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La
camiciaia, i poveri e i Carbonari
Il
“piacere” che Elisabetta ricava dal fuoco della sua passione amorosa non le
serve come fuga dalla realtà. La lega anzi ancor più alle sue figlie, alla sua
famiglia, ai parenti e moltiplica le sue energie per far fronte agli eventi,
allo scopo di provocare un cambiamento radicale della situazione e delle persone.
Non solo. L’irruzione del divino nella sua vita la immerge sempre più
profondamente nel mondo, la responsabilizza del dolore altrui. Per questo si fa
carico dei problemi, delle sofferenze, della povertà di tutti quelli che le
stanno attorno, con uno straordinario attivismo.
Fin dai
primi anni di vita, Elisabetta rivela una particolare sensibilità per le
persone: è attenta, premurosa, disponibile, attiva soprattutto nei confronti
della gente più modesta, dei poveri e degli ammalati. Questa cortesia dello
spirito diventa scelta di vita, con una coincidenza significativa: nel momento
in cui Elisabetta comincia a sperimentare sulla sua pelle la povertà, a causa
della disgraziata relazione del marito, il suo interesse per i poveri diventa
un impegno costante della sua giornata.
Le figlie
le fanno notare che nel suo comportamento c’è un qualche cosa di strano: come
si fa a dare agli altri quando non si ha, spesso, nemmeno il necessario? Ma
Elisabetta vede la realtà in maniera diversa: sono il dono e la gratuità a
moltiplicare le risorse, non il possesso e il consumo. E lo dimostra
concretamente alle figlie, cui non farà mai mancare il necessario.
Eccola
allora passare per il centro di Roma con pentole e tegami, diretta alla casa di
qualche infermo solo o di qualche famiglia indigente. Eccola entrare e uscire
dagli ospedali per prestare ai degenti i più umili servizi. Povera tra i
poveri, veste in maniera sempre più modesta, al punto che qualcuno pensa sia
uscita di senno e tenta di internarla.
Alla
cognata Maria, la terribile amministratrice di casa Mora, Elisabetta chiede
cortesemente di darle una mano a procurarsi del lavoro. Ha pensato infatti di
mettere a frutto le sue competenze di sarta per confezionare camicie. Maria si
sente quasi costretta ad aiutarla: era stata proprio lei a insistere che
trovasse i mezzi per mantenersi.
Arrivano i
primi clienti, viene organizzato un modesto laboratorio casalingo. La giornata
di Elisabetta diventa ancora più pesante: ma è un prezzo necessario per
difendere un minimo di autonomia.
In casa
Mora l’atmosfera è sempre meno respirabile. Cristoforo continua nelle sue spese
folli e nelle sue folli iniziative commerciali. Le sue sorelle sono furenti.
C’è il rischio che i creditori si rifacciano su di loro. E poi non sopportano
più di avere tra i piedi un fratello del genere, una cognata che sembra una
stracciona e fa la sarta e due nipoti da mantenere.
Senza dire niente al padre, mettono alla porta fratello, cognata e
nipoti. Costretta a cercar casa, Elisabetta trova un modestissimo appartamento
in via delle Muratte, nel quale sistema la famiglia.
Cristoforo deve subire l’onta, ma è suo interesse non ribellarsi. Per volere
dei suoceri, però, per alcuni mesi cena e pranzo si faranno ancora in casa
Mora: nella nuova abitazione, del resto, non c’era modo di cucinare. Le due
famiglie si ritrovano all’ora dei pasti. Ma quando diventa disagevole per le
cognate spostare l’orario della cena per rispettare gli impegni di lavoro di
Elisabetta e i ritardi di Cristoforo, il programma viene cambiato: ai poco
graditi ospiti viene dato il necessario per la cena da consumarsi nella loro
nuova abitazione. E così la loro presenza in casa viene dimezzata.
Elisabetta
ritiene di aver comunque ottenuto due “vantaggi”: un modesto alloggio tutto per
sé e la possibilità di allontanare le figlie da un ambiente diseducativo oltre
che umiliante. Adesso può organizzare la sua giornata, tra lavoro, assistenza
ai poveri, preghiera, come meglio crede. Gli impegni con i clienti non le
lasciano molto spazio: sono tre, quattro camicie al giorno che deve
confezionare per far quadrare in qualche modo il bilancio. Per quanto coinvolga
le figlie, il loro apporto produttivo è scarso: l’unico vantaggio è che in
questo modo non possono stare in ozio, a curiosare dalla finestra come
avrebbero la tendenza di fare. Sono ormai in un’eta –
siamo nel 1812 – in cui si fanno sentire nuove sensazioni e nuovi desideri e in
cui un discreto controllo è necessario.
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Nessun
povero che si presenti alla porta della nuova casa se ne va a mani vuote. Nella
dispensa, testimoniano le figlie, spesso compare del pane che nessuno ha
acquistato.
