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Del
dialogo del Firenzuola fiorentino della belleza delle donne, intitolato Celso
Discorso primo
Celso Selvaggio è molto amico e
tanto posso disporre di lui ch'io uso dire che certo e' sia un altro me; e però
se io publico adesso questi suoi discorsi, i quali mi vietò già, egli averà
pazienza ; con ciò sia che l'amore che mi porta lo sforza a far della sua
voglia la mia, e tanto più ch'io ne sono costretto da chi può costringer lui.
Costui, oltre che è uomo di assai buone lettere e persona di qualche giudizio,
molto alla mano e molto accomodato alle voglie degli amici, e per tutte queste
cagioni divenuto sicuro che e' non ne farà parola, gli ho dati fuori, come
vedete.
Ritrovandosi adunque costui la
state passata nell'orto della Badia di Grignano, che allora si teneva per
Vannozzo de' Rochi dove erano andate a spasso assai giovani, così per belleza e
per nobiltà come per molte virtù riguardevoli, tra le quali mona Lampiada, mona
Amorrorisca, Selvaggia e Verdespina; [724] essendosi ritirate su la
cima d'un monticello, il quale è nel mezo dell'orto, tutto coperto dagli
arcipressi e dagli allori, si stavano a ragionare di mona Amelia dalla Torre
nuova, la quale ancora era per l'orto, e chi di loro voleva ch'ella fusse
bellissima e chi ch'ella non fusse pur bella; quando Celso, con certi altri
giovani pratesi, parenti delle già dette donne, salsero in sul detto monte, sì
che, colte da loro all'improvista, tutte subito si racchetarono, se non che,
scusandosi Celso di avere fatto loro quella scortesia, come benigne risposero
che avevano avuta cara la loro venuta; e invitarongli a sedere su una panca
ch'era loro al dirimpetto, ma pur tacevano. Perché Celso disse di nuovo: –
Belle donne, o voi seguitate i vostri ragionamenti, over ci date commiato;
perciò che al calcio noi non serviamo per isconciare, ma sì bene per dare alla
palla talora, s'ella ci balza –. Allora disse mona Lampiada: – Messer Celso, i
nostri ragionamenti erano da donne e però non ci pareva cosa conveniente
seguitarli alla vostra presenza. Costei diceva che l'Amelia non è bella, io
diceva di sì; e così contrastavamo donnescamente –. A cui disse Celso: – La
Selvaggia aveva il torto, ma la le vuole mal per altro, ché in verità cotesta
fanciulla sarà sempre mai tenuta bella da ognuno, anzi bellissima; e s'ella non
è avuta per bella, io non so vedere chi altra a Prato si possa appellar bella.
Allora la Selvaggia, più tosto un
poco baldanzosetta che no, rispose: – Poco giudicio bisogna in questa cosa,
perciò che ciascuno ci ha dentro la sua opinione e a chi piace la bruna e a chi
la bianca; e interviene di noi donne come al fondaco de' drappi e de' panni,
che vi si spaccia sino al romagnuolo e insino al raso di bavella. – Bene,
Selvaggia – soggiunse Celso [725] –, quando e' si parla d'una bella,
e' si parla d'una che piaccia a ognuno universalmente e non particolarmente a
questo e a quello; che, ben che la Nora piaccia a Tommaso suo così
sconciamente, ella è pure brutta quanto la può; e la mia comare, che era
bellissima, il marito non la soleva poter patire. Son forse i sangui che si
affanno o che non affanno o qualche altra occulta cagione; ma una bella
universalmente, come sei tu, sarà forza che piaccia a ognuno universalmente,
come fai tu, se ben pochi piacciono a te, e io lo so. Egli è ben vero che, a
voler essere bella perfettamente, e' ci bisognano molte cose, in modo che rade
se ne trovano che n'abbiano pur la metà –. E la Selvaggia allora: – Le sono
delle vostre di voi uomini, che non vi contenterebbe il mondo. Io udi’ dire una
volta che un certo Momo, non potendo in altro colpare la bella Venere, che e'
le biasimò non so che sua pianella –. Allora disse Verdespina: – Or vedi dove
egli l'aveva –. E Celso ridendo soggiunse: – E anche Stesicoro, nobilissimo
poeta siciliano, disse male di quella Elena, la quale con le sue eccessive
belleze mosse mille greche navi contro al gran regno di Troia –. A cui subito
mona Lampiada: – Sì, ma voi vedete bene che e' n'accecò e non riebbe la vista
insino che non si ridisse –. E meritamente – seguitò Celso –; perciò che la
belleza e le donne belle, e le donne belle e la belleza meritano d'esser
comendate e tenute carissime da ognuno; perciò che la donna bella è il più
bello obietto che si rimiri, e la belleza è il maggior dono che facesse Iddio
all'umana creatura; con ciò sia che per la di lei virtù noi ne indiriziamo
l'animo alla contemplazione e per la contemplazione al desiderio delle cose del
cielo; onde ella è per saggio per arra stata mandata tra noi, ed è di tanta
forza e di tanto valore, ch'ella è stata posta da' savi per la prima e più
eccellente [726] cosa che sia tra i subietti amabili, anzi l'hanno
chiamata la siede stessa, il nido e l’albergo d'amore, d'amore dico, origine e
fonte di tutti i commodi umani. Per lei si vede l'uomo dimenticarsi di se
stesso, e, veggendo un volto decorato di questa celeste grazia, raccapricciarsili
le membra, arricciarsili i capegli, sudare e agghiacciare in un tempo, non
altrimenti che uno, il quale, inaspettatamente veggendo una cosa divina, è
esagitato dal celeste furore, e finalmente in sé ritornato, col pensier l'adora
e con la mente si le 'nchina, e, quasi uno Iddio, conoscendola, se le dà in
vittima e in sacrificio in su l'altare del cuore della bella donna.
A cui mona Lampiada: – Deh,
messer Celso, se non v'incresce, fateci un piacere: diteci un poco che cosa è
questa belleza e come ha da essere fatta una bella; ché queste fanciulle mi
hanno punzecchiato un pezo, perciò che io ve ne richieggia, e iomi peritava; ma
poi che da per voi n'avete cominciato a ragionare, avendone accresciuta
la voglia, ne avete ancora accresciuto l'animo; e tanto più ch'io intesi
dire che in sulla veglia che fece la mia sirocchia il carneval passato, che voi
ne parlaste con quelle donne sì diffusamente, che mona Agnoletta mia non ebbe
altro che dire per quei parecchi dì. Sì che, di grazia, contentateci, che ad
ogni modo noi non abbiamo altro che fare, e a questo ventolino ci passeremo il
caldo più piacevolmente che non fanno quell'altre, che stanno a giuocare o a
passeggiare per l'orto –. Onde Celso: – Sì, perché la Selvaggia, come ella
sente dir qualche cosa che non le paia a modo suo o che le manchi nulla, dica
ch'io biasimo le donne; il quale non ho altrettanto piacere se non quando io le
lodo; ed ella l'ha veduto più volte per isperienza, senza mai sapermene grado
alcuno; ma sia con Dio, che 'l fumo le muterà bene quelle bianche carni, sì –.
E mona Lampiada allora: – Non dubitate [727] ch'ella non dirà cosa
alcuna. Deh, sì, di grazia, fateci questo piacere –. Onde veggendole cosi
volonterose, per non mancare di sua natura, ne parlò loro in quella guisa che
voi leggendo intenderete. Perciò che ivi a non molti dì, facendomi replicare da
lui medesimo tutto quello che vi si era ragionato, lo ridussi insieme in queste
carte il meglio ch'io seppi o puoti; ché bene doverete pensare che ci mancano
molte cose, dette così dalle donne come da lui. Il quale dopo un poco di scusa
cominciò in questa forma.
– Io non fui mai richiesto da
donna alcuna di cosa che far si potesse onorevolmente, ch'io la disdicessi, né
voglio io cominciar adesso. Parlisi adunque della belleza a quattro bellissime
donne arditamente. E la prima cosa che noi abbiamo a vedere, sarà che cosa sia
questa belleza in generale; la seconda, la perfezione, l'utilità, o vero l'uso
di ciaschedun membro in particolare, di quelli però che si portano scoperti. Perciò
che, come afferma Marco Tullio, la natura provide con occulto rimedio che
quelle membra, per virtù delle quali la belleza risulta più virtualmente,
fussero situate in luogo eminente, accioché meglio si potessero riguardare da
ognuno; e di più, con tacita persuasione indusse gli uomini e le donne a portar
le parti di sopra scoperte e l'inferiori coperte; perciò che quelle, come
propria siede della belleza, si avevano a vedere e le altre non era così
necessario, perché son come un posamento delle superiori e come una base.
MONA AMORRORISCA. Adunque i
predicatori riprenderebbono meritamente coloro che con le maschere si ricoprono
la faccia, dove è, secondo voi, la propria siede della belleza?
CELSO. Sì, se e' riprendessero i
begli solamente, i quali, nel vero, fanno un gran peccato a celar tanto bene;
ma perciò che e' riprendono ancora i brutti, i quali doverebbono sempre andare
in maschera, a me non par che abbiano molta ragione; ché da questo vi potete
accorgere quanto dispiacere arrechi seco la brutteza, che il signore Alberto
de' Bardi di Vernia, ch'è uomo di quel giudizio che noi tutti ci sappiamo, dice
che, quando [728] e' vede mona Ciona su una festa, che con quel suo
raso nero va a tutte, che il piacere che e' piglia di tutte l'altre belle, non
li ricompensa il dispiacer di quella sola brutta.
