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Agnolo Firenzuola
Delle bellezze delle donne

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  • Il Firenzuola fiorentino alle nobili e belle donne pratesi
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Il Firenzuola fiorentino alle nobili e belle donne pratesi

Felicità

Essendo stato ricerco molte volte da quelle persone che mi hanno sempre potuto comandare, ch'io dovessi dar fuori un mio dialoghetto, che ai giorni passati io composi a requisizione d'una cosa a me carissima, in dichiarazione della perfezione della belleza d'una donna, se sarò stato troppo renitente o tardo in compiacerle, io penso senza molta difficultà doverne essere iscusato. Perciò che buona parte di quelle che me n'hanno ricerco, sanno molto bene quanto sia biasimevole anzi dannoso non rinchiuder le nuove e quasi tenere figliuoline ne' penetrali delle case, per tanto tempo almeno che, quando si mandano fuori, possano, come i veri figliuoli dell'aquila, comportare la chiareza del sole, e sia mancata quella affezione naturale che ogni uomo porta alle cose sue e le conosca quasi per forestiere, veggiavi e considerivi i defetti, non come piatoso padre, ma come severo censore. Toglievami oltre a di questo da cotal proposito l'aver sentito dire che certi di questi nostri cervelli tanto stillati, che si convertono in fumo il più delle volte, volevano interpretare i nomi, che io ho celati studiosamente e di questa e di quella; e già trovavano una donna e dicevanle: – Tu non [716] sai? Il tale ha detto che tu ti lisci e t'ha chiamato mona Ciona e mona Bettola –. Ed ecci chi non si è vergognato di volere che una delle belle giovani di Prato, modesta e gentile, anzi veramente una preciosa margherita, sia quella dal raso nero, allontanandosi dal vero quanto si accostavano al precipitoso giudizio della loro iniquità. L'intenzione mia, Pratesi mie care, non è stata di notar né questa né quella; ma parendomi che la proprietà del dialogo e il suo ornamento ricercassero cotai fioretti, che come esempi ponessero la cosa inanzi ai lettori, come si costuma nel ragionare cotidiano, mi fingeva ora il nome d'una, ora d'un'altra, secondo che richiedeva la ragionata materia, senza pensare più a mona Pasquina che a mona Salvestra. Sì che, donne mie belle, quando questi maligni, così vostri come miei nimici, dicono ch'io ho detto mal di voi, rispondete loro audacemente quello ch'io uso di dire tutto il , che chi con atti, con parole, con pensieri usa di fare una minima offesa a una minima donna, ch'egli non è uomo, anzi un animale non ragionevole, cioè una bestia; e quando uno di questi cosi fatti vi dice male ora di questo e ora di quello, rispondeteli, se non con le parole, con la mente almeno, che egli non fa atto d'uomo valoroso; perciò che chi dice male d'uno in assenza, nella cui bocca egli ride in presenza, che egli frauda se stesso; e non dite più, ché questa risposta, come vera, gli trafiggerà. E però quando e' dicono: – Questa è la tale. Questa è la quale – io vi dico di nuovo che e' s'allontanano dal vero e che e' sono nomi a caso e cognomi a caso e massime quegli che ci sono per dare esempio delle brutte. Ben è vero che alcuni di quelli che ci sono per esempio delle belle, insieme con le quattro donne che con Celso ragionano, ch'io le ho nella imaginazione e conoscole col pensiero; e ne' finti nomi loro chi gl'andasse per il minuto scortecciando, ritroverebbe i veri sotto un sottil velo. Sì che questa era una delle belle principal cagioni ch'io li voleva lasciar tra la polvere invecchiare [717]; e tanto maggiormente, che oltre a questo, e' c'era chi diceva che e' si trovavano alcune donne che si sdegnavano che io di loro ragionassi o bene o male; alcune altre si dolevano che io ne avessi tenuto sì poco conto, che io non le avessi dato luogo tra le quattro, parendolo lor meritare, come nel vero facevano, se merito bisogna assegnare a le mie vili e roze carte, atte più tosto a torre che a dar lode alla loro chiara fama.

