non ammette soluzioni di continuità tra vita quotidiana e fede, si rivela particolarmente creativa nell’atteggiamento che Elisabetta assume rispetto al marito che la tradisce.

Quando è chiaro a lei e a tutti che Cristoforo non cambierà vita, l’idea di una separazione la può anche sfiorare, non fosse che per recuperare un minimo di tranquillità per sé e per le figlie. Ma a prevalere saranno altre considerazioni.

Obbedisce, con comprensibile disagio, all’ordine di un confessore piuttosto rozzo che le impone di riprendere i rapporti intimi con il marito. Il rifiuto di questi, violento e sarcastico, la umilia come donna, ma quando Cristoforo le chiede il consenso di continuare la relazione extraconiugale, con la squallida motivazione di restituire l’onore all’amante, il suo “no” è categorico.

La famiglia Mora si spacca: da una parte il padre e le figlie vogliono che Cristoforo paghi con la galera la vergogna loro inflitta; dall’altra la madre lo difende strenuamente e cerca una soluzione di compromesso.

Cedendo alle insistenze del suocero, Elisabetta si limita verbalmente a consentire che si faccia ricorso al tribunale ecclesiastico. Il cardinale Vicario di Roma, appena ricevuto il ricorso, spicca l’ordine di “custodia cautelare”. Cristoforo è rinchiuso nel convento dei Passionisti ai SS. Giovanni e Paolo, impegnato in “spirituali esercizifino a nuovo ordine. Viene avviato il processo. A quei tempi il potere ecclesiastico aveva i mezzi non solo per processare e condannare gli adulteri ma anche per applicare pene detentive. Siamo nel 1807.

L’avvocato deve sottomettersi al provvedimento. I religiosi che lo prendono in consegna sono molto zelanti e non gli lesinano ore e ore di cappella, di prediche e di silenzio, concedendogli solo lo svago di qualche momento d’aria nell’orto del convento. Costretto a ripensare ai suoi casi, Cristoforo è quasi sul punto di riconoscere il suo torto e di chiedere perdono. Ma la rabbia di essere stato svergognato dalla moglie – come credeva – davanti a tutta Roma, lo trattiene. Riesce a farle pervenire una lettera ricattatoria, carica di minacce, che Elisabetta consegna ai suoceri. I due si spaventano e sollecitano la conclusione del processo. Il Tribunale emette la sentenza: divieto assoluto di incontrare e di parlare all’amante; in caso di non emendamento cinque anni di reclusione per lui a Castel Sant’Angelo ad arbitrio del cardinale Vicario e altrettanti per la donna nel carcere femminile di S. Michele presso Ripa Grande.

L’avvocato capisce che gli conviene cambiare tattica. Scrive una lettera ai genitori promettendo loro di interrompere definitivamente la relazione adulterina e di mettere la testa a partito. Troppo e troppo in fretta per essere credibile. Padre e sorelle non gli credono, infatti. Lo vogliono rinchiuso a Castel Sant’Angelo. La madre invece lo difende. Elisabetta si dimostra indifferente. Mentre il tribunale prende atto della “conversione” di Cristoforo, le due cognate, un po’ per realismo un po’ per interesse, le propongono di cambiare casa, onde evitare la prevedibile reazione di Cristoforo. Non se ne fa niente. Cristoforo, dopo ventotto giorni di “spirituali esercizi”, torna in famiglia.

Gentile, sottomesso, suadente con i genitori, sfoggia tutta la sua arte consumata di avvocato per convincerli a far rientrare il divieto di incontrare l’amante: ritiene suo dovere di gentiluomo restituirle l’onore. Con Elisabetta è invece duro, minaccioso, strafottente, un “leone infieritoscrive lei – per vedersi privo della sua amica. La privazione di questa amicizia non ad altro servì che inferocirlo contro di me, sicché molto dovetti soffrire da questo omo forsennato”.