MONA AMORRORISCA. Dunque né ne'
piedi, né nelle braccia, né nelle membra che con le vesti si cuoprono, secondo
cotesto vostro discorso, alberga la belleza; e pur diciamo: "Mona
Bartolomea ha una bella gamba, l'Apollonia ha un bel piede, la Gemmetta ha un
bel fianco".
CELSO. Ancora che appresso di
Platone si nieghi che la belleza consista in un membro semplice, e dicasi
ch'ella ricerca una unione di diversi, come vedremo meglio da basso; nondimeno,
quando noi diciamo un membro semplice esser bello, noi intendiamo di quello che
è secondo la sua misura, ed è secondo quello che si li conviene e di che è
capace; come dire, a un dito si ricerca essere schietto e bianco: quel dito che
averà questa parte, noi lo chiameremo bello, se non d'una generale belleza,
come vogliono questi filosofi, almeno di propria e particolare. Nondimeno
quanto alla disposizione di questa belleza che con una sembianza di divinità
rapisce la virtù visiva alla sua contemplazione e per gli occhi lega la mente
al desiderio di quella, la quale comincia dal petto e finisce con tutta la
perfezione del viso, queste membra inferiori non conferiscono; ma sì bene
conferiscono alla formosità o vero belleza di tutto il corpo, ma così vestite e
coperte come ignude; e talor meglio, perciò che col vestirle garbatamente le
s'empiono di maggior vagheza. Dunque parleremo principalmente della belleza de'
membri scoperti e accessoriamente de' coperti; di poi vedremo che cosa è
leggiadria, che vuol dire vagheza, ch'intendiamo per la grazia, che per la
venustà, e quello ch'importa non avere aria e averla, ciò che significa quello
che il vulgo in voi donne chiama maestà, ancora che impropriamente in un certo
modo. Di poi, perché la mente piglia meglio per via dell'esempio la essenza
della cosa che si discorre, e con ciò sia che rade volte, anzi più tosto non
mai, in una donna sola si raccolgono [729] tutte le parti che si
richiedono ad una perfetta e consumata belleza, e come disse Omero prima, e poi
quel Cartaginese ad Anibale: "Gli Iddii non hanno dato ogni cosa a ognuno,
ma a chi l'ingegno, ad altri la beltà, a molti la forza, a pochi la grazia e le
virtù a rari", piglieremo tutte a quattro voi; e imitando Zeusi, il quale,
dovendo dipingere la bella Elena alli Crotoniati, di tutte le loro più eleganti
fanciulle ne elesse cinque, delle quali togliendo da questa la più bella parte
e da quell’altra il simile facendo, ne formò la sua Elena, che riuscì poi così
bellissima, che per tutta Grecia d'altro non si ragionava. Da cui eziandio il
magnifico messer Giovan Giorgio Trissino, o forse da Luciano, il quale la sua
belleza compose delle molte belleze che egli ritrasse dalle eccellenti statue
dei più celebrati scultori che fussero stati sino al tempo suo, imparò il modo
del suo ritratto; e così facendo noi tenteremo se di quattro belle noi ne
possiam fare una bellissima. Orsù dunque, vegnamo alla diffinizione della
belleza e alla sua più vera e principal cognizione.
Dice Cicerone nelle sue Tusculane
che la belleza è una atta figura dei membri, con una certa soavità di colore.
Altri han detto, che fu uno Aristotile, che ella è una certa proporzione
conveniente, che ridonda da uno accozamento delle membra diverse l'une
dall'altre. Il platonico Ficino, sopra il Convivio, nella seconda orazione,
dice che la belleza è una certa grazia, la quale nasce dalla concinità di più
membri; e dice concinità [730], percioché quel vocabolo importa un
certo ordine dolce e pieno di garbo e quasi vuol dire uno attillato aggregamento.
Dante nella sua Collezione, la quale, a comparazione del Convito di Platone, a
fatica è bere un tratto, dice che la belleza è una armonia. Noi non per dir
meglio di costoro, ma perciò che, parlando con donne, ci è necessario spianare
le cose un poco meglio, non diffinendo propriamente, ma più tosto dichiarando,
diciamo che la belleza non è altro che una ordinata concordia e quasi una
armonia occultamente risultante dalla composizione, unione e commissione di più
membri diversi e diversamente da sé e in sé, e secondo la loro propria qualità
e bisogno, bene proporzionati e 'n un certo modo belli; i quali, prima che alla
formazione d'un corpo si uniscano, sono tra loro differenti e discrepanti. Dico
concordia e quasi armonia, come per similitudine; perciò che come la concordia
fatta dall'arte della musica, dell'acuto e del grave e degl'altri diversi
suoni, genera la belleza dell'armonia vocale; così un membro grosso, un
sottile, un bianco, un nero, un retto, un circonflesso, un picciolo, un grande,
composti e uniti insieme dalla natura, con una incomprensibil proporzione,
fanno quella grata unione, quel decoro, quella temperanza che noi chiamiamo
belleza. Dico occultamente, percioché noi non sappiamo render ragione perché
quel mento bianco, quelle labra rosse, quelli occhi neri, quel fianco grosso,
quel pie' picciolo creino, o vero eccitino o risultino in questa bellezza; e
pur veggiamo che gli è così. Se una donna fusse pelosa, la sarebbe brutta, se
un caval fusse senza peli, e' sarebbe deforme; al cammello lo scrigno fa
grazia, alla donna disgrazia. Questo non può venire d'altro che da uno occulto
ordine della natura; dove, secondo il mio giudizio, non arriva saetta d'arco
d'ingegno umano; ma l'occhio che da [731] essa natura è stato constituito
giudice di questa causa, giudicando ch'egli sia così, ci sforza senza appello a
starne alla sua sentenza. Dico discrepanti, percioché (come si è ragionato) la
belleza è concordia e unione di cose diverse; perciò che come la mano del
sonatore e la intenzione movente la mano, l'arco, la lira e le corde sono cose
diverse e discrepanti l'una dall'altra, nondimeno rendono la dolceza
dell'armonia, così il viso che è diverso dal petto e 'l petto dal collo e le
braccia dalle gambe, ridotti e uniti insieme in una creatura dalla occulta
intenzione di natura, generano quasi forzatamente la belleza. Quello che dice
Cicerone della soavità del colore mi par superfluo, perciò che ogni volta che
le membra particolari, con le quali sarà eccitata la detta belleza, saranno in
se stesse belle, bene organizate e in tutta la loro perfezione ordinate,
composte e proporzionate, elle saranno forzate a ombreggiare il corpo, il quale
le comporranno di quella soavità del colore il quale gli è necessario per la
perfezione della sua vera belleza; ché così come in un corpo, bene temperato
dagli umori e con gli elementi composto, si ritrova la sanità e la sanità
produce vivo e acceso colore e dimostrante l'intrinseco di se medesima
estrinsecamente, così le perfette membra particolari, unite nella creazione del
tutto, spargeranno il colore necessario alla perfetta unione e armoniale
belleza di tutto il corpo.
Scrive Plutarco che Alessandro il
Grande spargeva dalle sue membra una fragranzia soavissima; e non l'attribuisce
ad altro che alla buona temperanza, anzi perfetta, delli umori e di tutta la
sua complessione. Con ciò sia adunque, per tornare al nostro proposito, che
alle guance convenga essere candide, candida è quella cosa che, insieme con la
biancheza, ha un certo splendore, come è l'avorio; e bianca è quella che non
risplende, come la neve. Se alle guance adunque, a voler che si chiamin belle,
conviene il candore e al petto la biancheza [732] solamente, e
bisognando che per la eccitazione della belleza universale tutte le membra
nella separazione sieno perfette, sarà mestieri che ell'abbiano il dovuto
colore, cioè quello ch'era necessario alla loro propria e particolare belleza,
o vero essenza; e avendolo nella separazione, sarà bisogno che l'abbiano
eziandio nella unione; e avendolo, spargeranno forzatamente quella soavità del
colore che fa loro di mestiero; il quale non ha a ridondare di più compositi in
un medesimo o in un solo, ma diverso in diversi, secondo la varietà e 'l
bisogno de' membri diversi, dove bianco come la mano, dove candido e vermiglio
come le guance, dove nero come le ciglia, dove rosso come le labra, dove biondo
come i capegli. Questa è adunque, donne mie, non la diffinizione, ma la
dichiarazione delle diffinizioni della belleza.
MONA LAMPIADA. Perdonatemi s'io
vi togliessi cotal volte il capo col domandarvi; ch'io sono una di quelle che,
avvenga che sieno ignoranti, avrebbono vagheza d'imparare sempre che e' ne
fusse, loro data la commodità. Quando voi parlate della belleza in generale,
dite voi di quella dell'uomo o di quella della donna o pur mescolatamente
dell'una e dell'altra?
CELSO. Gran segno di sapere è il
cominciare a conoscere di non sapere, con desiderio di sapere; percioché
Socrate, che fu giudicato savio dall'Oracolo di Apolline, non mostrava, con
tante fatiche e tanti studii, avere imparato altro se non il conoscere ch'egli
non sapeva; ma voi non lo fate per non sapere, ma per usare una vostra naturale
modestia; e domandate, non perciò ch'io insegni a voi, che sapete più di me, ma
a queste altre, che per essere un pochetto più giovani, vengono ad essere men
pratiche di voi. Dicevi adunque, in risposta della vostra domanda, che, se voi
aveste letta l'orazione d'Aristofane, recitata nell'allegato Convivio di
Platone, non accadrebbe che vi dichiarassi adesso questo passo; o se pure
aveste lette certe belle stanze di monsignor Bembo, in sua gioventù che quasi
mi verrebbe [733] voglia di narrarvi la materia, se non che la sarebbe
troppo lunga, e però la serberemo per un'altra volta.