Alle quali, poi che pure mi è forza dar fuori questa operetta, rispondendo quattro parole in mia difensione, dico che le prime hanno il torto, percioché, se ben lo stil mio è basso, la eloquenzia è poca, le forze dell'ingegno sono debili, la eleganzia è niente, devevano pure accettare la buona volontà; senza che le cose mie non sono però tali che alcune grandi ed eccellenti signore e ingeniose gentildonne di questa nostra Italia non l'abbiano volentier lette, apprezate e tenuto caro l'autore. E vogliomi e posso vantare di questo, che'l giudizioso orecchio di Clemente il settimo, alle cui lodi non arriverebbe mai penna d'ingegno, alla presenzia dei più preclari spiriti d'Italia, stette già aperto più ore con grande attenzione a ricevere il suono che gli rendeva la voce sua stessa, mentre leggeva il Discacciamento e la prima giornata di quegli Ragionamenti ch'io dedicai già all'illustrissima signora Caterina Cibo, degnissima duchessa di Camerino, non senza dimostrazione di diletto né senza mie lode. Ma quando questo non fusse vero (che è verissimo, e chiamone in testimone il gran vescovo Giovio), Marco Tullio, che fu l'occhio diritto della lingua latina, or non iscrive egli a Lucio Luceio queste formali parole: "Io ardo di incredibil desiderio d'essere celebrato da gli scritti tuoi"? Se il principe degli scrittori latini adunque mostra d'avere sì caro, anzi di arder per il desiderio grande d'esser celebrato da uno tanto inferior a lui, che esso lo prega che con tanta vemenzia che di lui scriva, perché vi sdegnate voi ch'io vi nomini o di voi scriva in questo mio dialoghetto? Che, se ben non sono L. Luceio, che [718] forse sono, e voi non seteEleneVeneri, e non dico di tutte, ma di quelle sole che, se non sono fatte sorde da pochi giorni in qua, so ben che m'odono.

Ma e' potrebbe molto ben essere che queste tali lo recusassero per onestà, per umiltà volsi dire; cioè per non conoscere cosa in loro che le rendesse degne di questo onore; alle quali, quando questo sia, io perdono molto volentieri, anzi le ho per iscusate; rivoltandomi alle altre, le quali mostrano di tenere tanto conto di questo infelice mio libretto, che le mi' minacciano d'uno non scordevole odio, perché io non ce le ho inserite dentro; e dico loro, per mia vera e giustissima scusa, che la paura che mi avevano fatta quelle prime, mi ritenne dal mettervi le seconde, dubitando non l'avessero per male come quell'altre; nondimeno queste che mostrano di stimare tanto le cose mie, io le ringrazio, e portinmi odio o non me ne portino, in ogni modo son loro obligato e mostrerollo forse loro un più particolarmente.

E' mi è stato zufolato anche negli orecchi un'altra cosa, che non importa poco; che quella ch' è signora e patrona dell'anima mia, nata per sostegno della mia vecchieza, eletta per riposo delle mie fatiche, si lamenta che non ci si ritrova. La prima cosa, questo non è picciol peccato, perciò che io non so che veruna sappia ancora d'essere il mio struggimento; con ciò sia ch'io non ho avuto ancora agio di dirgnene, né le ho saputo far tanto che la se ne sia potuta accorrere per cenni; ma ditele che guardi il mio core a falda a falda e, se la non ci si trova, dica mal di me; e che le basti questo e non si rammarichi, ma per pur quando alcuno senza mia licenza gnene avesse detto per me, facciale anche adesso quest'altra ambasciata con mio consentimento, che la guardi molto bene, che la ci è ed è delle quattro; sì che cerchine minutamente, che la ci si troverà. E quando pure anche e' non le paia d'esserci a modo suo e che la non si riconosca a' contrasegni, i quali io ho celati il più ch'io ho potuto, per non dare che dire alla brigata, l'amor d'Iddio non lo dica a nessuno, che la mi rovinerebbe. E' ci sono anche certe [719] spigolistre che una n'è la figliuola di mona Biurra dalla imagine, che dicono che perché io son brutto, che la mia metà non può essere se non una brutta e una schifa come me. A queste bisogna fare un poco di scusa, per non mi gittar via a fatto a fatto. Donne mie, quando io nacqui, io non era si vecchio quanto io sono al presente, e non erabarbuto com’adesso, ne sì brutto com'ora; ma le Fate mi guastarono per la via; e perché io sono andato attorno molto e sono stato assai al sole, io sono arrozito e però paio nero a questa foggia; ma sotto il farsetto io non son nero come di sopra e massime la domenica mattina quando io mi son mutata la camicia, e secondo che mi disse già mia madre, la balia mi tirò un poco troppo il naso. Ma quando la mia colei e io ci dividemmo, noi eravamo tutti a due belli a un modo; ma io mi son poi guasto co' disagi ed ella s' è mantenuta pe' gli agi.

