IV.
Il marchese
di Roccavecchia, come ho detto, avvenuta la battaglia di Novara, era tornato
colla speranza di vedere una compiuta reazione. La sua speranza andò frustrata;
ma quell'anno di volontario esilio, alla sua età inoltrata, gli aveva tolto
ogni ruzzo di fare ancora un'altra parodia di emigrazione. Siccome era un
onest'uomo, e in fondo pieno di devozione alla monarchia, non congiurò contro
il novello ordine di cose, ma si contentò di fargli il broncio, e di saettarlo
coi suoi epigrammi, di cui arguti i più, molti anche giustissimi. Passava quasi
tutto il tempo dell'anno al suo castello, e il sor Giacomo accorreva là ad
inchinarlo, ad offrirgli l'omaggio della sua piacenteria, a dargli ragione, a
ridere ed applaudire ai politici di lui frizzi. Ahimè! Inchini, fiato e sorrisi
sprecati! Il marchese non era più nulla, e non voleva esser nulla più. Codesto,
anzi, indignava il bravo sor Giacomo nel suo segreto; che, cioè, il marchese
non avendo che da movere un passo, che da dire una parola per tornare a
impadronirsi di quell'influenza e di quel potere di cui godeva dapprima, non
volesse nè far quello, nè pronunziar questa, rinserrandosi in una solitudine
impotente per sè e pel suoi protetti.
Un momento al
nostro segretamente ambizioso omiciattolo era venuta la tentazione di piantar
lì il vecchio marchese, potere esautorato, e recarsi ad ossequiare qualcheduna
della nuove potenze che guidavano la baracca con articoli di giornale e
chiaccherate di Parlamento. Bisogna perdonar molto alla debolezza della natura
umana. Ma tuttavia ebbe il merito di fermarsi su questa strada d'una
ingratitudine che somigliava quasi un'apostasia: primo, perchè la sua indole
era troppo timida per avere anche il coraggio d'un simil tratto; secondo,
perchè non sapeva dove, nè a chi rivolgersi, nè come governarsi; terzo, perchè,
vivendo abitualmente nell'atmosfera, per così dire, del marchese, non poteva a
meno di veder le cose un pò come le vedeva il suo nobile protettore, e quindi
si lusingava che da un momento all'altro la borghesia sarebbe andata colle
gambe per aria, e tornata in seggio la nobiltà a governare coll'aiuto del
clero; quarto, finalmente, perchè un'altra speranza natagli in cuore, una folle
speranza, se volete, ma pure tenacemente appiccatasi all'animuccia di
quell'omaccino, lo teneva legato come per una catena a girar satellite
nell'orbita del suo astro, il signor marchese.
Questa
speranza era la seguente:
La signora
Genoveffa si trovava di nuovo in istato interessante, e il marchese, il
quale aveva nelle sue grazie più che mai la famiglia Varada, unico uditorio che
si prestasse allo sfogo delle sue bizze politiche, se ne interessava
moltissimo. Aveva egli promesso solennemente che questa volta, fosse un
maschio, fosse una femmina, qualunque cosa succedesse, a meno ch'egli non fosse
morto, avrebbe fatto da padrino al neonato, a cui la sua protezione, il suo
affetto non avrebbero mancato mai più.
Il marchese
era l'ultimo della sua stirpe, e non aveva di congiunti che alcuni lontani, i
quali non portavano il suo nome e che non vedeva pur mai.
A chi
avrebb'egli lasciato le sue vistose ricchezze? Il sor Giacomo, che aveva per
unico patrimonio la misera casa lasciatagli dal padre, le 12 mila lire della
dote della moglie e la sua carica di segretario comunale, il sor Giacomo
tremava tutto, facendosi tra sè questa interrogazione, e rispondendosi pian
piano nell'interno recesso della sua coscienza, che un figlioccio a chi non
avesse famiglia era quasi come un figliuolo, e che l'erede del marchese poteva
ben darsi che fosse poi quel bambino ch'egli avrebbe tenuto a battesimo.
La nuova
prole della coppia Varada si preparava dunque a venire al mondo sotto i
migliori auspici. Aggiungasi che questa volta, come se agguerrita dalla prima
prova, Genoveffa aveva tanto di salute da vendere, ed essendo ella forse giunta
al punto che il sentimento della maternità le si era fatto maturo nell'animo e
sviluppato, non pensava che con una viva tenerezza alla creaturina che
picchiava alle porte della vita. Sor Giacomo, pensando che la moglie portava il
figlioccio del marchese, era per lei pieno di cure, di attenzioni, di
affetto, imitando in ciò il nobile futuro padrino, che di regalucci, di mille
galanterie, di squisiti tratti di quella gentilezza che era tradizionale in
quell'aristocratica famiglia, veniva favorendo la sua futura comare.