MONA LAMPIADA. Deh, di grazia,
ditecela ora che il tempo ci avanza, che un'altra volta forse ne mancherà.
CELSO. Poi che così vi piace,
mano a dirvela, ma più succintamente che si potrà; perciò che, se io la volessi
dire a punto come la sta, noi faremo sera con essa. Quando Giove creò i primi
uomini e le prime donne, egli li fece doppi di membra, cioè con quattro
braccia, con quattro gambe e con duo capi; laonde per aver costoro doppie
membra, e' venivano aver doppie forze; ed erano di tre ragioni: alcuni maschi
in tutt'a due le parti; alcune femine, che furono pochi; il restante, ch'era il
maggiore numero, erano per l'una parte i maschi e per l'altra femine. Accadde
che questi così fatti omaccioni furono sconoscenti de' benefici ricevuti da
Giove e pensarono insino di torgli il Paradiso; onde, avendo avuto di questo
sentore, proposto ogni altro consiglio, non volendo però disfar del tutto la
generazione umana, per non aver poi chi l'adorasse o per assicurarsi dello
stato, deliberò di fenderli tutti pel diritto mezo e fare d'uno due, pensando
che nel dividerli e' verrebbe loro a divider le forze e l'ardire. E così senza
più lo mise ad effetto e acconciò la cosa in modo che noi restammo così come
voi vedete che noi siamo al dì d'oggi. E Mercurio fu il segatore ed Esculapio
il maestro di rassettarci e medicarci il petto, che patì più che alcuna altra
parte (che a te, Selvaggia, l'acconciò certo pur troppo bene) e di saldarci
tutte l'altre parti che aveva guaste la sega. E così, come voi vedete, ognuno
viene a rimanere o maschio o femina, salvo che certi pochi, che si fuggirono, i
quali pel troppo correre si disertarono tutti quanti; sì che e' non furono mai
buoni a nulla e furono chiamati Ermafroditi, quasi da Erma, che vuol dire
Mercurio, fuggiti. Quegli che erano o descenderono da quegli che erano maschi
da tramendue le parti, [734] desiderosi di tornare nel primo stato,
cercano la loro metà, ch'era un altro maschio; e però amano e contemplano la
belleza l'un dell'altro, chi virtuosamente, come Socrate Alcibiade il bello,
come Achille Patroclo, e Niso Eurialo; chi impudicamente, come alcuni
scelerati, indegni d'ogni nome o grido, assai più che colui che per acquistare
fama pose il fuoco nel tempio della efesia Dea. E questi tutti, o volete i
buoni o gli scelerati, fuggono per lo più il consorzio di voi altre donne; che
ben so che eziandio al di d'oggi ne conoscete qualcuno. Quelle ch'erano femine,
o discendono da quelle che erano femine in ogni parte, amano la belleza l'una
dell'altra, chi puramente e santamente, come la elegante Laudomia Forteguerra
la illustrissima Margherita d'Austria, chi lascivamente, come Safo la Lesbia
anticamente, e ai tempi nostri a Roma la gran meretrice Cicilia Viniziana; e
queste così fatte per natura schifano il tor marito e fuggono la intrinseca
conversazione di noi altri; e queste debbiamo credere che sien quelle che si
fanno monache volentieri e volentieri vi stanno, che sono poche; percioché nei
munisteri le più vi stanno per forza e vivonvi disperate. La terza sorte, che
erano e maschi e femine, che furono il maggior numero, furono quelle donde sete
discese voi, che avete il marito e ve lo tenete caro, come Alceste moglie del
re Admeto, e altre che non ricuserebbono di morire per la salute dei loro
mariti; e finalmente sono tutte quelle che veggiono volentieri la faccia
dell'uomo, pudicamente però e secondo che permettono le sante leggi. Siamo noi
uomini, i quali o abbiamo moglie o [735] ne cerchiamo; e finalmente
son coloro a chi nessuna altra cosa più piace che il bel viso di voi altre,
bellissime donne; che per riunirsi alla loro parte e fruir la lor belleza, non
schiferebbono pericolo alcuno, come Orfeo per la cara Euridice, e Caio Gracco
nobile Romano per l'amata Cornelia, e come farei io per quella cruda, la quale,
non si volendo accorgere ch'ella è la mia metà e io la sua, mi fugge come s'io
fussi una qualche strana cosa.
VERDESPINA. Io vi dirò: voi vi
lasciate così poco intendere con cotesto vostro amore, che non sarebbe gran
fatto che colei che voi amate e dite che ha la vostra metà, poi che metà si ha
a dire, non lo sapesse, e però non vi facesse quegli onesti favori che
doverebbe fare una gentil donna a un virtuoso par vostro; e nondimeno non ci è
persona in Prato che non creda che voi siate innamorato; e pochi dì sono ch'io
ne senti’ domandare con una grande istanza, e ognun disse che credeva di sì, ma
che non sapeva dove. E quando io considero quelle parole che voi solete usare
alcuna volta, cio è: "Chi mi ha nol sa e chi 'l sa non mi ha", mi
conficano nella prima credenza che quella che voi amate, nol sappia, e quella
che voi non amate, sel creda; nondimeno voi lo fate così secretamente che e'
non si sa troppo bene chi sia quella con chi voi fingete o quella con chi voi
fate da dovero.
CELSO. Verdespina gentile, credi
tu però ch'io sia così vile d'animo e così obliato di me stesso, ch'io abbia al
tutto serrato il core alle saette amorose? Ancora io sono uomo, ancora lo cerco
di ritrovare la mia metà, ancora io cerco di fruir la belleza di colei che mi è
stata posta inanzi per obietto chiarissimo delli aventurosi occhi miei e per
consolazione dell'intelletto; ma tacito e da me la godo; perciò che il fine
dell'amor mio, il quale è puro e casto, messe le radici sul terreno cultivato
dalla virtù, si contenta in se stesso con la vista della sua donna, la quale da
[736] accidente alcuno non gli può essere contesa, perciò che, quando
è celata all'occhio corporeo, è aperta a quello dell'intelletto. Sì che
ascondamisi pure la mia donna a senno suo, che sempre la veggio, sempre la
contemplo, sempre di lei mi godo e mi contento; e quando io mi dolgo di lei, io
mi ciancio; perciò che nel vero io non ho cagione alcuna di dolermi, non
desiderando da lei cosa ch'io non possa avere, ancora a suo dispetto; e forse
potrebbe venire un tempo che chi mi ha, lo saprà, e chi non m'ha, lo conoscerà.
Or torniamo agl'uomini dimezati e alle donne divise, che pur troppo ci siamo
discostati da casa; e diciamo che della prima spezie non accade ragionare, né
manco della seconda; perciò che o e' contemplano la belleza della propria
spezie divinamente e per virtù o sceleratamente e per vizio; e de' primi non
possiamo parlare, perciò che il nostro intelletto, mentre è in questo carcere,
è mal capace delle cose divine; degli scelerati e viziosi tolga Iddio che in
una compagnia di caste e virtuose donne, come voi sete, si favelli di così
trista semenza. Restaci adunque a ragionare e di voi e di noi, cioè degli
uomini che sono vaghi delle donne e delle donne che sono vaghe degl'uomini; ma
gentilmente, puramente e per virtuoso raggio infiammati e illuminati, come più
volte si è detto. Ma e' mi par che la Selvaggia se ne ride.
SELVAGGIA. Io non me ne rido,
anzi attendo dove voi vogliate riuscire.
CELSO. Io voglio riuscir a questo,
che desiderando ognuno di noi per un naturale instinto e appetito di
rappiccicarsi e rappiastrarsi con la sua metà per ritornare intero, che egli è
forza ch'ella ci paia bella, e, parendoci bella, è forza che noi l'amiamo;
percioché il vero amore, secondo che afferma tutta la scuola di Platone, non è
altro che desiderio di belleza; amandola è forza che noi la cerchiamo;
cercandola, che noi la troviamo (chi potrà ascondere cosa alcuna all'occhio del
vero innamorato?); trovandola, che noi la contempliamo; contemplandola, che noi
la fruiamo; fruendola, che noi ne riceviamo incomprensibile diletto; perciò che
il diletto è il fine di tutte l'azioni uma- [737] ne, anzi è quel
sommo bene tanto dai filosofi ricercato; il quale, a mio giudizio, parlando
delle cose terrene, non si trova altrove che quivi. Laonde egli non parrà più
gran fatto che una gentil donna e un valoroso uomo acceso de' raggi d'amore
(che è quello solo lume che per gli occhi nostri ne apre l'intelletto e
n'insegna la nostra metà), si metta ad ogni fatica, si esponga ad ogni pericolo
per ritrovare se medesimo in altrui e altrui in se medesimo. E però
conchiudendo, per non vi tener più sospesa, aviamo a dire che alla donna è
conveniente contemplare la belleza dell'uomo e all'uomo quella della donna; e
però quando parliamo della belleza in generale, intendiamo e della vostra e
della nostra; nondimeno, percioché una più delicata e particolare belleza
alberga più in voi, più si dilata in voi e in voi più si considera, con ciò sia
che la complession vostra sia molto più delicata e più molle che non è la
nostra, e, come è vera opinion di molti savi, fatta dalla natura così gentile,
così soave, così dolce, così amabile, così desiderabile, così riguardevole e
dilettevole così, perciò che la fusse un riposo, un ristauro, anzi un porto e
una mèta e un refugio del corso di tutte le umane fatiche; per questo,
lasciando io oggi in tutto e per tutto il parlar della belleza dell'uomo, tutto
il mio ragionare, tutto il mio discorrere, i pensier mei tutti rivolgo alla
belleza di voi donne; e chi me ne vuol biasimare, me ne biasimi; ch'io affermo,
non di mio capo, ma di sentenzia non solamente de' savi naturali, ma d'alcuni
teologi, che la vostra belleza è un'arra delle cose celesti, una imagine e un
simulacro de' beni del Paradiso. Come potrebbe uomo terrestre assettarsi mai
nella fantasia che la beatitudine nostra, che ha ad essere precipua nel
contemplare sempre la omnipotente essenzia d'Iddio e fruir la sua divina vista,
potesse essere beatitudine continova, senza sospetto della sazietà, se non
vedesse che il contemplare la vagheza d'una bella donna, il fruir la sua
leggiadria, il beversi con gli occhi la graziosa beltà, è un diletto
incomprensibile, una beatitudine inenarrabile, una dolceza che, quando finisce,
vorrebbe cominciare, un contento che se ne dimentica e se ne [738]
lascia se medesimo. E però, Pratesi miei cari, se io guardo talor queste vostre
donne un pochetto troppo attentamente, non l'abbiate per male. Sapete voi come
disse il Petrarca a madonna Laura?
