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LA
VITTIMA
Elisabetta
non ha potere economico, politico, culturale o religioso: è e resta una povera
donna, costretta a lavorare duramente, priva di mezzi e lontana dagli ambienti
che contano, anche se cardinali e principi in numero crescente si rivolgono a
lei per avere consigli, per ottenere grazie, per raccomandarsi alle sue
preghiere.
La
conoscenza di un problema non la lascia mai indifferente. Elisabetta è una
donna d’azione. Se incontra per la strada una povera ragazza non si limita a
fare l’elemosina. Valuta la situazione, si informa, capisce il rischio fisico e
morale cui la povertà espone la giovane e interviene. Si tratta della figlia di
un funzionario pontificio che, a suo tempo, non aveva voluto prestare
giuramento alle autorità francesi insediatesi a Roma, ed era stato condannato
all’esilio. Ritornato in città e colpito da apoplessia, viveva assieme alla
figlia nella più squallida miseria. Elisabetta va a cercare quest’uomo,
prende atto della situazione e se ne fa carico. Interviene presso l’autorità
competente perché risolva il problema dell’ex funzionario, perorando il suo
diritto all’assistenza. Ottiene quanto chiede e proibisce alla ragazza di
scendere in strada per chiedere l’elemosina.
Non solo è
incapace di essere spettatrice passiva degli eventi ma non s’accontenta nemmeno
dei gesti della sua carità. Sa che le radici del male sono più profonde. E
così, davanti allo sfascio morale e politico della società in cui vive, accetta
una sfida tremenda: quella di addossarsi la colpa degli uomini, accettando di
farsi “vittima di espiazione” per il peccato del mondo.
Travolta
dalla passione divina non esita a sottomettersi all’oscuro volere del suo amato
che la vuole sacrificare per soddisfare la propria giustizia. Allenata ad
affrontare il dolore, ne abbraccia fino in fondo lo scopo salvifico e redentivo.
In una
serie di esperienze fisicamente e psicologicamente durissime, essa sperimenta
la violenza dello scontro tra il Bene e il Male, fino al punto – come essa
stessa afferma – di temere di rimanerne distrutta. Sono malattie misteriose,
ossessioni e possessioni diaboliche, spaventose visioni che si susseguono negli
anni, durante le quali Elisabetta è coinvolta in una lotta terribile con Dio.
Davanti al
male, il furore di Dio si gonfia, la sua collera esplode, la sua ira arriva al
cinismo, al punto da invitare, una volta, Elisabetta a godersi lo spettacolo
della sua vendetta sugli uomini. Ma essa si rifiuta e “impartisce” al suo amorosissimo Signore una specie di lezione etica e
politica: sostiene che non è con la vendetta che si vince il Male ma con la
misericordia. Il giudice inflessibile deve cederle. Le ragioni dell’amore sono
superiori a quelle della giustizia; non le aveva forse insegnato questo
invitandola ad essere la sua sposa?
Ai poveri
che continuano ad andare e venire dalla sua casa, si aggiungono ora i
“peccatori”, gente alla deriva, delinquenti comuni, cristiani poco praticanti,
sacerdoti in crisi. Elisabetta ha del male una percezione così precisa che non
può rifiutarsi di aiutare tutti a liberarsene.
Identificandosi
con il suo Gesù, essa si colloca inevitabilmente sul
Calvario, ma sarà pure testimone del sepolcro vuoto.
E il suo
sposo le anticipa sensibilmente l’esperienza della “risurrezione”: alle prove
durissime seguono infatti momenti inenarrabili di gioia, di pace, di straordinaria
efficienza fisica, di rinnovate celebrazioni delle nozze mistiche, di estasi
pacificatrici. Dal buio profondo del dolore alla luce radiosa dell’amore
trinitario: Elisabetta ne è travolta.
Siamo
nella prospettiva di quella spiritualità trinitaria, da Elisabetta abbracciata,
che nel rapporto d’amore con Dio privilegia la dimensione redentiva.
Amore come salvezza e liberazione da ogni forma di “cattività”, soprattutto
dalla schiavitù del peccato e della morte.
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