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Paolo VI
Incontro 10 febbraio 1975

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AUTORITÀ DEL PAPA

Le premesse. Ci sarebbe quasi da domandarsi se noi stiamo facendo un saggio di dialettica hegeliana. Io, voi; la sintesi, noi; e sarà questo il nostro breve colloquio. Sì, noi sentiamo il bisogno ancora di presentarci a voi quali siamo, e domando subito alla vostra bontà, alla vostra perspicacia, anzi, al vostro spirito di fede, di non guardare alla minima statura della nostra persona, all’esiguità della nostra capacità di consigliare, dirigere gli altri, ma di guardare ciò che ci soverchia, l’ufficio che il Signore, chissà perché, ha voluto affidarci. Noi vi parliamo a nome di un’altra persona. Noi siamo altri. Del resto, anche voi lo siete. Ogni sacerdote è un alter Christus. Ciascuno, quando esercita le proprie funzioni sacerdotali, non porta se stesso, riveste e rivive e attualizza una presenza, una funzione, una autorità, un messaggio che non è il proprio; tanto più noi che, direi per antonomasia, anche se ciò non è esclusivamente applicabile al nostro ufficio, siamo Vicario di Cristo. Credete che queste parole ci lascino tranquillo, o non ci riempiano di trepidazione, nell’atto stesso in cui le pronunciamo?

Dover presentare Cristo a dei confratelli, che sanno tutto e che sanno bene che cosa questo significa. Per noi è momento, direi, di spavento e di esaltazione, di gioia: psicologia, appunto, del rappresentante, che si può immaginare, ma che, se non si vive, non si può conoscere.

Noi parliamo davvero non in nostro nome, ma nel nome di Gesù Cristo che abbiamo la ventura di rappresentare, consci, quindi, di questa nostra, quasi fremente, responsabilità, e consci anche dell’aiuto enorme che da Lui ci viene per poter colloquiare con voi, che non ne avreste bisogno, perché siete tutti carichi e tutti pieni di scienza del Signore e di pratica di vita ecclesiastica. Ma questo è il momento particolare in cui noi, rincontrandovi, ci presentiamo quali siamo, per disposizioni del Signore. E sentiamo allora in questa definizione che noi diamo di noi stessi, innanzitutto la prima direi, contestazione, che viene proprio sopra il nostro nome, quello dell’autorità. « Sic nos existimet homo ut ministros Christi et dispensatores mysteriorum Dei ». Ci appelliamo anche a questa citazione, tanto marcata in tutta l’opera di San Paolo, perché abbiate la bontà di accoglierci, quali noi oggi a voi ci presentiamo, cioè con tutta l’autorità del nostro ufficio. Sappiamo bene che questa autorità è stata analizzata nelle sue diverse, possibili esplicazioni, sia storiche che psicologiche. Autorità è dominio? Oh, no, certo, io non devo esercitare un dominio sopra di voi! E un impero, cioè una autorità che si pronuncia senza altra logica che quella che nasce da un impeto, o da una psicologia interiore? neppure. Voi sapete che è un, servizio. La nostra autorità è fatta per servire. Non è venuto nostro Signore, lui lo ha detto, per « ministrari », ma per « ministrare », cioè non per raccogliere i servizi degli altri, ma per effondere i propri a bene altrui. La stessa cosa, per noi.

Ciò vuol dire che la sintesi, l’unità possibile, fra questi due momenti: esercitare l’autorità, e servire quelli a cui essa si rivolge, si riconduce all’amore. È l’amore, la carità di Cristo che ci autorizza a rivolgerci a voi; ed è in virtù di questa carità, che vi è stata data e che vogliamo vivere con tutta la fedeltà e con tutta la pienezza di cui siamo capaci, che noi siamo adesso a colloquio con voi, e lo siamo non per un momento, ma in virtù di uno « status », di una situazione che chiamiamo canonica, cioè legislativa, stabilita da regole indiscutibili. Questo rapporto che cosa è? È un rapporto di carità, è un rapporto che vuole il vostro bene ancor prima del nostro: siamo al vostro servizio, e ci accusiamo, semmai, di aver mancato, se non avessimo servito quanto e come dovevamo. Ne abbiamo però il proposito, davanti a Dio e anche davanti a voi, che siete tutti diventati - perché così è, al momento presente, la spiritualità del mondo che sta ad osservare - dei critici, nel senso benevolo, se volete, ma esigenti di vedere se questa autorità personifica e realizza la propria definizione. Dio mi aiuti ad essere fedele a quello che vi sto dicendo. Sì, io desidero servirvi per amore; poco vi conosco, ma vi amo molto, vi amo tutti, vi amo quali voi siete, e vorrei entrare tanto, tanto di più, nella vostra vita per poter capire meglio, per avere capacità di affetto, di aiuto, di consiglio, di conversazione, di convivenza con voi, perché questo è il mio ufficio che, ripeto, congiunge in sé le due definizioni che il Signore ha dato: una di fermezza e l’altra di dolcezza, una di esigenza inflessibile, l’altra, invece, che è tutta comprensione. Questa è la duplice funzione del Vicario di Cristo; e tale a voi la raccomando: perché? Oh! perché voi siete buoni a seguirla. La virtù più contestata, fino ad essere annullata, quasi che fosse una frustrazione della persona, e cioè l’obbedienza, nel campo nostro, nella « Ecclesia », nella compagine della società ecclesiastica, non è, non è vanificata, superata; è invece il rapporto normale nelle posizioni che la legge della Chiesa ha fissato a ciascuno di noi. Cerchiamo di rispondervi bene, e di creare questa armonia, questo consenso che renderà facile e contento il vivere insieme e l’aiutarci a vicenda. Io che sono a questo posto e che ho questa immensa, opprimente responsabilità, sono il primo che vi prego: aiutatemi, aiutatemi a compiere la mia missione, e guardate che considero ciascuno di voi davvero come « cooperatores ministerii nostri », come collaboratori di questo nostro compito, che il Signore ci ha affidato per costruire la Chiesa. Il solo vedervi così numerosi, cos? presenti, mi riempie di gioia, come se incontrassi degli amici, dei fratelli: lo siete, nel senso vero della parola; siamo tutti di una stessa famiglia, la famiglia di Cristo, la famiglia della Chiesa; una grande gioia mi invade anche per quello che la grande famiglia della diocesi di Roma rappresenta.




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