Sia tu men bella, io sarò manco
ardito.
Credete voi che, quando io ve le
guardo, ch'io le porti via? Non abbiate questa temenza, ch'io non fo lor danno
alcuno; che il fo solo per imparare a fruire i beni del Paradiso, percioché i
portamenti miei non sono tali che non possa sperar d'andarvi; e per non giugner
poi là su e parere un contadino quando e' va a città la prima volta e non avere
a imparare a contemplare le cose belle, io mi vo avvezando di qua con questi
be' visi il meglio che io posso. E s'alcuno mi vuol biasimar per questo, tal ne
sia di lui, ch'io gliel perdono; che assai bella vendetta mi pare, non poter
essere biasimato a ragione; che ben so che chi ha lo stomaco infetto, egli è
necessario mostrarlo col fiato. Or vedi dove m'ha trasportato un giusto sdegno.
MONA AMORRORISCA. Orsù, non più,
messer Celso; che avenga che uno giusto sdegno stia bene in gentil cuore,
nondimeno il lasciarsi da lui soverchio muovere, non ha del peregrino né del
cortese.
CELSO. Certo che lo sdegno è
grande, massimamente avendo rispetto allo auttore, che senza alcuna cagione si
è mosso; ma la cagion però sete voi donne; che per parlar volentieri di voi,
per lodar, per difendervi dal latrare di questi sciocchi, che col dire mal di
voi vogliono essere da voi tenuti per amanti, per iscriver di voi onorevolmente
e mostrarmi vostro procuratore, e' levano i pezi de' fatti miei; ma dicano pur,
donne mie, ciò che loro pare; che voi vo' guardare io, voi amare, di voi
parlare, di voi scrivere, voi servire e voi adorare. E per mostrarvi, donne mie
care, che quello ch'io vi ho promesso con le parole, lo [739] voglio
attener co' fatti, dico che dal ragionamento di sopra, che conchiude che noi
siamo la metà l'uno dell'altro, si forma un argomento insolubile, che così
nobili siate voi donne come noi uomini, così savie, così atte alle
intelligenzie e morali e speculative, così atte alle meccaniche azioni e
cognizioni come noi, e quelle medesime potenzie e virtuali abiti sono
nell'animo vostro che nel nostro; perciò che, quando il tutto si parte in due
parti uguali ugualmente, di necessità tanto è una parte quanto l'altra, tanto
buona quanto l'altra, tanto bella quanto l'altra. Sì che con questo argomento e
con questa conclusione dirò arditamente a questi vostri e miei inimici, i
quali, come vi sono inanzi, par che spirino e poi dietro vi sonano le predelle,
che voi siate in tutto e per tutto da quanto noi; ancora che talora non
apparisce in atto così universalmente, rispetto agli officii domestici ed esercizii
familiari che per vostra modestia vi sete presi nella cura familiare. E per il
medesimo rispetto veggiamo che tra il filosofo e l'artefice, tra 'l dottore e
'l mercatante è una grandissima differenza, quanto alle operazioni
dell'intelletto; ma questo non accade al presente disputare, che pure troppo ci
siamo dilungati dalla materia. Ma ben d'una cosa vi voglio avvertire che, se
alcuno vi dicesse che quella cosa del dividere è una favola da veglia, che voi
rispondiate loro che l'ha detto Platone e che ella é una novella che raccontò
un savio filosofo in su una veglia di Platone. Se e' saranno uomini d'ingegno,
questa risposta la rintuzerà loro; se e' saranno ignoranti, e' saranno per
forza maligni; de' quali voi avete a tenere poco conto, percioché l'anima
maligna non è capace della sapienzia. Il dire che ella è una favola di Platone
denota che ella è piena di misteri alti e divini e che la vuol significare
quello ch'io vi ho detto, cioè che noi siamo una cosa medesima, d'una
perfezione [740] medesima; e che voi avete a cercare noi e amare noi,
e noi abbiamo a cercare voi e amare voi; e voi senza noi niente siate, noi
senza voi niente siamo; in voi è la nostra perfezione; in noi è la vostra,
senza mille altri bellissimi misteri che al presente non accade di dichiarare.
Non ve lo dimenticate di dire che e' fu Platone; legatevelo bene alla mente.
Poi che io vi ho dimostro, per
quanto hanno potuto le forze mie, che cosa sia la belleza in generale, resta
che, secondo la promessa, io vi mostri quella delle membra particolari e la
loro perfezione; nelle quali, come avemo accennato di sopra, ha posto Iddio con
meraviglioso ordine il preservamento di tutto il composto, aiutandosi l'uno
l'altro e l'uno dell'altro la virtù usando. E prima mi par convenevol cosa
parlar della statura o vero forma di tutta la persona, la quale Iddio ottimo
massimo, percioché egli ne creò come suo fine e come contemplatori delle
superne armonie, questo la voltò e alzò verso il cielo; avendo quella degli
altri animali, i quali furono formati o per commodo dell'uomo o per belleza e
ornamento dell'universo, inclinata verso la terra, in guisa che sempre con gli
occhi riguardassero quella come lor fine, e, co' piedi dinanzi sempre
prostrati, andassero su per quella carpone. Alla statura dell'uomo diede
adunque lo stare diritto, voltar gli occhi verso il cielo e tenergli sempre
fissi all'ornamento di quelle belleze superiori, le quali, all'aprir di questo
carcere, hanno ad essere per grazia d'Iddio il guiderdone, l'albergo, il riposo
dell'umane fatiche; il quale uomo nondimeno, come detto abbiamo, mentre camina
per questo terrestre viaggio, si ricrea alcuna volta e si riposa, ristorasi e
si conforta, donne mie belle, su la vostra soave belleza, come fa lo stanco
peregrino sull'albergo, insin che e' giunga al disiderato luogo.
Solvesi la statura o vero la
forma dello uomo in un quadro; perciò che tanto è lungo l'uomo, distendendo le
braccia in croce, dall'estremità del dito del mezo dell'una mano all'estremità
[741] del dito del mezo dell'altra mano, quanto dalla infima parte
delle piante alla sommità del capo, che volgarmente si chiama cocuzolo; la
quale figura vorrebbe essere per lungheza almeno nove teste, cioè nove volte
quanto è dalla più bassa parte del mento alla sommità del capo. Altri in
perfetto circulo l'hanno risoluta, tirando dalle parti genitali, le quali
vogliono che sieno l'umbilico e 'l mezo della nostra figura, le linee della
circonferenza, in questo modo, cioè.
MONA LAMPIADA. Accostiamoci un
poco più qua, che meglio lo potrete disegnare, che ci è più piano e più netto.
Deh, poi che voi venite a fare, disegnateci anche quella riquadratura della
figura, cioè della largheza e della lungheza.
CELSO. Eccovelo qui.
SELVAGGIA. Mostrateci ancora il
disegno della risoluzione della persona nella figura sferica, poi che tanto
bene avete fatto.
CELSO. Eccotelo qui, poi che
nulla ti si può disdire.
Vedete le linee, ugualmente
partite dallo umbilico, fare il circulo che avemo detto.
Ora vegnamo alla testa, la quale
io vi disegnerò così lo meglio [742] ch'io potrò, perciò che questa
non è molto mia professione, ancora che ella non disconverrebbe a qual si sia
spirito elevato, anzi gli sarebbe un grande ornamento, con ciò sia che la
pittura appresso dei Greci fu connumerata tra le arti liberali.
Vedete adunque che a voler
misurare perfettamente l'alteza della testa (e notate che io chiamo testa tutto
quello che è dal fine della gola in su), che egli si ha a tirare una linea
retta, la quale ha a posare sopra una altra linea retta, che esce dalla più
bassa parte del mento e ha a ire a trovare una altra linea retta che si muove
dalla sommità del capo; e tanto quanto la linea sarà lunga, tanto nove volte ha
da essere la statura d'uno uomo ragionevolmente formato e bene proporzionato e
per lungheza e per largheza. E quello che dello uomo si dice sempre intendiamo
della donna e in questa e in ogni altra misura. Sono stati nondimeno molti
dotti e valenti uomini, i quali hanno lasciato scritto che le donne, per lo
più, non passano sette teste; altri, che a volere essere di proporzionata
grandeza, non delono passare sette e mezo; alla cui openione mi pare che faccia
gran piede il commune uso della natura. E così vedete che dalla testa si piglia
la misura di tutta la persona e dalla misura della persona quella della testa.
