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IL
“NUOVO” DIFFICILE
Al di là della
sua eccezionalità, l’episodio rappresenta bene il profondo coinvolgimento di
Elisabetta nei problemi del suo tempo. La sua condizione di donna e la sua
oggettiva emarginazione di povera non le impediscono di avere della realtà che
la circonda una visione molto precisa. Mentre si interessa dei suoi poveri e
delle loro individuali sofferenze, vede e valuta il contesto da cui esse sono
originate.
La piaga
drammatica del pauperismo, prodotta da un intreccio inestricabile di
motivazioni politiche ed economiche, era stata assunta dalle élites rivoluzionarie come un pretesto per
sovvertire l’ordine costituito. Di fatto i tentativi di riforma economica e
sociale, progettati e avviati dai riformisti nei vari Stati italiani, tra la
fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, fallivano
sistematicamente: non si fondavano infatti su una corretta analisi della
complessità della situazione (quando l’analisi veniva fatta) e passavano sopra
la testa della gente che non li comprendeva e, soprattutto, non aveva i mezzi
economici, politici e culturali per farli propri.
Significativi,
a questo proposito, gli effetti provocati dalla generalizzata soppressione
delle opere caritative con cui la Chiesa da secoli aveva cercato di sostenere
le classi sociali più deboli. Sembrava una decisione necessaria per liberare il
popolo da una mentalità assistenzialista, oltre che
un mezzo per ridurre il potere della Chiesa. Ma, una volta aboliti gli Ordini
religiosi, che dell’assistenza ai poveri erano i principali operatori e trasformate
le istituzioni ecclesiastiche di assistenza in istituzioni pubbliche, il
problema del pauperismo si aggravò al punto da divenire una mina vagante per la
stabilità di quasi tutti i governi.
Sommosse
di piazza, banditismo, violenza diventarono così le espressioni correnti della
disperazione delle classi più povere della società, soprattutto in Italia.
Come tutte
le rivoluzioni, anche quella francese (1789 -1795), che alimentava quei
progetti di rinnovamento in Francia e in Europa, produceva così gli amari
frutti dell’incertezza, della confusione, dell’epidemia di quegli stessi valori
da essa propugnati. Le strutture sociali, investite da radicali cambiamenti,
non reggevano e diventavano un terreno ideale per l’avvento dell’uomo forte.
Napoleone,
che si era assunto il compito di esportare la rivoluzione in tutta Europa, ne
diventerà il liquidatore definitivo. I suoi successi militari fulminei
stravolgono per qualche decennio la geografia politica del Continente,
soprattutto dell’Italia, nella quale vengono instaurate la Repubblica
Cispadana, quella Cisalpina e la Repubblica Romana (1798). Pio VI, fatto
prigioniero, verrà condotto in Francia e morirà l’anno successivo.
Inevitabile
che tra la Francia di Napoleone e l’Europa sia guerra totale. Chi ha salutato
in lui il liberatore deve ben presto fare i conti con l’usurpatore. Invano
Napoleone cerca di trovare una legittimità politica al suo espansionismo: anche
in Francia trova un’opposizione decisa alle sue ambizioni e deve ricorrere al
colpo di Stato per imporsi.
Lo Stato
Pontificio viene coinvolto nella bufera: pur essendo militarmente fragile,
l’autorità politica e morale del Pontefice è un ostacolo non indifferente per
Napoleone, che aveva sostenuto in Francia la costituzione civile del clero e
intendeva imporre il suo potere anche sulla Chiesa. Pio VII, divenuto papa nel
1800, nel tentativo di allentare la tensione, firma l’anno dopo il concordato
con la Francia. Napoleone pensa di averlo come alleato e da lui si fa
incoronare imperatore (1804).
Ma Pio VII
non può avallare la sua politica di conquista forzata del continente, non può
accettare le sue continue prevaricazioni sui diritti e sulle proprietà della
Chiesa. Non può soprattutto subire passivamente un rapporto di dipendenza della
Chiesa e del clero dal potere statale. Questa opposizione gli costa l’arresto
(1809) e la prigionia a Fontainebleau. Ritornerà a
Roma nel 1814, ma avrà vita molto difficile fino alla morte (1823).
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