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Paolo Redi
Elisabetta Canori Mora

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  • LA VITTIMA
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LA VITTIMA

Elisabetta non ha potere economico, politico, culturale o religioso: è e resta una povera donna, costretta a lavorare duramente, priva di mezzi e lontana dagli ambienti che contano, anche se cardinali e principi in numero crescente si rivolgono a lei per avere consigli, per ottenere grazie, per raccomandarsi alle sue preghiere.

La conoscenza di un problema non la lascia mai indifferente. Elisabetta è una donna d’azione. Se incontra per la strada una povera ragazza non si limita a fare l’elemosina. Valuta la situazione, si informa, capisce il rischio fisico e morale cui la povertà espone la giovane e interviene. Si tratta della figlia di un funzionario pontificio che, a suo tempo, non aveva voluto prestare giuramento alle autorità francesi insediatesi a Roma, ed era stato condannato all’esilio. Ritornato in città e colpito da apoplessia, viveva assieme alla figlia nella più squallida miseria. Elisabetta va a cercare quest’uomo, prende atto della situazione e se ne fa carico. Interviene presso l’autorità competente perché risolva il problema dell’ex funzionario, perorando il suo diritto all’assistenza. Ottiene quanto chiede e proibisce alla ragazza di scendere in strada per chiedere l’elemosina.

Non solo è incapace di essere spettatrice passiva degli eventi ma non s’accontenta nemmeno dei gesti della sua carità. Sa che le radici del male sono più profonde. E così, davanti allo sfascio morale e politico della società in cui vive, accetta una sfida tremenda: quella di addossarsi la colpa degli uomini, accettando di farsi “vittima di espiazione” per il peccato del mondo.

Travolta dalla passione divina non esita a sottomettersi all’oscuro volere del suo amato che la vuole sacrificare per soddisfare la propria giustizia. Allenata ad affrontare il dolore, ne abbraccia fino in fondo lo scopo salvifico e redentivo.

In una serie di esperienze fisicamente e psicologicamente durissime, essa sperimenta la violenza dello scontro tra il Bene e il Male, fino al punto – come essa stessa afferma – di temere di rimanerne distrutta. Sono malattie misteriose, ossessioni e possessioni diaboliche, spaventose visioni che si susseguono negli anni, durante le quali Elisabetta è coinvolta in una lotta terribile con Dio.

Davanti al male, il furore di Dio si gonfia, la sua collera esplode, la sua ira arriva al cinismo, al punto da invitare, una volta, Elisabetta a godersi lo spettacolo della sua vendetta sugli uomini. Ma essa si rifiuta e “impartisce” al suo amorosissimo Signore una specie di lezione etica e politica: sostiene che non è con la vendetta che si vince il Male ma con la misericordia. Il giudice inflessibile deve cederle. Le ragioni dell’amore sono superiori a quelle della giustizia; non le aveva forse insegnato questo invitandola ad essere la sua sposa?

Ai poveri che continuano ad andare e venire dalla sua casa, si aggiungono ora i “peccatori”, gente alla deriva, delinquenti comuni, cristiani poco praticanti, sacerdoti in crisi. Elisabetta ha del male una percezione così precisa che non può rifiutarsi di aiutare tutti a liberarsene.

Identificandosi con il suo Gesù, essa si colloca inevitabilmente sul Calvario, ma sarà pure testimone del sepolcro vuoto.

E il suo sposo le anticipa sensibilmente l’esperienza della “risurrezione”: alle prove durissime seguono infatti momenti inenarrabili di gioia, di pace, di straordinaria efficienza fisica, di rinnovate celebrazioni delle nozze mistiche, di estasi pacificatrici. Dal buio profondo del dolore alla luce radiosa dell’amore trinitario: Elisabetta ne è travolta.

Siamo nella prospettiva di quella spiritualità trinitaria, da Elisabetta abbracciata, che nel rapporto d’amore con Dio privilegia la dimensione redentiva. Amore come salvezza e liberazione da ogni forma di “cattività”, soprattutto dalla schiavitù del peccato e della morte.




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