E perciò che un corpo di conveniente statura, e massime quel della donna, non
vorrebbe passare palmi sette e mezo, di nove dita il palmo, ma di palmo e di
dito di bene proporzionata mano; però la convenevol testa, e secondo se ben
composta, verrà ad essere dita sette e mezo. E poi che noi abbiamo cominciato a
disegnare, vi voglio mostrare come i dipintori risolvono la perfezione del
profilo in un triangolo; ma stievi a mente che poche poche donne riescono in
profilo; e uno de' più perfetti che egli mi [743] paia aver sino a qui
veduti in Prato, è quello di quella gentil villanella che sta dalle tre Gore. E
quella dal Mercatale, che tra' mal visi ha sì buon viso, la quale ha sì bella
aria e piacque tanto in su la Comedia de' Villani, che tutto Prato meritamente
la giudicò bellissima, ha il profilo imperfetto, per un poco di difettuzo
ch'ella ha nella misura del viso; della qual cosa pochi nondimeno si
accorgeranno, perciò che, come dice il proverbio, "Ogni bue non sa di
lettera", nondimeno ella ha una graziosa aria di fanciulla. Or eccovi
disegnato il triangolo.
Vogliono questi dipintori che
dallo angolo egli si tiri una linea retta, d'uguale lungheza delle linee
triangolari, e dalla estremità della detta linea, andando in su, si tiri il
naso, e di qua un dito e mezo dall'angulo o poco più, di su la medesima linea
si ponga l'orecchio, lasciandone sotto alla detta linea quella punta che,
ristringendosi in guisa d'un picciolo balascio, termina l'orecchio dalla parte
di sotto tanto vezosamente. Muovono di poi dall'angolo superiore un'altra linea
retta d'uguale lungheza dell'altra del mezo; dalla quale e' declinano verso la
linea triangolare in modo di arco una linea, la quale molle e dolce declinando
al termine del naso, che debbe esser dirimpetto alla coda interior dell'occhio,
fa lo atto della declinazione del capo verso la fronte e dalla fronte alla fine
del naso, in quella quasi valletta che è tra i confini dell'uno e dell'altro
ciglio. Dall'angulo inferiore si muove una linea retta e termina rettamente
sotto all'orecchio; sulla quarta parte della quale, e [744] dove tu vedrai
questo carattere V, si muove una linea quasi semicirculare; l'una parte della
quale termina poco di sopra all'angulo >, in sul qual termine finisce il
mento, e l'altra parte percuote nel cominciamento della gola. E così si mostra
che 'l mento vuole avere uno poco di soggiogo, come ha la cugina della Amelia,
alla quale egli aggiugne gran grazia a quel suo bel visetto. E tanto quanto è
dalla estrema parte del mento al termine sopra il labro superiore, tanto ha da
essere dalla fine del naso al cominciamento della dirizatura, che è la fine
della fronte; e tanta distanzia è dalla estremità del labbro di sopra al
principio del naso, quanto dalla coda anteriore di ciascuno degli occhi al mezo
del dorso del naso; e tanta vuole essere la largheza del naso nella sua base,
quanto è la sua lungheza; e tanta deve essere larga la concavità dell'occhio,
dalla parte di sotto al ciglio a quella che termina con le guance, quanto da
quella che combacia il naso a quella che finisce a dirimpetto degli orecchi.
Sonci molte altre misure, le
quali, perciò che poco importano e la natura ancora l'usa rade volte, noi le
lasceremo a' dipintori, i quali con una pennellata più e una meno le possono
allungare e accortare come torna lor bene.
MONA AMORRORISCA. Oimè, oh, voi
mi avete fatto sbigottire a raccontare tante misure. Dunque, quando noi
facciamo i bambini o vero le bambine, e' ci bisognerebbe il braccio o le seste.
Io vi dirò il vero, se e' mi pareva essere bella, che molte volte mi è stato
detto di sì, e guardandomi io alcuna volta nello specchio (per confessarne il
vero) me lo soli creduto, anzi mi è paruto essere del certo; ma io vi dico bene
che da qui inanzi mi parrà essere una cosa contrafatta. Oimè, oh, di coteste
misure io non ne credo avere straccio; sì che io mi posso ire a riporre.
[745] CELSO. E' non
bisogna però avere tanta furia a riporsi; con ciò sia che delle parti della
vera e misurata belleza, se bene voi non l'avete così tutte tutte interamente,
basta che le sono tante, che, secondo le altre, voi meritate di essere tenuta
più là che bella. E se dalla concordia delle vostre membra non ne nasce quella
perfetta perfetta armonia, basta che la vi nasca, e con tanta grazia e con
tanta venustà, che voi non avete cagione da riporvi, ma sì bene di mostrarvi
più che voi non fate; e que' bei figliuolini e quelle eleganti figliuoline ne
faranno fede a tutti quelli che non saranno stati a tempo a mirare voi, ne'
quali e nelle quali voi avete posta tutta la sembianza vostra.
MONA AMORRORISCA. Orsù, dove la
natura avesse in qualche particella mancato, voi così supplite copiosamente con
le parole, che io facilmente mi ritornerò nella mia prima credenza. Ma non
perdiamo tempo in queste ciance; seguitate il vostro ragionamento, di grazia.
CELSO. Poi che a voi così piace,
sia fatto. Torniamo adunque a dichiarare le particolar cose del viso e poi
diremo delle altre membra di mano in mano; e i primi saranno gli Occhi, ne'
quali posandosi il più nobile e il più perfetto di tutti i sentimenti e per lo
quale l'intelletto nostro piglia, come per finestre di trasparente vetro, tutte
le cose visibili; e perché eziandio per quelli si fa maggior risoluzione de gli
spiriti che per via d'alcuno altro senso; però doviamo pensare che la natura
gli facesse con grandissimo magistero. Laonde, come speculatori dell'universo,
li pose nelle più alte parti del corpo acciò che di quivi più agiatamente
potessero esequir il loro officio. Feceli tondi a cagione che con quella
figura, la quale è di tutte l'altre capacissima, la vista pigliasse li obietti,
che se le offerivano, più largamente; dove essa natura conobbe eziandio
un'altra commodità, con ciò sia che questa figura sferica, non essendo impedita
da alcuna sorte d'anguli, può guardare in tutte le [746] bande e più
agevolmente che nessuna altra volgersi dove le piace; la quale volubilità fu
aiutata eziandio da quel puro liquore, col quale gli occhi stanno sempre
umettati; che ben sapete che nell'umido nasce il lubrico e in su il lubrico
molto più facilmente che in su l'arido si rivoltano e volgono tutte le cose.
Pose loro in mezo, come due scintille di fuoco, le pupille, che volgarmente si
chiamano luci, con le quali la virtù visiva, che quivi e propriamente locata,
rapisce gli obietti che se le parano inanzi. Non accade disputare se l'occhio
va a trovare l'obietto o l'obietto l'occhio; con ciò sia che questa non è
quistione apparentemente alla presente speculazione. Per questa rotondità
adunque intendendo la mente se medesima, è necessitata alcuna volta mostrare i
segreti pensieri del core; che bene spesso in loro si legge quello che in core
è scritto. Uniscesi insieme la vista di tutt'a dua li occhi in guisa che, senza
impedirsi l'un l'altro, possono rimirare un medesimo obietto tutti a due in un
tempo; e quando l'occhio diritto vede una cosa, il manco non ne vede un'altra.
[Delle ciglia] E a cagione che e'
fussero muniti e difesi da ogni pericolo di quelle cose che cader potevano
dalla fronte, come è il sudore e altri accidenti, la gli fortificò coi peli
delle Ciglia come con due argini che ritenessero ogni offensione; coperseli con
due palpebre mobili e facili ad aprirsi e a serrarsi e fortificate eziandio di
peli, i quali proibissero ciò che incautamente vi volesse entro volare; lo
assiduo muovere delle quali, abbassandosi e inalzandosi con una incredibile
celerità, non solo non impedisce la visiva virtù, ma la conforta e le dà
riposo; e nella stancheza loro, serrando entro il placido sonno, ce li
nascondono con gran quiete e meravigliosa dolceza di tutte le altre membra. Lo acume
della vista, quasi posto in una carta pecora [747] trasparente, si
conforta e conserva nella sua chiareza, per virtù dello umore già detto, come
manifesta la esperienza; che ben sapete che subito che un occhio, per qual si
voglia accidente, si secca, subito perde la virtù visiva.
[Del naso] Dai confini delle
ciglia nasce il Naso e terminasi sopra la bocca, per quello spazio che vi avemo
disegnato di sopra; il quale levemente inalzandosi pare che ponga un termine
tra l'uno occhio e l'altro, anzi sia un loro bastione.
[Delle guance] E le Guance, una
di qua e di là l'altra, con quel dolce gonfiamento alzandosi, mostrano di porsi
in difesa de' medesimi occhi. Ma ritornando al naso, diciamo la parte di sopra
essere composta di materia solida, e la inferiore d'una quasi cartillagine e
così molle e flessibile, che ella possa più agevolmente esser maneggiata e
tenuta netta; che percotendo, che è facil cosa, per essere tanto
rilevata, non riceva molta offensione, acconsentendo alla percossa. Entro al
qual membro, ancora che e' paia di picciola importanza, sono tre offici
necessarii: il respirare, l'odorare e 'l fare per quelle cavernette la
purgazione del cerebro; i quali offici, così utili e così importanti, li pose
quel grande Artefice in questa parte, in maniera che più tosto paresse fatta
per belleza e per ornamento del viso che per l'uso già detto.