Cristoforo pretende da lei un consenso scritto per “tornare liberamente a trattare la sua amica”. Elisabetta, per guadagnare tempo chiede di consigliarsi con il confessore. È un diversivo inutile: il suo confessore le può dare solo la risposta che lei conosce già. Cristoforo si imbestialisce e passa alla violenza fisica. Una sera, al colmo della rabbia, estrae un pugnale e le si avventa contro. La suocera arriva appena in tempo per inframmetersi tra i due e impedire il peggio. Cristoforo, davanti alla calma irremovibile della moglie, ha un attimo di mancamento: Elisabetta lo soccorre. L’avvocato si riprende e ricomincia con gli insulti. Poi si alza ed esce di casa, minacciando di andarsi ad ammazzare.


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La suocera, disperata e spaventata, accusa Elisabetta di essere la causa di tutto. A rincarare la dose arrivano le cognate. Le bambine, svegliate dal grande baccano, sono spaventate. Una notte d’inferno. Ricordandola, Elisabetta si meraviglia di non aver mai perso la calma interiore e di aver saputo affrontare la prova con una straordinaria serenità di spirito.

Il giorno dopo Cristoforo ritorna, più cupo che mai. In casa tutti sono del parere che occorra trovare una soluzione. Si teme per l’incolumità di Elisabetta. “Ai miei parentiscriverecava molta meraviglia come io avessi tanto spirito di restare sola di notte in camera con un uomo tanto imbestialito, senza paura di restar morta per le sue mani”.

Non si piega davanti alle minacce, agli insulti e alle percosse. Tre mesi drammatici. Qualcuno dei parenti la consiglia di ritirarsi in convento, sua madre vuole che torni a casa, il suo confessore la consiglia di sciogliere il matrimonio.

“In mezzo a tutta questa disparità di pareri, il mio spirito riposava dolcemente nelle braccia del suo Signore”. Alla fine è Elisabetta a decidere, su indicazione divina. Dice al suo confessore: “Deponga ogni pensiero riguardo a questa separazione di matrimonio, perché io antepongo la salvezza di queste tre anime al mio profitto spirituale perché è maggior gloria di Dio”.

In questa scelta di Elisabetta, al di delle motivazioni etiche e religiose da essa espresse, c’è un significativo modo di affrontare il problema. Tutte le ipotesi che le vengono proposte, di fatto invece di risolvere il conflitto lo negano: accettano di fatto l’adulterio. Lei invece punta ad una soluzione vera e lo fa ristrutturando i termini del problema: non considera più marito e figlie come congiunti cui è legata da un vincolo contratto con il matrimonio ma come “anime” da amare “per pura carità e cercare per questi tutti i vantaggi della loro eterna salvezza”. Rinunciando “ad ogni affetto sensibile che possa mai avere il mio cuore verso di loro”, in realtà li lega a sé con un amore molto più grande.

Non riuscendo a produrre il cambiamento in quanto sposa e madre, assume un altro ruolo: quello di salvatrice. Invece di porsi l’obiettivo, ormai impraticabile, del recupero dell’amore del marito, si pone quello della sua salvezza.

In questo modo, scende a sorpresa sullo stesso terreno di Cristoforo e si confronta con la sua stessa logica: come lui si sente in obbligo di “salvare” la sua amante, restituendole l’onore compromesso senza pretendere vantaggi affettivi, ma per puro senso di giustizia; così Elisabetta non gli concede la separazione, per puro senso di “carità”, rinunciando agli affetti sensibili per la sua salvezza eterna. Per restituire l’onore all’amante, a questo punto, Cristoforo non può far altro che riconoscere l’amore della moglie.

Sarà questa “trappola” della fedeltà che assicurerà ad Elisabetta il successo finale. Ed è significativo che Cristoforo non sia mai riuscito a liberarsene, anche quando poteva presumere che la giustizia non si interessasse più al suo caso. La sua fissazione gli creerà attorno il vuoto, ma la fedeltà di Elisabetta gli impedirà di andare alla deriva. Se ne renderà drammaticamente conto dopo la morte della moglie.

Della fedeltà, Elisabetta fa una questione di principio, ma ne difende coscientemente anche la funzione pratica: evitare alle figlie la scomparsa definitiva della figura paterna (coraggiosa e intelligente scelta pedagogica); imporre al marito almeno il rispetto dei suoi impegni di sostentamento economico della famiglia (difesa tenace di un diritto acquisito, condotta da una donna che non accetta di essere messa da parte come un oggetto consumato e rivendica pari responsabilità familiari, a tutti i livelli).

