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L’EDUCATRICE
Elisabetta
è una madre molto dolce e molto forte.
Obbligata
a supplire alla totale assenza del marito, è lei che cura direttamente la prima
istruzione delle figlie, con delle curiose intuizioni didattiche e pedagogiche.
Convinta che i bambini sono in grado di apprendere molte cose fin dai primi
anni di vita, sovverte la tradizione scolastica dell’epoca. A tre anni, sua
figlia Lucina sapeva già leggere speditamente e subito dopo, assieme alla
sorella, imparerà dalla madre a scrivere, a cucire, a far di conto.
Le bambine
crescono. Elisabetta, esaurita la sua competenza di maestra domestica, le
affida alle Maestre Pie presso il “Gesù”, per
un’istruzione più sistematica (1806). Convinta dell’importanza della scuola, è
altrettanto convinta che la responsabilità primaria dell’educazione rimane
comunque della famiglia. Non è una mamma che deleghi ad altri i suoi compiti
educativi, magari con la scusa del lavoro e delle preoccupazioni economiche. E
quante ne aveva.
Dalle
testimonianze della figlia Lucina e dal suo diario è facile ricavare il
progetto educativo cui Elisabetta si ispira. Esso si basa su una precisa
gerarchia di valori, al vertice della quale sta la fede: istruzione religiosa,
preghiera quotidiana, messa domenicale, partecipazione alla vita ecclesiale
sono i mezzi con cui Elisabetta inculca nelle figlie quell’amore
di Dio, che è la ragione della sua vita. Per Elisabetta non si dà educazione
che non sia educazione religiosa, perché il senso ultimo dell’uomo è Dio.
Donna del
suo tempo, impegnata ad educare delle donne, propone alle figlie uno stile di
vita improntato alla semplicità, alla finezza del tratto, alla modestia, alla
riservatezza, senza facili concessioni alla frivolezza e agli interessi
superficiali (divertimenti, teatri, balli, vestiti). Sa farle giocare e inventa
per loro occasioni di svago e di allegria. Nei giorni di festa e di vacanza –
giorni che riserva interamente a loro – le impegna nel lavoro, nella lettura di
qualche libro interessante, in qualche passeggiata, oltre che nelle pratiche
religiose.
È una
mamma “creativa”. Quando a Carnevale maschere, sfilate, festini e divertimenti
attirano la curiosità delle bambine, che tendono a passare troppo tempo alla
finestra per godersi lo spettacolo, inventa visite di cortesia a qualche amica,
organizza giochi con le bambine di famiglie affidabili, visite alla città,
vincendo la inevitabile resistenza delle figlie con la sua serenità e il suo
entusiasmo.
È una
madre “diversa”, per niente in sintonia con la mentalità e lo stile di vita
allora dominanti, di cui dà un giudizio tagliente: “Vivevo in mezzo ad una
ciurmaglia mal costumata e immersa nel vizio”. Decisa a impedire che le figlie
ne facciano parte, ha la forza e il coraggio di proporre loro un progetto di
vita alternativo, giocandosi in prima persona come mamma e come donna. Una
scelta, la sua, che, inevitabilmente, scatena conflitti in famiglia e nel
parentado.
Alle
sorelle Mora lo stile educativo di Elisabetta ovviamente non piace: quelle
ragazzine stanno crescendo come delle monache, sono tristi, non sanno stare in
società, hanno bisogno di conoscere il mondo, che figura ci facciamo? Come se
non ne avessimo abbastanza della madre che fa la santa e veste come una matta e
passa il tempo a pregare e a vuotare i pitali negli ospedali, anche quelle
povere creature vuole rovinare, non le basta avere sfasciato la famiglia?