[Della bocca] Sotto il naso è
posta la Bocca, con due operazioni: l'una il parlare, l'altra il mandare il
nutrimento ai luoghi necessari; la qual, fessa per il traverso, fu poi orlata
dalla natura con quei duo labbri quasi di coralli finissimi, in similitudine
delle sponde d'una bellissima fonte; i quali gli antichi consecrarono alla
bella Venere, perché quivi è la siede degli amorosi baci, atti a far passare le
anime scambievolmente ne' corpi l'un dell'altro; e però quando noi, pieni di
estrema dolceza, intentamente gli rimiriamo, ci pare che l'anima nostra stia
sempre per lasciarci, tutta vaga di andare a porvicisi sopra.
[748] [Dei denti] Del
palato e della lingua non accade ragionare, perché non si hanno a vedere; ben
diremo dei Denti, i quali, oltre alla utilità di tritarci il cibo e fare nella
bocca la prima digestione e aiutarlo a passare nel ventre con più facilità,
acquistano tanto di belleza, tanto di grazia, tanto di vagheza ad un leggiadro
volto, che senza loro non pare che la dolceza vi abiti troppo volentieri.
[Del riso] Ma che più? se i denti
non son belli, non può essere bello il Riso ; il quale, quando sia bene usato,
a tempo e con modestia, fa diventare la bocca un Paradiso; oltre a che egli è
un dolcissimo messaggiero della tranquillità e del riposo del core; perciò che
i savi vogliono che 'l riso non sia altro se non uno splendore della serenità
dell'anima; e però conviene alla nobile e gentil donna (se a Platone nella sua
Republica credemo, ché io per me li credo), per la dimostrazion del suo
contento, rider con modestia, con severità, con onestà, con poco movimento
della persona e con basso tuono e più tosto con rarità che con frequenze; come
ben fa la cognata della Selvaggia, di che poco fa ragionavi in contenzione.
VERDESPINA. E pur la vostra
comare, che rideva spesso, era commendata di quel ridere quanto di parte che
ella avesse; che ne aveva tante, che ella meritamente ottenne già in Prato tra
le altre belle il primo grado.
CELSO. La mia comare vi aveva
tanta grazia, che, se l'avesse riso sempre, la sarebbe sempre piaciuta; ma e'
non interviene così ad ognuno. La Amaretta tua, che pur quando la ride se ne
rifà, se ridesse così spesso, non piacerebbe tanto; e pure ha bellissimi denti.
Ma le son certe grazie che rare volte il ciel qua giù destina, e toccano a
pochi. Sì che il riso vuole esser raro e tanto più che il soverchio è segno di
troppo contento e 'l troppo contento non può capire in una persona di discorso.
Or conoscendo la natura quanta grazia averebbe data ai nudi denti
[749] un poco di fregio intorno alle lor radici e quanto garbo, se con
un piccolo intervallo, ma misurato, li divideva l'un dall'altro; con le
gengive, come con un poco di nastro, gli legò insieme, e con quello intervallo,
dalle seste della maestra natura misurato, gli separò in quella guisa che e'
porgessero, oltre alla utilità, quel diletto che voi e io aviam gustato mille
volte e gustaremo, sempre che mona Amorrorisca si degnasse mostrarci i suoi.
SELVAGGIA. O là, Mona colei, non
li coprite; che il dì delle feste si scuoprono e non si cuoprono le cose sante.
MONA AMORRORISCA. Accordatevi pur
tutte a darmi la baia. Sai tu come ell’è, Selvaggia? Per ognun ce n'è. Ma
seguitate, di grazia.
[Del mento] CELSO. Dalle guance
con un clemente tratto comincia il Mento, il quale termina in quel duoi
monticelli che si mettono in mezo quasi una dolcissima fonticella; come ha
quella Appollonia che voi diceste l'altro dì, che parve sì bella la mattina del
Corpusdomini in San Domenico; della quale, se io ve ne ho a dire il parer mio,
ella è una bella e una graziosa fanciulla e ha poche pari in questa terra:
bella gioia legata in vile anello. Or sia con Dio.
[Degl’orecchi] Apronsi poi
gl'Orecchi nella più eminente parte del corpo accioché più facilmente
raccogliano le voci che cascano dall'aere ripercosso da quelle; e son nudi
accioché con più facilità il suono li possa penetrare; hanno quelle rivolture e
quelle tortuosità accioché la voce compresa, per la difficultà della via, non
se ne possa ritornare in dietro; e son fatti quasi a similitudine di quel
piccolo instrumento che voi chiamate l'imbuto, il quale, raccogliendo e
ristringendo il liquore, per piccolo canale lo manda poi nel maggior vaso, sì
che punto non se ne sparge di fuori; così l'orecchio, raccogliendo le sparse
voci, per piccolo canaletto le diffonde nel gran vaso dello intelletto, a
custodia della memoria, posta nello occipizio da noi Toscani chiamata
[750] la collottola. Non furon fatte di molli pellicine, né languide o
fiacche, come se ne vede in molti altri animali; ché ben vi deve dettar la
imaginazione che le sarebbono state molto deformi; non furono assodate con duri
e solidi ossi, con ciò sia che con essi più tosto si difficultava l'uso del
l'audito che no; oltre che si impediva il riposo di tutto il corpo, non vi si
potendo, per la dureza e rigorosità di quelle ossa, posarvi su il capo nella
quiete del sonno o nel ristoro delle fatiche del corpo, come spesso aviene;
furon plasmate adunque d'una materia che tendesse al molle, ma non fosse
languida, sì che al riposo non desse impaccio e fosse atta al raccogliere delle
voci; ne' quali posposta la utilità, per rispetto della belleza, è da
riguardare quel semicirculo o vero orlo rosseggiante, con quella pendente punta
in guisa di balascio, come dicemmo. Quanto è bello, quanto è vago, quanto è
grazioso! Che se, come si costuma in molte parti d'Italia, vi si appicca
qualche preziosa gioia, non solo l'orecchio per paragon di quella non perde di
grazia, anzi ne guadagna, con perdita della gioia. Hanno li orecchi in quel
pertugio che manda dentro la voce, quella certa rivoltura, sinuosità e via
fatta a vite, come s'è detto, accioché per cotale difficultà, passando la voce
più lentamente per quelle, dia agio al senso dell'audito di ripresentarla al
senso comune; e anche percioché si difficulti l'entrata a molte bestiuole che
vi potrebbon volar dentro; ma quando pur qualcuna ve ne entrasse, vi ritrova
una certa materia viscosa che la ritiene accioché non passi al fondo e però
impedisca l'uso dello audito. Servono eziandio quelle vie tortuose e come
cavernette scavate accioché il suono della voce entro vi cresca; come e' fa
nella piegatura d'un corno, d'una chiocciola marina o d'una tromba torta, e
come si vede far tutto 'l dì nelle caverne, nelle spelonche e nelle profonde
valli che sono alle campagne, dove ravolgendosi la voce si gemina e risuona.
[751] [ Della gola] Poi
seguita la Gola , atta con gran vagheza a piegarsi e volgersi da ogni banda,
oltre a che cuopre e difende li due vitali canaletti, chiamati canne, che
respirano e mandano a cuocere il trito cibo alla pentola dello stomaco.
[Delle braccia e mani] Sotto alla
quale scendon le spalle, porgendo in fuor le Braccia, con la piegatura delle
gomita, col mirabile e necessario uso delle Mani, potissime ministre del tatto;
le quali con la concava palma e con la flessibilità delle dita sono atte a
pigliare e ritenere ciò che a lor piace; dove è difficile al terminare qual sia
maggiore o la utilità o la belleza.
[Del petto] La latitudine del
Petto porge gran maestà a tutta la persona; dove sono le Mammelle, come due
colline di neve e di rose ripiene, con quelle due coroncine di fini robinuzzi
nella loro cima, come canelluzze del bello e util vaso; il quale, oltre alla
utilità di stillare il nutrimento a' piccioli fanciullini, dà un certo
splendore, con sì nuova vagheza, che forza ci è fermarvi su gli occhi a nostro
dispetto, anzi con gran piacere; come fo io, che guardando il bianchissimo
petto d'una di voi... Eccoci a coprir li altari; se voi non racconciate quel
velo come stava, io non seguirò più oltre.
MONA LAMPIADA. Deh, levalo,
Selvaggia, che ci hai stracco ormai. – Oh, come hai fatto bene a torglielo dal
collo! – Vedi tu? Così si fa. – Orsù, messer Celso, seguitate l'orazione, che
le reliquie sono scoperte.
[Della gamba e del piede] CELSO.
Delle altre parti insino alla Gamba (percioché elle van coperte, come di sopra
si disse, non conferiscono, alla nostra belleza se non come tutte insieme) mi
pare onesto tacere. Diremo dunque della gamba solamente, per lo cui moto ne
partiamo da loco a loco, con la piegatura dei ginocchi, corrispondenti con le
lor corde da' fianchi insino a’ talloni, anzi legati insieme col posamento di
tutta la persona, ch’è il Piede; [752] il quale, per essere il
principio e quasi una base di tutte l'altre membra, è molto riguardevole e d'una
grande importanza alla belleza universale; percioché ogni volta che l'occhio è
stracco o più tosto divenuto ammirativo e stupido per la soverchia e
incomprensibile dolceza, che ha ricevuta nella contemplazione degli occhi,
delle guance, della bocca e dell'altre parti, ristrignendo la virtù visiva in
se medesimo, par che abbassi gli occhi come per paura e si riposi sul piede,
non altrimenti che si faccia il capo, uno che è stanco, su un guanciale. Sì
che, donne mie care, non siate così avare di dimostrarlo qualche volta;
imparate dalle Romane, che non altrimenti lo coltivano che si facciano il
volto. E sin qui basti aver parlato della belleza, utilità, uso, cagione,
artificio e proporzione di tutte le membra in generale; che, quando verremo al
componimento della bella donna, con lo essempio di voi altre più distintamente
parleremo.