Elisabetta chiede con insistenza a Cristoforo di ricordarsi dei suoi obblighi e di pensare alle necessità della famiglia. È umile ma non succube. Non baratta se stessa e il matrimonio con gli alimenti. Esige solo quello che le spetta.

Nella sua fedeltà riscontriamo quindi anche una componente lucidamente ed eroicamentelaica”. Elisabetta non accetta di cambiare di segno la sua esperienza familiare: per quanto ella viva immersa nel divino, tiene mani, piedi, cuore e cervello ben fissati alla terra. Come qualsiasi madre, sa che il pane prima di diventare simbolo di amore e di comunione deve arrivare concretamente sulla tavola: ai figli che hanno fame non si imbandiscono buoni sentimenti.

A controprova di questa irriducibile concretezza nei rapporti umani e familiari sta anche l’atteggiamento assunto da Elisabetta in quella particolare esperienza che sono state le “nozze mistiche”. Una volta che essa cede alla “seduzione” di Cristo che la vuole sua sposa, la sua fedeltà non conosce incrinature. Anche in questo caso le prove non mancano e sono durissime, per lei. Pur non venendo meno al patto mistico, il suo “amatissimo Gesù” le si sottrae, si nasconde. In un certo senso la “tradiscetrattandola come una vittima sacrificale della sua giustizia. Ma neanche il “silenzio di Diopiega Elisabetta. Essa esige che parli, rivendica il “diritto” di ascoltare la sua voce, vuole veder soddisfatto ampiamente il suo appassionato desiderio.


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Sarebbe errato pensare alle “nozze mistiche” come ad un surrogato consolatorio del matrimonio fallito di Elisabetta, come se essa, tradita dal marito terreno, avesse trovato nello sposo celeste l’alternativa al suo bisogno di amare o quantomeno una sublimazione dello stesso. La testimonianza diretta di Elisabetta e di quelli che l’hanno conosciuta esclude un’ipotesi del genere.

Elisabetta risponde positivamente alla nuova proposta nuziale come ad un ulteriore impegno, come ad una nuova vocazione. Agli inizi è reticente, non si sente degna, lo ritiene un compito superiore alle sue forze, fa resistenza anche perché teme si tratti di un inganno del suo spirito. Ma quando sceglie non vuole contropartite consolatorie, si meraviglia anzi che le vengano date.

Nelle diverse celebrazioni delle “nozze mistichecede alle esigenze di Dio nella piena consapevolezza di perdersi: il “piacere di Dio” ha la stessa violenza del dolore che le viene imposto. Non chiede e non si lamenta, ringrazia. Ma esige una reciprocità totale. E Dio, che non bara, deve cederle.

In questo modo, Elisabetta ci svela una dimensione importante del rapporto matrimoniale: quella “mistica”. Gli aspetti biologici, economici, giuridici, etici e religiosi che, presso tutte le culture, si intrecciano nel matrimonio quando sono vissuti dalle persone come funzioni dell’amore danno una risultantemisticainequivocabile: intensità delle emozioni, calore, coinvolgimento e soprattutto il superamento delle distinzioni, dei ruoli, l’annullamento della distanza tra soggetto e oggetto che si fondono in “un cuore solo e un’anima sola”.

Perdersi nell’altro – sia esso la moglie, il marito o Dioaccettare che l’altro ti perda, è l’unico modo per salvarsi. Per questo il Vangelo considera l’amore come il comandamento centrale: perché il paradosso su cui si fondaperdersi per l’altro nel dono d’amoreproduce salvezza.

Di qui la continuità tra amore umano e amore divino: hanno entrambi una funzione salvifica. Nella liberazione della potenza creatrice di Dio (fecondità) e nella liberazione della libertà umana, sta il senso di ogni comunione d’amore. Per questo il Dio di Elisabetta è la Trinità, misterioso rapporto interpersonale nel quale l’amore è fonte, nello stesso tempo, di diversità e di unità. La “comunione” – esperienza sacramentale e mistica fondamentale per Elisabetta Canori Mora – è la prospettiva più elevata e liberante del nostro destino di creature.




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