Precisamente
al contrario di quello che avvenne per la nascita della povera Giovanna, tutto
andò benissimo a quella della secondogenita. Si era nella migliore stagione
dell'anno, il marchese in villeggiatura confortava coll'invio dei consommés
dalla sua cucina i travagli della puerpera; aveva voluto egli provvedere a
tutto quanto occorreva pel nascituro, e, posto in disparte il fardelletto che
aveva servito alla povera Giovanna, la madre si deliziava con ammirazione
innanzi alle camiciuole, alle cuffiettine, ai pannolini finissimi ornati di
ricami e di pizzi, venuti da uno dei più eleganti fondachi di biancheria di
Torino, ed all'agnus-dei, che era una ricchezza, opera del primo e più
abile orafo della capitale.
Venne il gran
momento. Appetto a quanto aveva costato di dolori alla madre la nascita della
primogenita, furono un nonnulla i tormenti del secondo parto. Il medico
proclamò che mai non aveva visto donna in tal circostanza cosi bene in salute e
con tanta facilità giunta in porto. La signora Genoveffa, quella tenerezza che
già le albergava in cuore per quel secondo frutto delle sue viscere, la sentì
accresciuta d'una specie di riconoscenza per avere la brava creaturina avuto il
talento d'essere venuta al mondo così di piano.
Ben fece una
smorfia il padre, quando gli si disse che anche quella era una femmina; ma il
marchese si trovava li a quel punto, tutto animato, tutto affaccendato, e vista
la smorfia del sor Giacomo, lo rimbrottò della bella maniera.
- Oh che cosa
volete ora significare con quel niffolo? Che, vi sarebbe più caro un maschio
eh? Avete di queste melanconie voi? Se aveste un nome glorioso da tramandare;
una famiglia illustre da continuare; se foste un Roccavecchia, passi! Ma se
anche i Varada s'estinguessero - cosa che non è probabile, vostro cugino il
liberale vostro cugino avendo già un maschio - se anche si estinguessero i
Varada, vi dico che non crollerebbe il mondo. Non piango io che muoio celibe,
ultimo della mia stirpe!... E poi meglio una figliuola, che non un ragazzo, il
quale, quando cresciuto, potrebbe diventare un liberale come il famoso vostro
cugino Antonio....
Le ragioni
del marchese erano troppo buone - e poi erano del marchese - perchè il sor
Giacomo potesse resistere. Oltre ciò, quella bimba pur mo' nata era fin
d'allora un vero amorino da chiamare i baci anche ad un misantropo che abbia
mal di denti. La madre era in un entusiasmo da non dirsi, il padrino giurava par
ses grands Dieux che non aveva visto un puttino così bello, nemmanco fra
quelli che scolpivano al loro tempo i fratelli Collino per le tombe reali di
Superga.
Così
carezzata, festeggiata, ammirata, veniva al mondo la sorella di Giovanna, a
cui, prendendo quello del padrino, venne posto il grazioso nome d'Enrichetta.
Questa volta si aveva a così dire il diritto della medaglia di cui la povera
Giovanna non era che il rovescio. La signora Genoveffa, in un lodevole slancio
di tenerezza materna, decise che avrebbe allattata essa medesima la figliuola;
e cò agli applausi del marchese, il quale in questo soltanto andava d'accordo
con Rousseau, che cioè ogni madre deve far da nutrice alle proprie creature.
Enrichetta fu il più sano e il meno noioso dei piccini di latte, e la madre
trovò che il nutrirla conferiva ancora alla prosperità della sua salute. Gli
era a lei adesso che toccava andar fiera recandosi al seno quella perfezione di
bimba, cui tutti si fermavano a lodare vedendola. Quando passava accosto alla
moglie di Antonio Maria, gli era con una segreta voluttà che Genoveffa le
gettava uno sguardo trionfante, in cui si conteneva questa fiera apostrofe: -
Vedi se io non sono stata capace di far qualche cosa ancora di meglio del tuo
Pierino!
Giovanna, che
era tornata da poco da balia, ci guadagnò di essere ancora più dimenticata
nella sua bruttezza e nel suo granaio.
Enrichetta
cresceva tutto vezzi e beltà. Era un miracolo.
