Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

IntraText CT - Lettura del testo

  • La camiciaia, i poveri e i Carbonari
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

- 25 -


La camiciaia, i poveri e i Carbonari

Il “piacere” che Elisabetta ricava dal fuoco della sua passione amorosa non le serve come fuga dalla realtà. La lega anzi ancor più alle sue figlie, alla sua famiglia, ai parenti e moltiplica le sue energie per far fronte agli eventi, allo scopo di provocare un cambiamento radicale della situazione e delle persone. Non solo. L’irruzione del divino nella sua vita la immerge sempre più profondamente nel mondo, la responsabilizza del dolore altrui. Per questo si fa carico dei problemi, delle sofferenze, della povertà di tutti quelli che le stanno attorno, con uno straordinario attivismo.

Fin dai primi anni di vita, Elisabetta rivela una particolare sensibilità per le persone: è attenta, premurosa, disponibile, attiva soprattutto nei confronti della gente più modesta, dei poveri e degli ammalati. Questa cortesia dello spirito diventa scelta di vita, con una coincidenza significativa: nel momento in cui Elisabetta comincia a sperimentare sulla sua pelle la povertà, a causa della disgraziata relazione del marito, il suo interesse per i poveri diventa un impegno costante della sua giornata.

Le figlie le fanno notare che nel suo comportamento c’è un qualche cosa di strano: come si fa a dare agli altri quando non si ha, spesso, nemmeno il necessario? Ma Elisabetta vede la realtà in maniera diversa: sono il dono e la gratuità a moltiplicare le risorse, non il possesso e il consumo. E lo dimostra concretamente alle figlie, cui non farà mai mancare il necessario.

Eccola allora passare per il centro di Roma con pentole e tegami, diretta alla casa di qualche infermo solo o di qualche famiglia indigente. Eccola entrare e uscire dagli ospedali per prestare ai degenti i più umili servizi. Povera tra i poveri, veste in maniera sempre più modesta, al punto che qualcuno pensa sia uscita di senno e tenta di internarla.

Alla cognata Maria, la terribile amministratrice di casa Mora, Elisabetta chiede cortesemente di darle una mano a procurarsi del lavoro. Ha pensato infatti di mettere a frutto le sue competenze di sarta per confezionare camicie. Maria si sente quasi costretta ad aiutarla: era stata proprio lei a insistere che trovasse i mezzi per mantenersi.

Arrivano i primi clienti, viene organizzato un modesto laboratorio casalingo. La giornata di Elisabetta diventa ancora più pesante: ma è un prezzo necessario per difendere un minimo di autonomia.

In casa Mora l’atmosfera è sempre meno respirabile. Cristoforo continua nelle sue spese folli e nelle sue folli iniziative commerciali. Le sue sorelle sono furenti. C’è il rischio che i creditori si rifacciano su di loro. E poi non sopportano più di avere tra i piedi un fratello del genere, una cognata che sembra una stracciona e fa la sarta e due nipoti da mantenere.

Senza dire niente al padre, mettono alla porta fratello, cognata e nipoti. Costretta a cercar casa, Elisabetta trova un modestissimo appartamento in via delle Muratte, nel quale sistema la famiglia. Cristoforo deve subire l’onta, ma è suo interesse non ribellarsi. Per volere dei suoceri, però, per alcuni mesi cena e pranzo si faranno ancora in casa Mora: nella nuova abitazione, del resto, non c’era modo di cucinare. Le due famiglie si ritrovano all’ora dei pasti. Ma quando diventa disagevole per le cognate spostare l’orario della cena per rispettare gli impegni di lavoro di Elisabetta e i ritardi di Cristoforo, il programma viene cambiato: ai poco graditi ospiti viene dato il necessario per la cena da consumarsi nella loro nuova abitazione. E così la loro presenza in casa viene dimezzata.

Elisabetta ritiene di aver comunque ottenuto due “vantaggi”: un modesto alloggio tutto per sé e la possibilità di allontanare le figlie da un ambiente diseducativo oltre che umiliante. Adesso può organizzare la sua giornata, tra lavoro, assistenza ai poveri, preghiera, come meglio crede. Gli impegni con i clienti non le lasciano molto spazio: sono tre, quattro camicie al giorno che deve confezionare per far quadrare in qualche modo il bilancio. Per quanto coinvolga le figlie, il loro apporto produttivo è scarso: l’unico vantaggio è che in questo modo non possono stare in ozio, a curiosare dalla finestra come avrebbero la tendenza di fare. Sono ormai in un’eta – siamo nel 1812 – in cui si fanno sentire nuove sensazioni e nuovi desideri e in cui un discreto controllo è necessario.


- 26 -


Nessun povero che si presenti alla porta della nuova casa se ne va a mani vuote. Nella dispensa, testimoniano le figlie, spesso compare del pane che nessuno ha acquistato.

