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IL
SANTUARIO IN CASA
Nell'alloggio di via Rasella
la vita è sempre dura. Per non dipendere dalla famiglia del marito, Elisabetta
deve lavorare notte e giorno, con risultati economici non sempre soddisfacenti.
Pur senza nascondere la realtà, cerca di non far pesare sulle figlie la situazione.
Preoccupata che non restino con le mani in mano, invita in casa una signora per
insegnare loro a ricamare e a confezionare fiori finti. Per qualche ora di
svago, non avendo tempo di seguirle, le affida a due gentili signore di sua
fiducia.
Guarito dalla grave malattia che lo aveva
colpito, dopo l’attentato, Cristoforo riprende la sua attività legale e sembra
deciso a mantenere la promessa di cambiar vita.
Mentre in casa, moglie e figlie non sanno
come sbarcare il lunario e sono alla miseria, tra l’aprile e il luglio del 1816
Cristoforo è a Napoli per ragioni di lavoro. I creditori, che gli stavano
sempre alle calcagna, pensano ad una fuga e cercano di rifarsi su Elisabetta
che non sa più che cosa vendere per ammansirli. In uno scambio di lettere con il
marito, lo mette al corrente della situazione disperata. Arriva qualche piccola
somma, ma è insufficiente a far fronte alle urgenze.
Finalmente il 7 luglio, l’avvocato rientra
senza preavviso a Roma e si presenta a casa. Per la prima volta in vita sua
porta in regalo alle figlie due tagli di abito e consegna alla moglie cento
scudi. Una bella cifra, per quei tempi. Si fa festa.
La tranquillità però dura poco. Cristoforo
è un debole e la sua amante riprende su di lui il sopravvento. Elisabetta si
rende subito conto che l’apparente normalità dei comportamenti familiari del
marito nasconde nuovamente il tradimento.
È in questi giorni che si presenta in casa Canori-Mora il sacerdote Andrea Felici di Imola che,
rispondendo ad un misterioso imperativo, regala ad Elisabetta una miniatura
raffigurante Gesù Nazareno. Il quadretto appartiene
ad un gruppo di tre opere commissionate per obbedienza ad un giovane penitente,
del tutto ignaro di pittura, dal sacerdote di Imola.
Il modo “eccezionale” con cui le viene
fatto questo regalo, la finezza spirituale del sacerdote che glielo consegna e
soprattutto il soggetto della miniatura – il “Gesù
Nazareno” – che rappresenta felicemente uno degli elementi fondamentali della
spiritualità e della devozione di Elisabetta caricano il dono di molti
significati: la sacra immagine diventa immediatamente il nuovo protagonista
della sua vita.
L’alloggio di via Rasella
– due camere e uno stanzino al primo piano con cucina, due camere e cantina al
pianterreno – era già sfruttato al meglio: Elisabetta aveva ricavato da una
delle due stanze più grandi lo studio e la camera di Cristoforo, l’altra
l’aveva adibita a camera da letto per le ragazze e aveva riservato a sé lo
stanzino. Un vano troppo piccolo per una persona, ma sufficiente per Elisabetta
e per il suo “Gesù Nazareno”: lei sa come far posto
all’amore.
Modestamente incorniciata ed esposta in una
specie di altarino, con qualche “lampadina” e dei candelieri, quella miniatura
è una presenza che la rende felice. Il suo amato è venuto da lei. Non se ne
staccherà mai più.
Pare che già il giorno successivo la sacra
immagine abbia manifestato la sua potenza taumaturgica. Viene a trovare
Elisabetta un’amica e le racconta di un pover’uomo in
fin di vita per una cancrena. Una famiglia sul lastrico. Elisabetta, con una
sicurezza e una disinvoltura straordinarie, la invita a pregare davanti al
quadretto, prende alcune ciambellette e le mette
davanti a Gesù, pregandolo di benedirle. Le consegna
poi all’amica con l’incarico di portarle all’ammalato e di fargliele mangiare.
E così avviene. Quando i medici tornano per controllare il decorso
dell’infezione, trovano il paziente guarito e persino in carne, dopo quaranta
giorni di degenza. Si dichiarano disponibili ad attestare il miracolo.
Inizia così il nuovo rapporto tra
Elisabetta e il “Gesù Nazareno”. È fatto di
preghiera, di filiale confidenza, di una disinvolta fiducia: un vero e proprio
rapporto d’amore, con un continuo scambio di sentimenti e di parole. Elisabetta
ascolta, chiede consigli, affida al suo Amato Bene anime in pena, peccatori
incalliti, persone ammalate, poveri e tutta quell’umanità
che viene a contatto con lei, attirata dalle ricorrenti notizie di eventi
miracolosi ma anche dalla sua straordinaria personalità.
La casa di Elisabetta si trasforma, in
breve tempo, in una insolita meta di pellegrinaggio. È gente del popolo, ma
sono anche alti prelati della Curia e noti esponenti della nobiltà romana.
Persino Pio VII ritroverà la salute grazie all’acqua che Elisabetta gli farà
recapitare, dopo averla messa a contatto con la sacra immagine. Anche Pio IX
affermerà in seguito che, da giovane prete, era stato guarito, per le preghiere
di Elisabetta, da una strana malattia che lo faceva cadere a terra “come un
materasso”.
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È però importante osservare come Elisabetta
non dia peso più di tanto a quelli che tutti chiamano “miracoli”, travolta
com’è dalla sua passione amorosa che le fa pensare come sia del tutto normale
che il suo Gesù dispensi salvezza e redenzione. Lei
stessa non è stata da lui salvata e redenta?
Intanto sul piano economico le cose
migliorano, grazie all’intervento del gentiluomo Giovanni Sala, fratello di un
cardinale, che si impegna a passare a Elisabetta e alle figlie un assegno
mensile e si assume una specie di ruolo di padre putativo, di promotore della
devozione a “Gesù Nazareno” e della santità di
Elisabetta.
La miniatura del “Gesù
Nazareno” seguirà Elisabetta nei suoi spostamenti a Marino e ad Albano e sarà
ovunque oggetto di una straordinaria devozione popolare. E quando, nel 1822, la
famiglia Canori Mora traslocherà in un altro alloggio in via Quattro Fontane,
vicino alla chiesa di S. Carlo, la sacra immagine troverà in casa una
sistemazione più preziosa in un vero e proprio oratorio, con altare per la celebrazione
della Messa.
Nella piccola cappella domestica si
succederanno sacerdoti e prelati, gente del popolo e funzionari pubblici fino
alla morte di Elisabetta. Dopo di allora la potenza taumaturgica della sacra
immagine cesserà.
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