[Dei capelli] VERDESPINA. Se la
Diambra (che quando non le paresse essere bella per altro, che le pare essere
bellissima per ogni cosa, ma per la chiareza de' Capelli si tiene una Elena
novella) fusse presente a questi vostri ragionamenti, oh, io vi so ben dire che
la gonfierebbe; percioché ell'usa dire che, siasi una donna bella s'ella sa,
che se ella non ha bei capelli, che la sua belleza è spogliata d'ogni grazia e
d'ogni splendore; e voi non ne avete pur fatto menzione.
CELSO. Ella ha una gran ragione e
tu hai fatto bene a ricordarmeli, ché io me li era dimenticati, ancor che e’ ne
sia stata potissima cagione il parermi che voi altre di qua ne tenghiate poco
conto, anzi gli coprite insino alle novelle spose; e da cotestei in fuori, io
non gli vidi molto spiegare ai venti ad alcuna, che è una malfatta cosa;
percioché e' sono un grandissimo ornamento della belleza e da natura sono
creati per una evaporazione delle cose superflue del celebro e delle altre
parti del [753] capo; impercioché, ancor che e' sieno sottilissimi, e'
son forati accioché ch'indi possano esalare le dette superfluità; della cui
particular belleza e di ciò che ne disse Apuleio, descrivendo la sua Fotide, io
mi riserberò al componimento della donna che noi fingeremo. Ora, avendo
ragionato sin qui quasi che a bastanza della belleza, restaci, per osservanza
delle promesse, dichiarare che cosa è Leggiadria.
[Della leggiadria] La leggiadria
non è altro, come vogliono alcuni, e secondo che mostra la forza del vocabolo,
che una osservanza d'una tacita legge, data e promulgata dalla natura a voi
donne, nel muovere, portare e adoperare così tutta la persona insieme, come le
membra particolari, con grazia, con modestia, con gentileza, con misura, con
garbo, in guisa che nessun movimento, nessuna azione sia senza regola, senza
modo, senza misura o senza disegno; ma, come ci sforza questa tacita legge,
assettata, composta, regolata, graziosa; la quale, percioché non è scritta
altrove ch'in un certo giudizio naturale che di sé né sa né può render ragione,
se non che così vuol natura, ho voluta tacita nominare; la quale legge
nondimeno, percioché né i libri la posson insegnare, né la consuetudine la sa
mostrare, non è osservata comunemente da tutte le belle; anzi se ne vegiono
tutto il dì molte di loro tanto sgarbate, tanto attose, che par pure un
fastidio a vederle. E quella gentil Lucrezia, che sta là verso San Domenico,
percioché è fedele osservatrice di questa legge e ha tutte quelle parti che si
ricercano alla leggiadria, perciò piace tanto a ciascuno; e ancor che le sue
fatteze manchin forse in qualche cosellina, secondo le misure di questi
scrupolosi disegnatori, nondimeno, s'ella ride, ella piace; s'ella parla, la
diletta; se la tace, ell'empie altrui di ammirazione; s'ella va, ha grazia;
s'ella siede, ha vagheza; se ella canta, ha dolceza; se ella balla, ha Venere
in compagnia; se ella ragiona, le Muse le insegnano. Or finalmente, e' se le
avviene ogni cosa maravigliosamente.
MONA LAMPIADA. Voi non vedeste
mai quanto cotesta fanciulla [754] mi piace, non solo perché ha così
buono spirito, come voi vi sapete, ma perché la mi pare anche bella; sì che io
ho caro che noi concorriamo in una medesima openione.
CELSO. Certo che ella è da
piacere; ma sapete voi chi mi parve anche sempre una gentil fanciulla e dipinta
di tanta leggiadria e di tanta vagheza, che io non so, se io avessi a dipigner
una Venere, se io volessi ritrarre altra donna che lei? E non crediate che io
dica questo per quello ingegno maraviglioso, per quella maniera grande che ella
ha; perché oggi non è mio intento parlare della belleza de l'animo; io lo dico
pur per la belleza del corpo.
SELVAGGIA. Chi è questa, se Dio
vi guardi da tutte le cose che vi posson nuocere?
CELSO. Se Dio mi guardi adunque
dai tuoi pungentissimi sguardi, che la Quadrabianca Buonvisa mi pare una
leggiadra e una gentile fanciulla, e parmi ch'ella abbia un grande attrattivo.
SELVAGGIA. Grazia che a pochi il
ciel largo destina e veramente che voi dite il vero.
CELSO. Sì, ma tu se' tra quelle
poche: ma la Grazia è un’altra cosa, della quale io vi voleva parlare.
[Della grazia] Or di quella
grazia, cioè la quale è parte della belleza, non di quelle che sono ancille di
Venere le quali, misticamente parlando, non importano altro che un guiderdone
cumulatamente renduto dalle persone grate, in cambio dei benefici già ricevuti;
e percioché nelle veneree azioni e negocii amorosi assai beneficio accaggiono
mutuamente tra gli amanti e se ne guiderdonano molti tutto il dì, però le
Grazie sono state consegnate per servitrici alla bella Venere. Possiamo, anche
lasciando l'altre due, pigliare Aglaia, la quale significa splendore, che farà
molto [755] al proposito nostro; con ciò sia che la nostra openione è
che la grazia non sia altro che uno splendore, il quale si ecciti per occulta
via da una certa particolare unione di alcuni membri che noi non sappiam dir:
"E' son questi, e' son quelli"; insieme con ogni consumata belleza, o
vero perfezione, accozati e ristretti e accomodati insieme; il qual splendore
si getta agli occhi nostri con tanta lor diligenza, con tanto sodisfacimento
del cuore e contento della mente, che subito è lor forza volgere il nostro
desio a quei dolci raggi tacitamente. E percioché come abbiam tocco di sopra,
noi vediamo assai volte un viso che non ha le parti secondo le comuni misure
della belleza, spargere nondimeno quello splendore della grazia di che noi
parliamo (come la Modestina, la quale, se non è così grande e così
proporzionata come si è mostro di sopra, nondimeno ha in quel suo visetto una
grazia grandissima, sì che la piace a tutti); dove per lo contrario si vedrà
una con proporzionate fatteze, che potrà essere meritamente giudicata bella da
ognuno, nondimeno non averà un certo ghiotto, come è la sorella di mona
Ancilia; però siam forzati a credere che questo splendor nasca da una occulta
proporzione e da una misura che non è ne' nostri libri, la quale noi non
conosciamo, anzi non pure imaginiamo, ed è, come si dice delle cose che noi non
sappiamo esprimere, un non so che. Il dire che ella è un raggio di amore e
altre quinte essenzie, se ben son dotte, sottili e ingeniose, nondimeno elle
non reggono della verità. E chiamasi grazia, percioché la fa grata, cioè cara
colei in cui risplende questo raggio, questa occulta proporzion si diffonde;
come fanno eziandio le rendute grazie dei benefici ricevuti, le quali fanno
grato e caro colui che le rende. E questo è quanto sopra di ciò io posso o
voglio per al presente ragionare; che, se più ne volete sapere, risguardate
negl'occhi di quella chiara luce che rischiara coi bellissimi occhi suoi ogni
peregrino ingegno che dello splendor della grazia va cercando.
[756] [Della vagheza] A
volervi dimostrare che cosa sia Vagheza, bisogna che voi prosupponiate quello
che è nel vero, che questo nome o vero voce "vago" significa tre
cose: la prima, movimento di luogo a luogo, come ben mostra il Petrarca:
Riduci i pensier vaghi a miglior
loco.
La seconda, desiderio, come è
appresso il medesimo:
Io son sì vago di mirar costei.
Il Boccaccio nella Fiammetta: di
quello che essi erano vaghi divenuti. La terza, bello. Il Petrarca pure:
Gl’atti vaghi e gli angelici
costumi.
E ’l Boccaccio nel medesimo loco:
una turba di vaghe giovani. Dal primo significato, cioè movimento, ne è tratto
vagabondo, e da vagabondo, che è quel medesimo che vago, ne è tratto il
secondo, cioè desideroso; percioché una cosa che è in moto e va vagando or quinci
or quindi, par che accenda di sé maggior desiderio in altrui che una che stia
ferma e la quale noi possiam vedere a posta nostra. E con ciò sia che paia
necessario che tutte quelle cose che noi desideriamo, che noi le amiamo e non
si potendo, secondo che si è conchiuso di sopra, amar cosa che non sia o non ci
paia bella, però ha ottenuto l'uso del comun parlare, che vago significhi bello
e vagheza belleza; ma in questo modo particulare nondimeno, che vagheza
significhin quella belleza che ha in sé tutte quelle parti per le quali
chiunque la mira forza gli è che ne divenga vago, cioè disideroso; e divenutone
disideroso, per cercarla e per fruirla stia sempre in moto col core, in viaggio
co' pensieri, e con la mente divien vagabondo. È adunque vagheza una beltà
attrattiva, inducente di sé disiderio di contemplarla e di fruirla; e però
diciamo: "La tale è vaghetta", quando parliamo d'una che ha un certo
lascivetto e un certo ghiotto, con la onestà mescolato e con [757] un
certo attrattivo, come ha la Fiamminghetta. E Venere mi disse stanotte in sogno
che di qui a due anni verrà ancor de’ fiori del vostro Prato una Pistolese, che
si chiamerà Lena, che porterà seco la vagheza negli occhi; e ce n’è anche qui
tra voi una, la quale io non vo’ nominare, che, secondo il mio giudizio, ha
assai dello attrativo.