La morte del suocero – 28 agosto 1813significa per Elisabetta la fine di ogni protezione. Le cognate le fanno immediatamente comprendere che non intendono continuare ad aiutarla. Grazie all’amicizia e alla stima di un bravo signore, Giovanni Cherubini, da lei conosciuto nelle sue visite agli ospedali, riesce a trovare un nuovo alloggio in via Rasella, angolo via Quattro Fontane. Il contratto di locazione è abbordabile ed Elisabetta si presenta alle cognate per riavere la sua dote di mille scudi, versata a suo tempo al dottor Mora.

Quelle non fanno alcuna obiezione di principio, ma sostengono di non disporre dell’intera somma, per cui la liquidano in parte con soldi e in parte con suppellettili, mobili e altre cianfrusaglie. Il sopruso è evidente e le figlie protestano.

Elisabetta non vuole discussioni. Accetta quello che le viene dato, convince Cristoforo a chiudere la partita, arreda la nuova casa persino con una certa raffinatezza – sia pure nella massima semplicità – e lascia cognate e suocera. Chiede scusa, anzi, per il disturbo loro arrecato. La suocera capisce fin troppo bene il senso di queste scuse e non sa darsi pace. Farà di tutto per mantenere i rapporti con nuora e nipoti, ricevendone sempre in cambio cortesia e massima attenzione.

Cristoforo lascia mano libera alla moglie. Sembra quasi deciso a interessarsi un po’ di più della famiglia. A volte riesce persino a dare qualche cosa in casa, ma sono contributi irrisori. È un bravo avvocato, noto per la competenza giuridica; potrebbe assicurare a se stesso e alla famiglia il meglio. Ma non è uomo da assumersi responsabilità del genere.

Gli riesce meglio inguaiarsi in un’altra impresa degna di lui. Sono tempi di turbolenza politica. Massoneria e Carboneria si diffondono anche nello Stato Pontificio. Si formano cellule e ritrovi segreti in cui si parla di libertà, di abbattimento del potere costituito, di nuove prospettive politiche. Cristoforo si entusiasma, partecipa, discute, si espone e rischia.

Elisabetta lo mette in guardia, gli raccomanda prudenza, gli ricorda le sue pendenze con la giustizia, gli contesta le posizioni anticlericali e atee dei cospiratori. Non serve. Cristoforo respira a pieni polmoni le nuove idee libertarie e si attarda, fino a notte inoltrata, in riunioni interminabili.

Una sera la discussione degenera. Il contrasto di opinioni diventa violento. Cristoforo viene affrontato da un energumeno che lo vuole ridurre al silenzio. Reagisce da avvocato par suo mettendolo a tacere. La riunione finisce male. Se ne vanno tutti nella notte con gli animi agitati.

Camminando per le buie stradine Cristoforo avverte un’incomprensibile sensazione di pericolo. Accelera il passo. All’improvviso gli si para di fronte un uomo con il pugnale sguainato. È l’avversario da lui offeso.

La scena è “seguita” a distanza da Elisabetta, che, in casa, sta trepidando per il marito. Nel momento in cui l’aggressore sta per vibrare il colpo, Elisabetta… è sul posto e lo devia. Cristoforo riesce a fuggire.

La realtà si ricompone. Elisabetta sveglia le figlie perché ringrazino Dio per lo scampato pericolo del padre. Quelle non capiscono: quale pericolo, ringraziare per che cosa, dov’è il papà? Minuti lunghi un’eternità. Finalmente Cristoforo apre la porta di casa. Pallido come un cadavere si butta su una sedia. Le figlie gli sono attorno, vogliono rincuorarlo, chiedono spiegazioni ma è solo Elisabetta che sa come sono andate realmente le cose. Lui è in stato confusionale.

Lo choc piega Cristoforo: una febbre violentissima, accompagnata da complicazioni di ogni genere, lo porta sull’orlo della tomba. Un ammalato in più da accudire per Elisabetta, che passa giorni e notti al capezzale del marito. Arrivano anche le cognate. E sono nuovamente critiche e recriminazioni contro di lei, come se Cristoforo si fosse dato alla cospirazione politica per causa sua. La cattiveria è sempre stupida.

Elisabetta non reagisce, perché l’occasione che le si è presentata è troppo importante per perderla. Fa ragionare il malato, lo aiuta a riflettere su stesso, gli sottolinea l’importanza di quel “segno” che gli ha risparmiato la vita. In questa azione di recupero coinvolge il signor Cherubini e altri amici di famiglia. In casa viene fatto entrare un sacerdote che si conquista la fiducia e la simpatia dell’infermo. Cristoforo capitola, decide di confessarsi e di comunicarsi.

Un giorno indimenticabile per Elisabetta




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

IntraText® (V89) Copyright 1996-2007 EuloTech SRL