Come
questa… finezza di spirito si conciliasse con le devozioni, le preghiere e il
rosario quotidiano di casa Mora è difficile dirlo. Di fatto le sorelle Mora
riuscivano a mettere d’accordo preghiere e pettegolezzi, Messe e divertimenti,
vita brillante e confessioni, vanità e genuflessioni. Elisabetta non si
permette di giudicare. Pur non pretendendo che le figlie facciano le sue scelte
– è sempre molto attenta a non condizionarle con le sue esperienze mistiche e
le sue attività caritative, con le sue penitenze e la sua vita di preghiera –
insegna loro a vivere con una coerenza e un impegno diversi.
Per una di
quelle strane distorsioni che l’arroganza del denaro crea, le cognate
cominciano allora a rivendicare una specie di diritto di farsi carico
dell’educazione delle nipoti. Puntando sull’assenza di Cristoforo, sulla
“diversità” di Elisabetta, manovrano per farsi affidare le bambine.
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Elisabetta
si oppone decisamente, per naturale istinto materno e per ragioni di carattere
educativo: non intende affatto che le figlie imparino da certi esempi. Ma è
sola a reggere il confronto e le critiche che la investono hanno tanto maggior
peso in quanto sono espresse da chi, alla fine dei conti, mantiene lei e le
bambine.
Non
riuscendo a piegarla, le cognate, decise a imporre la loro volontà ad ogni
costo, circuiscono la signora Teresa, la mamma di Elisabetta, ben conoscendo la
grande autorità che essa esercita ancora sulla figlia. La povera donna trova
che le preoccupazioni educative delle cognate per le bambine meritano
attenzione: mandarle a scuola, d’inverno, poco coperte, con i pericoli che ci
sono per le strade quando possono disporre di due zie che di loro si curano,
che per loro darebbero tutto, anzi danno già tutto e sanno come devono crescere
due ragazzine di buona famiglia, come prepararle alla vita e fornire loro utili
opportunità per il futuro e possono permettere ad Elisabetta di lavorare in
pace sono certamente cose da tener presenti. Perché non valorizzare la loro
generosa proposta?
Nonna
Teresa, fragile e isolata, non conosce più di tanto le motivazioni di fondo e i
calcoli delle due zitelle e fa una certa pressione presso Elisabetta perché
affidi loro le bambine. Preoccupata di sottrarre alle figlie una opportunità,
pur non essendo affatto convinta delle capacità educative delle cognate, di
fronte al parere della madre, Elisabetta, ancora una volta ingenua e
obbediente, accetta. Un cedimento di cui si pentirà subito.
Le bambine
vivono oltre un anno da incubo: balli, teatri, divertimenti, ceffoni, insulti,
umiliazioni, rosario serale, castighi, sangue dal naso e quel continuo
ritornello sull’incapacità e la stupidità della loro mamma, sulla loro
condizione di “trovatelle” che se non ci fossero le zie dovrebbero chiedere
l’elemosina e imparare come si vive. Abituate da Elisabetta a non lamentarsi,
psicologicamente più forti della loro età, le ragazzine reggono come possono.
Ma è un’esperienza disastrosa.
Elisabetta
vive nell’angoscia. Necessità economiche e regole familiari l’hanno condotta in
un vicolo cieco: teme per l’integrità morale e fisica delle figlie e non ha
mezzi per far valere le sue ragioni.
Ne uscirà,
come abbiamo detto, decidendo di mettersi a fare la camiciaia.
L’avvio della nuova attività le offre il pretesto per avere nuovamente le
figlie: la loro collaborazione le è necessaria per soddisfare le esigenze dei
clienti. Le zie, del resto, si sono già stancate dell’impegno preso: il loro
zelo educativo si era esaurito da tempo e il loro orgoglio era stato
abbondantemente soddisfatto.