MONA AMORRORISCA. Voi fate molto
bene accioché tra noi non nascesse qualche emulazione che fosse cagion di
scandolo; ma senza che voi la nominiate, io veggo scolpito nel vostro fronte
quello che voi avete disegnato nel core; ma io non vi vo’ dire più là, perché
chi la spiana la guasta.
CELSO. Gli altri indovinano alle
tre e voi al primo; ma lasciamo or questo e torniamo alle nostre promesse,
secondo le quali ci resta a parlare della Venustà.
[Della venustà] Or notate
adunque. Dice Cicerone che sono due sorti di belleza, delle quali una ne
consiste nella venustà e l'altra nella dignità, e che la venustà è propria
delle donne e la dignità è propria delli uomini. Adunque, secondo costui, la
cui autorità a voi donne doverebbe bastare, tanto importa la dignità nell'uomo
quanto la venustà nella donna; percioché la dignità nell'uomo non è altro che
uno aspetto pieno di vera nobiltà, pieno di riverenzia e di ammirazione; la
venustà adunque nella donna sarà uno aspetto nobile, casto, virtuoso,
riverendo, admirando in ogni suo movimento, pieno d’una modesta grandeza, come
vi può mostrare la Gualanda Forella, se voi la guarderete lontano da ogni
livore. E percioché quegli che, avendo poca cognizione, sogliono, nel biasimare
coloro che tutto il dì si affaticano per sapere, aver molta prosunzione, non
dicessero che, per venir questo nome venustà da Venere, che dai poeti è
conosciuta per madre di tutte le lascivie amorose, che egli non doverebbe
ragionevolmente significare altro se non una belleza lascivamente bella, io
giudico esser conveniente, con un poco di ragioncella, cavar voi d’error, se ci
fuste, che nol credo, e coloro [758] che per questa cagione mi
volessero biasimare, i quali sarebbon molti. Or notate. Appresso gli antiqui
scrittori son celebrate due Veneri: una, figliuola della Terra, con operazion
terrene e lascive, dalla quale e’ voglion che si criino le veneree azioni;
l'altra la dissero figliuola del Cielo, con pensieri, atti, modi e parole celesti,
caste, pure e sante, e da questa seconda volsero che procedessero la venustà e
le cose venuste e non le veneree.
[Dell’aria] Ora aviamo a parlar
dell’Aria, e bisogna che qui voi porghiate gli orecchi dello intelletto con
ogni attenzione. Donne mie care, egli è un proverbio appresso de’ Latini (e di
quanta auttorità fussero i proverbi appresso gli antichi le carte non solo di
essi Latini, ma degli scrittori greci, che ne son piene, facilmente lo
dimostrano), dice adunque questo proverbio: conscientia, mille testes;
ch’importa tanto quanto a dire: "la conscienzia pura e monda vale per
mille testimoni". Presupposto adunque questo proverbio come verissimo,
diremo che tutte quelle donne, che hanno macchiata la conscienzia di quella
feccia che deturpa e ’mbratta la purità e netteza della volontà, causata dal
mal uso della ragione, per essere tutto il giorno trafitte dalla memoria della
lor colpa ed esagitate dalla prova dei mille testimoni della lor lesa
conscienza, incorrono in una certa malattia di animo, la quale continuamente le
inquieta e le perturba. La qual perturbazione e inquietudine genera una cotale
disposizione di umori, i quali con i fumi loro guastano e macchiano la purità
della faccia e degli occhi massimamente; i quali, come si disse di sopra, sono
i ministri e i messaggieri del core e crianvi dentro un certo piglio, e, come
volgarmente si dice, una certa mal’aria, indice e dimostratrice della infirmità
dello animo, non altrimenti che si faccia il pallore delle guance e delle altre
membra, le malattie e le male disposizioni del corpo e la perturbazione ed
esagitazione degli umori di quello. [759] Né vi paia strano che la
malattia dell'animo perturbi le membra del corpo; percioché la esperienza vel
mostra tutto il dì nel dolore di esso animo, che bene spesso procaccia al corpo
febbre talor la morte. Conosciuto che voi avete qual sia la mal’aria,
indicatrice e dimostratrice della infezione dello animo delle ammalate già
dette, facilmente conoscerete la buona aria delle sane; ché, come ben dice
Aristotele nel quinto dell’Etica, conosciuto che noi abbiamo uno abito
contrario, forza ci è conoscere l'altro contrario abito; nel medesimo loco,
poco più basso, molto più chiaramente lo dimostra, dicendo: "Se la buona
abitudine del corpo si dimostra ne la sodeza e densità della carne, forza è che
la mala abitudine si dimostri con la fiacheza e rarità". Per il quale
discorso voi potrete conoscere apertamente che quello che si dice in una donna:
"Ella ha aria", non è altro che lo avere un certo buon segno,
manifestante la sanità dell'animo, della chiareza della loro conscienza; con
ciò sia che dicendo aria semplicemente, per figura di antonomasia, che noi per
eccellenza forse propriamente diremo, e si intende della buona. E la mal’aria,
e non avere aria, importa un segno, un piglio, dimonstrante la malattia del
cuore e le macerie della contaminata conscienza.
MONA AMORRORISCA. Bella è stata
veramente la dichiarazione di questo passo e degna di gran considerazione, così
per esser cosa vera, come nuova, e certamente degna dell'ingegno vostro, assai
più che dello intelletto nostro; nondimeno, per avercela voi così apertamente
dimostrata, noi ne siamo assai bene state capaci, ma altrove ci si riserberemo
ad allargarci nelle vostre lodi; e però, tacendo, aspetteremo quello che voi
diciate della Maestà.
[Della maestà] CELSO. Della
maestà io non saprei che mi vi dire altro, se non che egli è una comune usanza
del parlar quotidiano, che, quando una donna è grande, ben formata, porta ben
sua persona, siede con una certa grandeza, parla con gravità, ride con modestia
e finalmente getta quasi uno odor di regina, allora [760] noi diciamo:
"Quella donna pare una maestà; ella ha una maestà", il che è tratto
dal trono regale, dove ogni atto, ogni operazione debbe essere ammiranda e
riverenda. Sì che per questo la maestà non viene ad essere altro che il muovere
e portarsi d'una donna con un certo real fasto; d'una donna, dico, che sia di
persona un poco alta e compressa. E se voi volete vedere un certo essempio di
questo, guardate la illustrissima signora contessa da Vernio, che con quella
regia presenza, atti, modi, parole, mostrerebbe sempre a chi non la conoscesse
altrimenti, che ella è sorella del molto magnifico signor mio, il signor
Gualterotto de' Bardi, e consorte accettissima del gentilissimo e modestissimo
signor Alberto; e finalmente, nata chiaramente e maritata altamente. E questo è
quanto per ora mi occorre dirvi della universal belleza e di tutte le sue
aderenzie, senza che io pensi aver satisfatto al desiderio vostro
compiutamente.
MONA LAMPIADA. Percioché io son
la più vecchia, io non doverei esser tenuta prosuntuosa, se io risponderò per
tutte; e però dico che voi ci avete sodisfatto molto meglio che noi non aremmo
saputo addomandare, ancor che da voi si possa aspettare ogni gran cosa; pur
nondimeno noi disideriamo confermarci nella nostra cognizione con lo esempio di
quella chimera che voi ci avete promesso di fare.
CELSO. Voi sete ben vecchia sì, e
molto bene lo dimostrate, non col viso, che è fresco e pulito quanto di altra
(e sia detto con pace di tutte quelle che sono in questo luogo, se ben non sete
più in su quel fiore della giovaneza), ma sì ben con l’intelletto, con lo
ingegno e con tante vostre virtù, che meglio sarà tacerne che dirne poco; ché
meglio non potevate dire che dir chimera, percioché così come la chimera si
imagina e non si trova, cosi quella bella che noi intendiamo fingere, si
imaginerà e non si troverà; e più tosto vedremo quello che si vorrebbe avere
per esser bella, che quello si abbia, non dispregiando per questo la belleza di
voi che sete qui presenti o delle altre che non ci sono; le quali, se bene non
hanno raccolto in loro lo intero, nondimeno [761] ne hanno tal parte,
che basta loro per esser accarezate e anche per esser tenute belle. Or vegniamo
alla nostra chimera.
Né prima aveva cominciato Celso
ad aprir la bocca per darle principio, che in sul colle comparse la bella
Gemmula dal Pozo nuovo, tutta modesta, tutta gentile e veramente una preziosa
margherita; la quale, avendo avuto sentore di questa compagnia, come donna di
buono ingegno, era tratta all'odor di questi ragionamenti; e aveva seco quel
chiaro diamante che con la foglia di molte virtù nobilita la piaza di San
Francesco; e appena erano a mezo il monte, che quasi tutte le altre giovani,
che erano per l'orto, cantando e ridendo, e, come in simil lati si costuma,
motteggiando, gli vennero a chiamare; in modo che Celso fu forzato abbandonar
l'impresa e andarsene con loro ad una bella merenda, che aveva ordinata mona
Simona de' Benintendi, savia e veneranda matrona fiorentina e moglie del padron
dell'orto; la quale è tanto da bene, che per dir parte di sue lode bisognerebbe
allungar troppo le parole. E fornita che fu la merenda, e’ si ballò e si cantò
e fecesi tutte quelle cose che in una onesta brigata di nobili e virtuose donne
e di gentili e cari giovani si conviene; e così durarono, insino che fu ora che
ognuno se ne tornasse a casa sua.
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