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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • IL PESO DEL MONDO
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IL PESO DEL MONDO

Elisabetta Canori Mora non è spettatrice passiva di tutti questi eventi. Vive le disavventure del pontificato di Pio VII con molta apprensione, lei che per parte di madre può rivendicare ascendenzenapoleoniche”. Saluterà il rientro di Pio VII a Roma con molta gioia, coinvolgendo con il suo entusiasmo molte persone.

Ha modo, in più riprese, di far conoscere a Pio VII la sua devozione ma anche il suo parere. Lo consiglierà di non abbandonare Roma quando Ferdinando VII di Napoli tenterà di conquistare lo Stato Pontificio, per punire il papa che aveva scelto la neutralità nella guerra tra Regno di Napoli ed Austria. Ma pare che anche Pio VII, probabilmente attraverso alcuni alti prelati della CuriaElisabetta nei suoi diari è piuttosto reticente in proposito – la consulti, l’ascolti e accetti che si ricorra ai suoi “poteri” in diverse occasioni, riguardanti sia lo Stato della Chiesa che la sua salute personale.

Ma al di degli eventi politici e militari, sui quali Elisabetta interviene indirettamente, il suo contributo specifico sta nella lettura partecipata che essa è in grado di fare dei mali del suo tempo.

Nella descrizione delle sue numerosevisioni” sullo stato della Chiesa e della società è possibile cogliere, sia pure in filigrana, una puntuale analisi della situazione culturale, religiosa ed etica di quel periodo, caratterizzata da uno scontro violento tra i “valori” della tradizione religiosa e politica e le nuove tendenze promosse dall’Illuminismo. È l’insorgere di una nuova cultura atea, sostanzialmente antiumanistica oltre che antireligiosa, che essa denuncia e teme.

L’anticlericalismo diventa una bandiera.

Nello scontro, condotto senza esclusione di colpi, si distinguono, per tenace difesa delle ragioni dell’ortodossia e del papa, i Gesuiti, che diventano il bersaglio preferito degli intellettuali anticlericali e dei governi innovatori. E così gli attacchi contro “il canchero del genere umano” (così sono definiti i Gesuiti), contro la “canaglia fratesca, la tirannia della Curia romana” (Caracciolo) sembrano rappresentare il metodo giusto per liberare le popolazioni dall’oppressione del potere religioso e instaurare l’epoca dei lumi.

Anche nel clero si creano confusione, incertezza, moti di ribellione contro l’autorità pontificia, cedimenti alle pressioni del potere politico, che, in alcuni casi, esige espliciti impegni di sottomissione e quindi un ufficiale rifiuto dell’autorità ecclesiastica. Le nuove idee illuministe e il fascino della nuova metodologia scientifica riscuotono nel clero culturalmente più preparato una certa attenzione. Non mancano le adesioni entusiaste, cui il magistero ovviamente si oppone.

Elisabetta ha di questa situazione complessa una “visioneprecisa: vede in essa l’azione oscura del Male, il rifiuto della legge di Dio sostituita dalla legge dell’uomo, la violenza del forte sul debole, la negazione dell’amore come modello di rapporto tra persone e istituzioni. Davanti ai suoi occhi si spalancano, a più riprese, rappresentazioni drammatiche del degrado politico e religioso, da essa descritto con tipica simbologia apocalittica (mostri, foreste inestricabili, la Chiesa come una vecchia matrona, il fuoco devastatore, la nave nella tempesta, demoni e catene). Il suo sguardo penetra molto avanti nel futuro, tanto da far pensare abbia anticipato alcuni degli eventi più drammatici dei decenni successivi.

Elisabetta si molto da fare soprattutto per il clero, non solo per il grande concetto che ha dei sacerdoti e dei religiosi, ma anche per sostenere nuove vocazioni e per recuperare religiosi e sacerdoti devianti. Nella sua vita entra anche un ex-diacono, condannato a morte per l’omicidio di tre persone: ne ottiene la conversione pochi istanti prima dell’esecuzione capitale.

Ma ciò che più conta è la chiara consapevolezza di Elisabetta della missione salvifica e redentrice della Chiesa nel mondo. Di questa missione di sente partecipe e ad essa consacrerà la sua vita.




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