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Paolo VI
Incontro 10 febbraio 1975

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STRUTTURE E CARISMI

E la seconda cosa (cambiamo il nome ma resta sempre la stessa materia, pressappoco): la compagine. Cerchiamo che la compagine nella Chiesa di Roma, cioè la sua organizzazione, sia davvero efficiente. Lo so; lo sappiamo, perché è diventato un luogo comune: si cerca di distinguere le strutture dai carismi. È una distinzione che vale fino ad un certo punto, e direi, nella pratica non vale. Sant’Agostino in un suo famoso detto che io ho ripetuto altre volte così si esprime: lo Spirito del Signore anima il corpo della Chiesa. Chi è nel corpo è animato, ed ha lo Spirito di Cristo, chi si stacca dal corpo di Cristo non ha più questa corrente vitale vivificante dello Spirito di Cristo. E quelli che fanno appunto i piccoli gruppi per essere più spirituali, può darsi che abbiano buone intenzioni, e io gli auguro anche di avere l’efficacia delle loro intenzioni; ma la realtà è che, nella via normale, nel disegno di Dio, tanto ci è dato di Spirito quanto aderiamo al corpo della Chiesa. Le compagini, le strutture, queste famose burocrazie, questi famosi giuridismi, ecc., sono parole false. In fondo, è la comunione. Siamo uomini e bisogna che abbiamo delle regole umane, tangibili, ecc., che ci tengono insieme, che ci aiutano, che ci sostengono, che ci puniscono, ecc., per essere un « corpus ». La Chiesa è un corpo mistico di Cristo. Dobbiamo essere corpo anche noi nella compagine della Chiesa, altrimenti l’elemento mistico si distacca e non sappiamo quale sia la sorte di chi osa, di chi ha la caparbietà, l’imprudenza di ritenersi animato dallo Spirito Santo senza essere nel luogo canonico, dove lo Spirito Santo ha la sua dimora. Voi siete il tempio dello Spirito Santo. Se usciamo da questo tempio, sappiamo noi se lo Spirito ci seguirà? Abbiamo l’umiltà, ripeto, di santificare il corpo, anche le cose materiali, amministrative, prosaiche di questa Chiesa, di innalzarle nel loro significato, nella loro limitata ma indiscutibile necessità, e vedremo allora che lo Spirito del Signore darà anche i mezzi per sostenere i programmi che al corpo della Chiesa sono affidati.

E poi l’attività: cosa deve fare questa Chiesa romana? Qui comincerebbe il discorso quaresimale, di quelli consueti che facevano i predicatori, i parroci . . . Io raccomando a tutti una cosa sola. Voi conoscete i paragrafi di questo grande programma. Primo, Cristo . . . : che davvero gli uomini, le donne, il popolo conosca e abbia un contatto con Cristo. Il primo contatto è la fede: quindi l’istruzione, quindi il catechismo, quindi la diffusione della buona stampa, la parola che corre in qualche maniera nelle mani di tutti, entra nelle famiglie: cercare la conoscenza di Cristo. E poi la grazia di Cristo: guardare di curare molto (sapete che la Conferenza Episcopale Italiana se n’è occupata in questi anni) le pratiche dei sacramenti, come si devono dare i sacramenti . . . Il richiamo fattoci da tutta la grande famiglia del clero italiano sopra l’evangelizzazione mediante la grazia dei sacramenti deve essere anche il nostro programma. Se sapessimo dar bene il battesimo! Io ho vissuto (nei momenti direi più pieni del mio sacerdozio episcopale) proprio nelle cresime amministrate a decine di migliaia nella diocesi di Milano il contatto diretto con i ragazzi che stanno attendendo l’incontro con lo Spirito Santo, ai quali si può domandare: « ma tu sarai fedele? », « ma tu vuoi essere davvero un cristiano vero o un cristiano di nome? », ecc. Tutta la fraseologia che si vive in queste condizioni è di una efficacia, di una grandezza e di una bellezza che non ha uguali e che compensa il povero vescovo che deve esercitare il proprio ministero ad usura. Si viene via felici. Tutta questa gioventù lieta, pura, buona, nel momento della sua prima coscienza all’alba dell’adolescenza, che dice sì come ha detto sì il padrino al battesimo. Lo dice lui, adesso, finalmente; lui a se stesso: sì, voglio essere fedele e riceverò la grazia dello Spirito Santo, la Cresima. Sono momenti di una importanza veramente decisiva: questo è il cristianesimo operante. Non parliamo poi dell’Eucaristia, e di tutta la liturgia. Mi piacerebbe sentirvi cantare di più, il nostro popolo non canta; quando vengono dal Nord i tedeschi, i fiamminghi, la Polonia, sono masse di voci: questo è popolo che prega e che prega insieme. Qui invece ancora non si sa se voi siete capaci di organizzare il coro anche per i canti più comuni, il « Credo », il « Sanctus ». Vogliate rendere questo grande servizio alla preghiera collettiva, liturgica, autentica del popolo di Dio, per la gloria de1 Padre, per la glorificazione di Cristo, per l’esaltazione dello Spirito Santo.




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