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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • IL “NUOVO” DIFFICILE
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IL “NUOVODIFFICILE

Al di della sua eccezionalità, l’episodio rappresenta bene il profondo coinvolgimento di Elisabetta nei problemi del suo tempo. La sua condizione di donna e la sua oggettiva emarginazione di povera non le impediscono di avere della realtà che la circonda una visione molto precisa. Mentre si interessa dei suoi poveri e delle loro individuali sofferenze, vede e valuta il contesto da cui esse sono originate.

La piaga drammatica del pauperismo, prodotta da un intreccio inestricabile di motivazioni politiche ed economiche, era stata assunta dalle élites rivoluzionarie come un pretesto per sovvertire l’ordine costituito. Di fatto i tentativi di riforma economica e sociale, progettati e avviati dai riformisti nei vari Stati italiani, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, fallivano sistematicamente: non si fondavano infatti su una corretta analisi della complessità della situazione (quando l’analisi veniva fatta) e passavano sopra la testa della gente che non li comprendeva e, soprattutto, non aveva i mezzi economici, politici e culturali per farli propri.

Significativi, a questo proposito, gli effetti provocati dalla generalizzata soppressione delle opere caritative con cui la Chiesa da secoli aveva cercato di sostenere le classi sociali più deboli. Sembrava una decisione necessaria per liberare il popolo da una mentalità assistenzialista, oltre che un mezzo per ridurre il potere della Chiesa. Ma, una volta aboliti gli Ordini religiosi, che dell’assistenza ai poveri erano i principali operatori e trasformate le istituzioni ecclesiastiche di assistenza in istituzioni pubbliche, il problema del pauperismo si aggravò al punto da divenire una mina vagante per la stabilità di quasi tutti i governi.

Sommosse di piazza, banditismo, violenza diventarono così le espressioni correnti della disperazione delle classi più povere della società, soprattutto in Italia.

Come tutte le rivoluzioni, anche quella francese (1789 -1795), che alimentava quei progetti di rinnovamento in Francia e in Europa, produceva così gli amari frutti dell’incertezza, della confusione, dell’epidemia di quegli stessi valori da essa propugnati. Le strutture sociali, investite da radicali cambiamenti, non reggevano e diventavano un terreno ideale per l’avvento dell’uomo forte.

Napoleone, che si era assunto il compito di esportare la rivoluzione in tutta Europa, ne diventerà il liquidatore definitivo. I suoi successi militari fulminei stravolgono per qualche decennio la geografia politica del Continente, soprattutto dell’Italia, nella quale vengono instaurate la Repubblica Cispadana, quella Cisalpina e la Repubblica Romana (1798). Pio VI, fatto prigioniero, verrà condotto in Francia e morirà l’anno successivo.

Inevitabile che tra la Francia di Napoleone e l’Europa sia guerra totale. Chi ha salutato in lui il liberatore deve ben presto fare i conti con l’usurpatore. Invano Napoleone cerca di trovare una legittimità politica al suo espansionismo: anche in Francia trova un’opposizione decisa alle sue ambizioni e deve ricorrere al colpo di Stato per imporsi.

Lo Stato Pontificio viene coinvolto nella bufera: pur essendo militarmente fragile, l’autorità politica e morale del Pontefice è un ostacolo non indifferente per Napoleone, che aveva sostenuto in Francia la costituzione civile del clero e intendeva imporre il suo potere anche sulla Chiesa. Pio VII, divenuto papa nel 1800, nel tentativo di allentare la tensione, firma l’anno dopo il concordato con la Francia. Napoleone pensa di averlo come alleato e da lui si fa incoronare imperatore (1804).

Ma Pio VII non può avallare la sua politica di conquista forzata del continente, non può accettare le sue continue prevaricazioni sui diritti e sulle proprietà della Chiesa. Non può soprattutto subire passivamente un rapporto di dipendenza della Chiesa e del clero dal potere statale. Questa opposizione gli costa l’arresto (1809) e la prigionia a Fontainebleau. Ritornerà a Roma nel 1814, ma avrà vita molto difficile fino alla morte (1823).




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