Ed ecci chi dice che, col far questa opera, ch’io avrò più perduto che guadagnato; perciò che, dalle quattro in fuori, anzi dalle tre (perché ve n’ è una che ha per male d’esservi e hammi detto a me che non me ne sagradograzia), tutte l’altre m’hanno bandito la croce addosso. Ma che domin sarà? Quando io morissi per le loro mani, io non morrò in man de’ Turchi né de' Mori, ché morrò contento, pur che io non habbia dato loro giusta cagione, come nel vero io non ho fatto adesso; che ogni volta che le valorose donne o in male o in bene terranno conto di me o mi ricorderanno, in ogni modo l'averò caro. Io ho di più sentito dire a una, che si tien savia, ed è nondimeno, che Celso son io e che, per carestia di buon vicini, ch’io mi son lodato da me stesso. Ma se questa o altra che l'ha detto a lei e che però si son rise del fatto mio, avessero più letto che le non hanno, avendo conosciuto quello che s'usa nel modo del fare un dialogo, non averebbono mai detta questa semplicità; ma pure, quando questo non fusse e ch'io avessi voluto finger per Celso la persona mia, che lode m'ho lo attribuite? Ho detto lui essere uomo di buone lettere e alla mano; s'io [720] non avessi studiato e in conseguenza non avessi qualche lettera, male avrei potuto condurre questo dialogo a quella perfezione che di presente si ritruova; e s'io ho lettere e s'io non ho lettere, da ora inanzi io non ne voglio altra testimonianza che questa operetta. S'io non fussi alla mano e volto alle voglie degli amici, io non sarei in questo laberinto. S'io lo fingo aver locato l'amor suo altamente, puramente, santamente su fondamenti della virtù, in questo io confesso aver voluto descriver me medesimo e ho descritto il vero, ne' ne voglio dare altro testimone se non la innocenzia e la purità della mia conscienza, dando licenza ingenuamente a chi sa di me un minimo erroruzo, che, palesandolo, mi faciano bugiardo. Or vedi dove queste l'avevano! Ecci bene chi ha detto che non all'età mia né alla mia professione si aspetterebbe far cotali opere, ma gravi e severe; ai quali io non risponderò altrimenti, perciò che degl'ipocriti tristi e dei maligni e degl'ignoranti io ne feci sempre mai poco conto (e quelli che ciò han detto, son di quella ragione), e or ne fo vie meno. E 'ncrescemi che quell'uomo da bene del Boccaccio si degnasse risponder loro, perciò che e' mostrò di stimarli troppo.

Ecci un'altra cosa che non si deve stimare meno; e questo si è che in cosa che io mai componessi, non ho costumato porre molta cura, come non ho fatto adesso, alle minute osservanze delle regole grammaticali della lingua tosca; ma tuttavia sono ito cercando di imitar l'uso cotidiano e non quel del Petrarca o del Boccaccio; e ricordevole della sentenza di Favorino sempre mi son valuto e ho usato quei vocaboli e quel modo del parlare che si permuta tutto il giorno, spendendo, come dice Orazio, quelle monete che corrono e non i quattrini lisci o San Giovanni a sedere. Laonde io son certo che una buona parte di quei che fan professione di comporre, daranno all'arme, con molte cose che e' ci troveranno fuor delle loro osservanze; ma a [721] posta loro; quello ch'io ho fatto l'ho fatto, perciò che egli mi è parso di far così; s'io merito riprensione per questo, riprendanmi, ch'io starò paziente. Se vogliono ch'io mi vergogni, ecco ch'io son diventato rosso; pur nondimeno per non parere un uomo così a casaccio, subito che mando fuori una traduzione della Poetica d'Orazio, quasi in forma di parafrasi, che sarà questa prossima state, io risponderò quattro parole a correzione di costoro. In questo mezo abbinmi per raccomandato e in questo Dialogo e in quel libretto dove favellano le volpi e i corvi, da me, come sapete, pochi giorni fa mandato al giudizio degl'amici. Or vedete in che laberinto io sono, in che dibattito io mi ritrovo per aver raccolti i ragionamenti d’altri; e nondimeno io arò tanto animo e tante forze, ch'io supererò tutte queste difficultà, anzi, come un nuovo Ercole, tutti questi mostri; e più potranno in me le oneste pregi della persone a me care, che qual si voglia mala lingua di qual si sia non ragionevole impedimento. Hogli adunque rescritti di mia mano e deliberato di metterli in luce; ne ho già fatto partecipi e gli amici e nimici, ai quali io ricordo il proverbio antico, che non consente che al lion morto si svelga la barba.

Data in Prato il 18 di gennaio del 1541, regnante lo Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Cosimo Duca meritissimo di Fiorenza.




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