II.
Una voce
soave ed argentina dì fanciulla salutò la sua venuta, ed un fior di bellezza
incarnato in una ragazza di sedici anni gli corse incontro festosamente.
La piccola
fronte del segretario comunale si rispianò, tutta si rasserenò la sua
fisionomia, un lieto raggio di solo brillò di colpo nei suoi occhietti
irrequieti.
- Buon
giorno, Enrichetta: diss'egli colla sua voce sottile, ma ora impressa di molto
affetto, e che quasi tremava dall'emozione: buon giorno, gioietta mia.
Enrichetta
gli si gettò al collo con grazioso vezzo da bambina, e gli sorrise colla
dolcezza di donna affettuosa.
- Addio,
babbo. Abbiamo da avviarci incontro allo zio? Io son bella e pronta.
Bella lo era
daddovero, e pronta altresì. I suoi abbondanti finissimi capelli biondi,
raccolti in voluminose treccie tirate su alla nuca, le facevano alla fronte
purissima un'aureola d'oro sotto la tesa della semplice cappellina di paglia,
su cui svolazzava un nastro color di cielo e color de' suoi occhi miti,
lucenti, espressivi, profondi. Le sue labbra piccole, e vezzose avevano il
colore e la freschezza delle ciliegie appena mature. Non vi è cigno che abbia
movenze di collo così graziose com'erano quelle del piccolo, ben tornito,
candidissimo collo d'Enrichetta. L'aria del volto era la più benigna, la più
seducente che si possa immaginare. Le grazie di tutta la persona erano tali quali
può desiderare per un modello di statua della primavera un intelligente
scultore.
Ed essa era
in verità tutta una primavera. La si destava allor'allora alla conscia vita del
sentimento e dell'affetto. Collo sviluppo di quelle forme belle meravigliosamente,
intravveniva in pari misura lo sbocciar dell'anima alle misteriose aspirazioni
che guidano la donna al suo destino d'amore. Sulle sue labbra, certe volte il
sorriso spuntava direi quasi pensoso, nei suoi sguardi correvano talora certe
fiamme fugaci, che erano lampi di passione in potenza. La bella statua già era
animata, senza che pure fosse venuto a comunicarle il palpito della vita un
Pigmalione. Nella sua fantasia, in cui fiorivano lieti di splendida benchè vaga
bellezza i pensieri ed i sogni, passava il caldo soffio di arcani sensi e di
misteriosi impulsi, come tra i rami fioriti della rinnovellantesi campagna
spirava allora soave, con armonioso sussurro, fremente, il tepido alito dello
zeffiro primaverile.
Era vestita
d'una semplice mussolina di color grigio-chiaro, su cui seminati qua e colà
fiorellini rossi; ed alla vita esile e pieghevole, come una fina lama
d'acciaio, portava cintura del colore dei nastri della cappellina. Nessuno
sfarzo d'eleganza avrebbe potuto reggere al paragone di quella semplicità, in
cui raggiava tanta freschezza, tanta avvenenza. Avrebbe potuto dirsi di lei ciò
che disse d'una sua eroina un poeta; che dovunque si recasse, anche
nell'oscurità della notte, la sua bellezza spandeva intorno a sè l'aureola
d'una luce.
Sor Giacomo,
guardandola colla dolcezza d'un'infinita compiacenza - come un artista può
guardare il capolavoro che deve fare il suo nome immortale nei secoli -
rispondeva alla interrogazione della fanciulla:
- Sì,
avviamoci. Lo zio Gerolamo non ha scritto l'ora in cui sarebbe arrivato, ma
siccome disse che da C... avrebbe preso il baroccio di Barbetta, io credo che
sarà qui a momenti; è costante, che quel lumacone di Barbetta, per
quanto presto se ne parta, non arriva mai che tra il mezzogiorno e il tocco.
Andiamo pure, se siamo tutti pronti.
A queste
parole uno strano movimento si fece in un angolo della camera, dietro certi
panni che parevano là sormontati a rifascio. Chi avesse guardato attentamente
verso quella parte, avrebbe potuto vedere anche prima comparire fra quelle
stoffe una testa scarmigliata di donna, con una faccia macilenta, pallida e
butterata, con occhi grigi, senza luce, in occhiaie affondate e illividite, con
bocca larga e labbra senza colore, che aprendosi lasciavano scoperte le gengive
sporgenti e la dentatura mal ordinata, disuguale, deforme, e insieme con quella
testa una mano magra, magra e lunga, che andava e veniva sollecita, tirando
l'ago col filo nell'opera del cucire.
All'ingresso
del sor Giacomo, quella mano s'era arrestata un istante, e quel viso s'era
voltato verso chi entrava con isguardo pieno di affezione e di rispetto; le
labbra si erano mosse come per pronunciare un saluto, cui mancò poscia il
coraggio a dar voce; e siccome nessuna attenzione era accordata a quell'essere
colà rincantucciato, il capo s'era chino di nuovo verso i panni da cucire, e la
mano era tornata alacre al lavoro.