Riavute le
figlie, Elisabetta ha il suo bel da fare per eliminare gli effetti negativi di
quella esperienza educativa assurda. Le ragazze, ormai nel periodo
dell’adolescenza, hanno elaborato, sia pur dolorosamente, una certa visione del
mondo in sintonia con quella delle zie e sono critiche nei confronti della
mamma. Pretendono autonomia, vogliono essere come le altre, vogliono
divertirsi, uscire, conoscere gente. Elisabetta assiste al cambiamento con
trepidazione. Consiglia, propone, corregge, ma i risultati che ottiene sono,
per un certo periodo di tempo, deludenti. Persino suo marito si rende conto che
le ragazze stanno assumendo atteggiamenti discutibili e la prega di vigilare.
A
movimentare la situazione entrano ad un certo punto in scena due ufficialetti. Hanno adocchiato le due ragazze e da esse
hanno ricevuto messaggi fin troppo facili da capire. La divisa, la giovinezza, la
scaltrezza e l’interesse dei due militari seducono Marianna e Lucina: sono
eccitate, felici, scoprono quello straordinario universo dei sentimenti che fa
sognare ogni adolescente.
Vola dalla
finestra qualche biglietto. Poi una cameriera viene coinvolta come postina
segreta. La corrispondenza diventa intrigante. È innamoramento.
Elisabetta
non si rende chiaramente conto di ciò che sta avvenendo, lontana com’è dal
pensare che le sue figlie possano imbarcarsi in qualche strana avventura. Le
due, del resto, anche per l’appoggio delle zie, riescono a nascondere tutto
alla mamma. La relazione diventa sempre più coinvolgente e i controlli di
Elisabetta, che non concede facili uscite, diventano sempre più insopportabili.
Occorre trovare una soluzione radicale.
I due ufficialetti sanno strategicamente cogliere il momento e
propongono la manovra vincente: se non proprio il rapimento, la fuga d’amore.
Le due ragazze ormai non si rendono più conto di quello che fanno: l’idea di
scappare da casa sembra loro la soluzione ideale per coronare il sogno d’amore.
Una notte,
nei primi mesi del 1815, i pretendenti scavalcano il muro di cinta, si
avvicinano alle finestre dietro le quali stanno aspettando le ragazze, pronte a
lanciarsi tra le loro braccia e a fuggire.
– Chi è?
Che cosa cercate, delinquenti? – la voce di Elisabetta rompe il silenzio della
notte. La “truppa”, colta di sorpresa, si dà ad una fuga ignominiosa, mentre le
sorelle si infilano sotto le coperte con il cuore in gola.
Rabbia,
delusione, paura del castigo. Ma la mamma non entra nella camera. Marianna e
Lucina, anche se disorientate per la mancanza di una reazione immediata, si
preparano a resisterle.
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Solo il
mattino dopo Elisabetta commenterà il fatto con molta calma e con molta
chiarezza. Tutti i segreti e le bugie delle due ragazze sono svelati: la mamma
sa più cose di quante esse non intendano ammettere. Questo le sorprende, le
irrita e le irrigidisce. Come ha fatto la mamma a scoprire il loro piano?
Elisabetta
sviene, arriva il dottore, in casa c’è confusione. Passa qualche giorno e
quella mamma a letto che non si decide a guarire è una grossa scocciatura,
chissà dove saranno e cosa penseranno i due ufficiali, era un piano perfetto,
come avrà fatto? Marianna e Lucina sono furenti, intrattabili.
Saranno la
costanza di Elisabetta, la sua attenzione premurosa, la sua forza interiore a
farle rientrare un po’ alla volta in se stesse. Marianna avrà un’altra sbandata
per un vicino di casa e ancora una volta sarà guidata con ferma delicatezza a
superare la crisi. Si sposerà, dopo la morte della mamma, con Salvatore Brandi,
presentato ad Elisabetta qualche tempo prima da un amico di famiglia. Prima di
morire, Elisabetta le preparerà con straordinaria finezza e materna concretezza
il corredo.
Lucina,
invece, deciderà di farsi suora: dopo le incertezze e le resistenze
dell’adolescenza, si avvicinerà sempre più alla madre, il cui esempio le farà
comprendere il valore dell’amore verginale.
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