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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • ESPERIENZE MISTICHE
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ESPERIENZE MISTICHE

7 settembre 1803. Colpita da “prezioso dardo”, scoccato dalla “divina colomba”, Elisabetta Canori Mora vive la sua prima esperienza mistica. Il fatto provoca un profondo cambiamento nella sua vita.

In uno stato di leggero dormiveglia, ha una visione in cui un misterioso personaggio – da lei poi riconosciuto come sant’Ignazio di Loyola – la conduce alla presenza di una “leggiadra Signora ammantata di candide vesti” che “teneva nelle sue mani bella e risplendente colomba”, sotto le ali della quale essa vede impressi i chiodi della crocifissione, da cui partonodardi di fuoco”. Invitata da un “brutto mostro” a fuggire, Elisabetta vince la paura e ascolta l’invito della guida che le dice di restare. “Ed ecco che quella divina colomba mi scocca prezioso dardo: di sacro fuoco restò colpito il mio cuore intimamente: il prezioso colpo mi cagionò deliquio mortale”.

Rapimenti ed estasi si susseguono poi con una tale forza “che il mio corpo, come morto, restava disteso per terra”. Sono “fenomenidifficili da nascondere agli estranei. I suoi battiti cardiaci assumono un andamento così irregolare che “scuotevo la sedia in cui sedevo, il letto in cui riposavo”. I medici ordinano alcuni salassi, senza nessun risultato. Sarà lei a chiedere alla Madonna di liberarla da “quel palpito tanto sensibile”. E viene esaudita.

Elisabetta si rende conto di essere travolta da una straordinaria passione amorosa, superiore alla sua volontà. Il fuoco nel quale brucia, come il biblico roveto ardente, non la consuma.

Gli effetti di questa esposizione diretta al divino sono incontrollabili: le basta fare la comunione per ritrovarsi in altri universi dominati da montagne misteriose, percorsi da sentieri pericolosi, popolati di strane presenze; dopo pochi istanti di preghiera, può entrare in contatto con personaggi celesti (Angeli), con i protagonisti del Vangelo (la Madonna, gli Apostoli), con Gesù in persona o con la stessa Trinità. Sono forme di estraniamento che fisicamente si possono esprimere con levitazioni da terra, con svenimenti prolungati, con la cessazione di ogni sensibilità, con pianti incontrollabili o con estasi e rapimenti per lei indescrivibili. Per raccontarli in qualche modo ricorre alle tipiche immagini dell’innamoramento: parla di “passione”, di “brama”, di “ardore”, di “pazzia amorosa”, di “desiderio”, con uno stile, tra l’altro, che va oltre la sua modesta competenza letteraria.

Tutto questo, per anni, la mette a disagio. È una donna concreta, attiva, spiritualmente raffinata ma non certo incline ad eccessi e tantomeno a esibizionismi. Pur dovendo ammettere i fatti, è la prima a chiedersi che cosa significano e perché succedono proprio a lei. È la prima a pensare subito a una qualche distorsione interiore, a una qualche sofferenza psicologica.

Il dubbio si impossessa di lei, la rende insicura e questo spalanca le porte all’azione del “nemico”. All’estasi seguono così frequentiattacchi diabolici” – anche fisicamente devastanti – durante i quali si sente dolorosamente divisa tra paura e amore, tra illusione e realtà. Per superare queste prove, oltre a ricorrere alla competenza dei suoi direttori spirituali, Elisabetta adopera due mezzi: la preghiera, che diventa sempre più un confidenziale dialogo amoroso con Dio, e la penitenza, che si trasforma in un annullamento sempre più marcato dei suoi bisogni fisici. Per anni si nutrirà una volta sola al giorno e poi una volta ogni 48 ore; dormirà sempre pochissimo e lavorerà tutta la vita duramente.

Come in ogni esperienza mistica, anche in quella di Elisabetta è centrale la funzione del dolore: essa lo assume, lo domina, lo controlla e ne annulla gli effetti distruttivi diventando sempre più leggera e trasparente, riducendo le sue esigenze, i suoi bisogni fisici e psichici. La sua resistenza al dolore aumenta in proporzione al suo annullamento che le permette di dare sempre maggior spazio alla potenza divina. Una volta che arriva a identificarsi con il suo amato Signore, il dolore non può più nulla contro di lei. Avremo modo di raccontarlo.

All’inizio del suo cammino mistico, Elisabetta si identifica con il Cristo sofferente del Getsemani (“Tre volte nello stesso anno fui condotta dallo spirito del Signore al Getsemani”). Farà poi l’esperienza del baratrovuoto assoluto, perdizione eterna – da cui il Signore la salverà e quella del Cenacolo durante la quale verrà “condotta a viva forza” a partecipare al banchetto eucaristico in cui “il buon Gesù di propria mano mi comunicò”.


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In seguito, dopo le ripetute celebrazioni delle nozze mistiche, il contatto diretto con Dio si svilupperà in maniera sempre più coinvolgente e “paritaria”, al punto che sarà lei – in più di qualche occasione – a imporre la sua volontà all’amato, trasformando il di lui furore per il Male del mondo in misericordia.

Tipica della vicenda mistica di Elisabetta Canori Moravicenda che si colloca tra quelle classiche della spiritualità cristiana, note agli studiosi e alla devozione popolare, da santa Teresa d’Avila a san Giovanni della Croce – è una certa dimensionematerna” del rapporto con il divino. In numeroseapparizioni” le viene dato in braccio il Bambino Gesù. C’è inoltre una presenza costante della Madonna nelle sue visioni, quasi a sottolineare una sintonia spirituale tra donne e tra mamme. Anche davanti alle sofferenze del Cristo è il suo “amore materno” che viene attivato e che si esprime in gesti di grande tenerezza: l’abbraccio, il riposo sul petto del suo amato bene. È insomma la “donna” che fornisce alla “mistica” i gesti dell’amore.




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