La morte
del suocero – 28 agosto 1813 – significa per Elisabetta la fine di ogni
protezione. Le cognate le fanno immediatamente comprendere che non intendono
continuare ad aiutarla. Grazie all’amicizia e alla stima di un bravo signore,
Giovanni Cherubini, da lei conosciuto nelle sue visite agli ospedali, riesce a
trovare un nuovo alloggio in via Rasella, angolo via
Quattro Fontane. Il contratto di locazione è abbordabile ed Elisabetta si
presenta alle cognate per riavere la sua dote di mille scudi, versata a suo
tempo al dottor Mora.
Quelle non
fanno alcuna obiezione di principio, ma sostengono di non disporre dell’intera
somma, per cui la liquidano in parte con soldi e in parte con suppellettili,
mobili e altre cianfrusaglie. Il sopruso è evidente e le figlie protestano.
Elisabetta
non vuole discussioni. Accetta quello che le viene dato, convince Cristoforo a
chiudere la partita, arreda la nuova casa persino con una certa raffinatezza –
sia pure nella massima semplicità – e lascia cognate e suocera. Chiede scusa,
anzi, per il disturbo loro arrecato. La suocera capisce fin troppo bene il
senso di queste scuse e non sa darsi pace. Farà di tutto per mantenere i
rapporti con nuora e nipoti, ricevendone sempre in cambio cortesia e massima
attenzione.
Cristoforo
lascia mano libera alla moglie. Sembra quasi deciso a interessarsi un po’ di
più della famiglia. A volte riesce persino a dare qualche cosa in casa, ma sono
contributi irrisori. È un bravo avvocato, noto per la competenza giuridica;
potrebbe assicurare a se stesso e alla famiglia il meglio. Ma non è uomo da
assumersi responsabilità del genere.
Gli riesce
meglio inguaiarsi in un’altra impresa degna di lui. Sono tempi di turbolenza
politica. Massoneria e Carboneria si diffondono anche nello Stato Pontificio.
Si formano cellule e ritrovi segreti in cui si parla di libertà, di
abbattimento del potere costituito, di nuove prospettive politiche. Cristoforo
si entusiasma, partecipa, discute, si espone e rischia.
Elisabetta
lo mette in guardia, gli raccomanda prudenza, gli ricorda le sue pendenze con
la giustizia, gli contesta le posizioni anticlericali e atee dei cospiratori.
Non serve. Cristoforo respira a pieni polmoni le nuove idee libertarie e si
attarda, fino a notte inoltrata, in riunioni interminabili.
Una sera
la discussione degenera. Il contrasto di opinioni diventa violento. Cristoforo
viene affrontato da un energumeno che lo vuole ridurre al silenzio. Reagisce da
avvocato par suo mettendolo a tacere. La riunione finisce male. Se ne vanno
tutti nella notte con gli animi agitati.
Camminando
per le buie stradine Cristoforo avverte un’incomprensibile sensazione di
pericolo. Accelera il passo. All’improvviso gli si para di fronte un uomo con
il pugnale sguainato. È l’avversario da lui offeso.
La scena è
“seguita” a distanza da Elisabetta, che, in casa, sta trepidando per il marito.
Nel momento in cui l’aggressore sta per vibrare il colpo, Elisabetta… è sul
posto e lo devia. Cristoforo riesce a fuggire.
La realtà
si ricompone. Elisabetta sveglia le figlie perché ringrazino Dio per lo
scampato pericolo del padre. Quelle non capiscono: quale pericolo, ringraziare
per che cosa, dov’è il papà? Minuti lunghi un’eternità. Finalmente Cristoforo
apre la porta di casa. Pallido come un cadavere si butta su una sedia. Le
figlie gli sono attorno, vogliono rincuorarlo, chiedono spiegazioni ma è solo
Elisabetta che sa come sono andate realmente le cose. Lui è in stato confusionale.
Lo choc
piega Cristoforo: una febbre violentissima, accompagnata da complicazioni di
ogni genere, lo porta sull’orlo della tomba. Un ammalato in più da accudire per
Elisabetta, che passa giorni e notti al capezzale del marito. Arrivano anche le
cognate. E sono nuovamente critiche e recriminazioni contro di lei, come se
Cristoforo si fosse dato alla cospirazione politica per causa sua. La
cattiveria è sempre stupida.
Elisabetta
non reagisce, perché l’occasione che le si è presentata è troppo importante per
perderla. Fa ragionare il malato, lo aiuta a riflettere su stesso, gli
sottolinea l’importanza di quel “segno” che gli ha risparmiato la vita. In
questa azione di recupero coinvolge il signor Cherubini e altri amici di
famiglia. In casa viene fatto entrare un sacerdote che si conquista la fiducia
e la simpatia dell’infermo. Cristoforo capitola, decide di confessarsi e di
comunicarsi.
Un giorno
indimenticabile per Elisabetta
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