Ma quando il
segretario comunale ebbe domandato se tutti eran pronti, quell'infelice
creatura, a cui appartenevano la testa e la mano che ho detto, si tolse
dinnanzi quella montagna di stoffe, e s'avanzò nella stanza, zoppicando,
imperocchè ella fosse sciancata e storta di corpo.
- Anch'io
sono pronta: diss'ella con voce debole ed umile, che pareva domandar perdono di
parlare.
Nel volto del
signor Giacomo successe - ma in maggiori proporzioni - quel cambiamento che già
vi dissi averci avuto luogo, quando il parroco sulla piazza gli aveva parlato
poc'anzi delle sue due figliuole, e nominatele.
Ogni tenerezza,
ogni mostra di lieta compiacenza sparì ad un tratto, e la sua fronte, come il
suo sguardo, furano invasi di subito da una nube di malumore.
- Tu!
diss'egli col tono più burbero, di cui fosse capace la sua voce sottile. Che?
ti credi averci da venire anche tu? E chi starà a casa a curare il pranzo e far
quel che occorre? Io forse, eh!
Giovanna
tinse d'un lievissimo rossore la pelle guasta dal vaiolo delle sue guancie
pallidissime, curvò il capo in mezzo alle spalle, di cui una cresceva fuor di
squadro, e, tutta confusa e raumiliata, balbettò con una rassegnazione senza
rancore, e quasi direi piena di convincimento:
- È vero....
Mi scusi.... Avevo creduto.... Mi pareva che stamattina ella avesse detto di
prontarci tutti.
- Hai capito
male: dissa il padre seccamente, e le volse le spalle per salutare la moglie,
la signora Genoveffa, che entrava con fracasso, in un'assettatura di gran lusso
piena di pretese.
La moglie dal
sor Giacomo aveva determinato, senza fallo, di levar gli occhi allo zio che
arrivava, secondo la segreta speranza de' coniugi Varada, con qualche buon
milionetto in serbo. La grossa di lei persona - perchè, quanto il marito era
mingherlino, altrettanto la moglie era atticciata e complessa - splendeva come
la statua di legno della Madonna in dì di festa, vestita ch'ella era d'un raso
di color verde di pomo, serrata al fianco da una cintura di color rosa, con
sopra l'enorme seno due giri di grossa catena, che altri, con un poco di buona
volontà, avrebbe potuto credere d'oro schietto, coperto il capo di un mostruoso
capellino con ala gigante, e fiori e piume in proporzione.
Il sor
Giacomo guardò ammirato lo sbarbaglio dell'acconciatura di sua moglie e la
grossa faccia rossa che si mostrava sotto quell'ala di cappellino, come la luna
piena nel sorgere in sera vaporosa all'estremo orizzonte della pianura.
- Cospetto!
esclamò egli. Ti sei messa in fronzoli.
- Ho fatto
male? disse la donna, pavoneggiandosi con una sua sciarpa di garza a liste
rosse e bleu.
- Hai fatto
benissimo. Or dunque siam tutti in ordine, andiamo.
Enrichetta,
leggera como un passerino che saltella sui rami d'un albero, in due salti fu
nella strada; il padre le tenne dietro col suo passo corto ed affretato; la
signora Genoveffa si mosse più lentamente,
coll'andatura solenne del suo corpo pesante.
Ma quando fu
di fuori ancor essa, la signora Genoveffa si fermò ad un tratto, e mandò
un'esclamazione di disappunto.
- Che cosa
c'è? domandò il sor Giacomo, tornando indietro inquieto a interrogar la moglie.
- Ho
dimenticato il mocicchino.
- Vado io a
prendertelo, mamma: disse Enrichetta, la quale prese l'aire per correr entro
casa.
Ma la mano
potente della madre l'arrestò in sull'atto.
- Che? Vuoi
correre a farti venire lo strafiato, poverina. Non c'è ella Giovanna?
E colla sua
voce robusta, come erano robuste le sue membra, la signora Genoveffa chiamò la
prima delle sue figliuole.
Questa non
tardò a comparire affrettata, affannosa, quasi sgomenta.
- Va nella
mia camera, la disse imperiosamente la madre, togli su il mio mocicchino
ricamato col pizzo, che dev'essere sul mio letto, e portamelo; ma lesta, veh!
Giovanna si
ritrasse ratta, e colla sua povera gamba sciancata corse faticosamente su per
la scala che conduceva al piano superiore. Due minuti dopo, ritornava portando
la pezzuola, il petto forte ansimante così da non poter più pronunziare
nemmanco una parola.
Padre e madre
e sorella si allontanarono senza altrimenti badare a lei; e Giovanna, fosse la
stanchezza della rapida corsa nel suo debol corpo, fosse ancora un'altra
emozione altresì, Giovanna si appoggiò allo stipite della porta, come persona
che non può più reggersi e stette guardando con occhio pieno di lagrime i suoi
nel dipartirsi.
Ma se in quel
volto c'era dolore, c'era maggiore ancora la rassegnazione, ed una
rassegnazione senza rancore; la qual rassegnazione è prova ed effetto, non
della debolezza, ma della bontà.
|