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IL
PESO DEL MONDO
Elisabetta
Canori Mora non è spettatrice passiva di tutti questi eventi. Vive le
disavventure del pontificato di Pio VII con molta apprensione, lei che per
parte di madre può rivendicare ascendenze “napoleoniche”. Saluterà il rientro
di Pio VII a Roma con molta gioia, coinvolgendo con il suo entusiasmo molte
persone.
Ha modo,
in più riprese, di far conoscere a Pio VII la sua devozione ma anche il suo
parere. Lo consiglierà di non abbandonare Roma quando Ferdinando VII di Napoli
tenterà di conquistare lo Stato Pontificio, per punire il papa che aveva scelto
la neutralità nella guerra tra Regno di Napoli ed Austria. Ma pare che anche
Pio VII, probabilmente attraverso alcuni alti prelati della Curia – Elisabetta
nei suoi diari è piuttosto reticente in proposito – la consulti, l’ascolti e
accetti che si ricorra ai suoi “poteri” in diverse occasioni, riguardanti sia
lo Stato della Chiesa che la sua salute personale.
Ma al di
là degli eventi politici e militari, sui quali Elisabetta interviene
indirettamente, il suo contributo specifico sta nella lettura partecipata che
essa è in grado di fare dei mali del suo tempo.
Nella
descrizione delle sue numerose “visioni” sullo stato della Chiesa e della
società è possibile cogliere, sia pure in filigrana, una puntuale analisi della
situazione culturale, religiosa ed etica di quel periodo, caratterizzata da uno
scontro violento tra i “valori” della tradizione religiosa e politica e le
nuove tendenze promosse dall’Illuminismo. È l’insorgere di una nuova cultura
atea, sostanzialmente antiumanistica oltre che antireligiosa, che essa denuncia
e teme.
L’anticlericalismo
diventa una bandiera.
Nello
scontro, condotto senza esclusione di colpi, si distinguono, per tenace difesa
delle ragioni dell’ortodossia e del papa, i Gesuiti, che diventano il bersaglio
preferito degli intellettuali anticlericali e dei governi innovatori. E così
gli attacchi contro “il canchero del genere umano” (così sono definiti i
Gesuiti), contro la “canaglia fratesca, la tirannia della Curia romana” (Caracciolo) sembrano rappresentare il metodo giusto per
liberare le popolazioni dall’oppressione del potere religioso e instaurare
l’epoca dei lumi.
Anche nel
clero si creano confusione, incertezza, moti di ribellione contro l’autorità
pontificia, cedimenti alle pressioni del potere politico, che, in alcuni casi,
esige espliciti impegni di sottomissione e quindi un ufficiale rifiuto
dell’autorità ecclesiastica. Le nuove idee illuministe e il fascino della nuova
metodologia scientifica riscuotono nel clero culturalmente più preparato una
certa attenzione. Non mancano le adesioni entusiaste, cui il magistero
ovviamente si oppone.
Elisabetta
ha di questa situazione complessa una “visione” precisa: vede in essa l’azione
oscura del Male, il rifiuto della legge di Dio sostituita dalla legge dell’uomo,
la violenza del forte sul debole, la negazione dell’amore come modello di
rapporto tra persone e istituzioni. Davanti ai suoi occhi si spalancano, a più
riprese, rappresentazioni drammatiche del degrado politico e religioso, da essa
descritto con tipica simbologia apocalittica (mostri, foreste inestricabili, la
Chiesa come una vecchia matrona, il fuoco devastatore, la nave nella tempesta,
demoni e catene). Il suo sguardo penetra molto avanti nel futuro, tanto da far
pensare abbia anticipato alcuni degli eventi più drammatici dei decenni
successivi.
Elisabetta
si dà molto da fare soprattutto per il clero, non solo per il grande concetto
che ha dei sacerdoti e dei religiosi, ma anche per sostenere nuove vocazioni e
per recuperare religiosi e sacerdoti devianti. Nella sua vita entra anche un
ex-diacono, condannato a morte per l’omicidio di tre persone: ne ottiene la
conversione pochi istanti prima dell’esecuzione capitale.
Ma ciò che
più conta è la chiara consapevolezza di Elisabetta della missione salvifica e
redentrice della Chiesa nel mondo. Di questa missione di sente partecipe e ad
essa consacrerà la sua vita.
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