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| Paolo VI Incontro 10 febbraio 1975 IntraText CT - Lettura del testo |
GLI EQUIVOCI DEL PLURALISMO
Siamo di educazione diversa, ognuno ha il suo modo di vedere le cose; è diventato di moda il pluralismo. Vi pregherei di fare un esame analitico sopra questa parola, che è già stata oggetto di studi particolari da parte dei competenti. Si tratta di vedere, di stare attenti a quanto c’è di equivoco sotto questa espressione, quasi che ciascuno, in omaggio all’« unusquisque in suo sensu abundet », possa fare quello che vuole. Saremmo non più nella Chiesa cattolica, ma in quelle Chiese dilette, ma tormentate dalla dispersione costituzionale che le obbliga a dividersi dentro di sé. Stiamo attenti che il nostro pluralismo, cioè, la libertà concessa alle diverse forme di esprimersi, canonicamente, ma autenticamente, nella Chiesa, non abbia a portare in noi quel particolarismo che vuol dire dispersione, che vuol dire non sommare le forze, non far coincidere le proprie energie con quelle altrui. Dobbiamo imparare a convivere, ad aiutarci, a collaborare e a vedere questo grande panorama della diocesi di Roma, come una cosa organica, come un « corpus » eletto, a cui abbiamo l’onore di appartenere e in cui ciascuno deve cercare di infondere il proprio contributo, in una maniera che può sì essere libera . . . . io faccio sempre il paragone dell’orchestra; nell’orchestra ciascuno suona il proprio strumento, ma la musica deve essere unica; se ogni strumento suona una musica sua, non è più orchestra, è piuttosto una gran confusione di suoni: il che vuol dire, fuori di paragone : ciascuno può seguire la propria spiritualità, le proprie possibilità, eccetera, ma nel concerto armonioso di una stessa spiritualità e di uno stesso scopo, che e la santificazione e la salvezza spirituale della popolazione romana.
Vi sono altri fenomeni. Anche San Paolo aveva un’idea fissa su questo. Egli dice: « Parvum fermentum totam massam corrumpit ». Basta un piccolo fermento per diffondere un disagio, un pessimismo, un disfattismo in tutto il corpo. E questi gruppi che si attestano col nome di comunione, tante volte proprio per essere estranei alla vera comunione, hanno una grande responsabilità; avranno buonissime idee, avranno tante ragioni di criticare, di imputare a me, a noi, i difetti della nostra organizzazione ecclesiastica, ma sappiamo che hanno la responsabilità enorme, che pesa sopra di loro, di essere dei disfattisti dell’unione e della legge che presiede alla Chiesa, secondo il comando evangelico di Cristo: costruire la Chiesa, non demolire la Chiesa, « super te aedifìcabo Ecclesiam meam ». Bisogna portare un contributo positivo, non soltanto negativo, che in fondo è molto facile, e alcune volte è diventato di maniera, è diventato vile. Non va. Bisogna che siamo tutti così virtuosi e così umili da metterci insieme, da tollerarci, da perdonarci, da riconciliarci e da cercare di costruire secondo un piano, che chi ha la responsabilità propone; che non è poi un piano, direi, artificioso, né opprimente, ma organico : che cerca cioè di valorizzare, per quanto è possibile, ciascuno, e ciascuno secondo il proprio spirito.