Pei genitori
non c'era nulla di bello abbastanza quando si trattava delle vesti, dei
giocattoli, delle suppellettili d'Enrichetta; ogni suo desiderio era un comando
tosto obbedito; ogni sua parola era un lampo d'ingegno. Il marchese la voleva
spesso a castello, e veniva egli medesimo all'umil casa dei Varada a prenderla
per mano e condursela seco, forte piacendosi dell'ingenuo e grazioso di lei
chiaccherio. I regali del generoso padrino piovevano a bizzeffe; non c'era
figliuola di milionario che venisse su in mezzo a tante amorevolezze e
superfluità. Insomma si faceva di tutto per cavarne fuori la più insopportabile
piccola orgogliosa e prepotente. Ma in lei, per fortuna, l'avvenenza delle
forme non si scompagnava dalla bontà dell'animo. Forse la diventava bensì un
po' leggiera e petulantella, un po' capricciosa, un po' inclinata a dare la
prima importanza ai suoi desiderii ed alla sua bella ammirata persona; ma per
eccellenza d'indole resisteva, senza averne coscienza, ai cattivi influssi
della malconsigliata educazione, non diventava nè civetta, nè superba, nè
disdegnosa d'altrui, e circondata da tanta adulazione di entusiastici
ammiratori, bisognava proprio esserle riconoscente ed ammirarla assai se la non
si era lasciato guastare il cuore, il carattere e la modestia.
Fu essa per
la prima che, quando grandicella, ruppe il cerchio fatale in cui era stata
rinchiusa la povera Giovanna e segregata dal mondo. Il padre e la madre, dalla
diletta secondogenita tollerarono anche questo: che la misera sciancatella, la
brutta e deforme, la vergogna degli occhi loro, fosse ammessa nel tinello a
pranzare colla famiglia, nel salotto alcune volte a lavorare accosto alla madre
ed alla sorella. A Giovanna ciò pareva un troppo onore per la sua indegnità.
Ammiratrice della bellezza, della grazia e dei meriti di Enrichetta quant'altri
mai, la sventurata pose alla sorellina un affetto ed una devozione, che
rassomigliavano a quelli d'un cane di
Terranuova pel suo padrone. Si fece la serva di Enrichetta; non era
un'esagerazione il dire di lei che per la sorella si sarebbe gettata nel fuoco.
Due sole
persone la povera Giovanna aveva trovato sinora pietose al suo infortunio:
tutti gli altri non avevano per lei che amare parole, e beffe, e disprezzo,
cominciando dai genitori, i quali le parlavano solamente colle ciglia
aggrottate e coll'accento della rampogna. Queste due persone pietose a
Giovanna, erano Enrichetta la prima, che ne accarezzava l'anima con dolci, affettuose
parole; e il cugino Piero, il quale, quando ancora fanciulli, aveva difeso più
volte la povera contraffatta dai crudeli dileggi e dagli insulti degli altri
ragazzi del villaggio. Epperò la riconoscenza che questa infelice nutriva in
cuore per quei due esseri, secondo lei, generosissimi, era immensa, profonda e
tale da spingerla a qualunque sacrificio di sè in beneficio di essi.
Ma Pierino,
dopo quei primi anni dell'infanzia, appena era s'ella lo aveva visto più. Il
padre di lui, Antonio Maria, avendo saputo far prosperare i suoi commerci, era
diventato ricco; e perchè il figliuolo si rendesse veramente in grado di
continuare poi a sua volta, anzi di accrescere le fortune paterne, egli lo
aveva mandato ad educare in un rinomatissimo collegio svizzero, e di là, quando
finiti gli studi, lo aveva fatto andare a Parigi a perfezionarsi ne le apprese
cognizioni, a imparare insieme con tutto ii resto la conoscenza degli uomini e
delle cose che costituiscono il mondo; quindi, perchè vedesse sempre meglio diversi
usi e costumi, gli aveva consentito un lungo viaggio e dimora per le principali
città dell'Inghilterra, della Germania e di America. Pierino adunque, salvo una
breve gita, quando uscito dal collegio, non era tornato più al paese, e la
catastrofe, che doveva togliere a suo padre le sostanze e pel dolore la vita,
sopraggiunse ch'egli era tuttavia in viaggio.
Questa
tremenda catastrofe non dico che facesse piacere al sor Giacomo Varada, no,
perchè egli non era tristo da tanto; ma però non lo affisse di molto. La
prosperità delle fortune di suo cugino era una delle segrete sue trafitture, la
quale gli rendeva più cocente ancora il fallimento di tutte le sue speranze
ambiziose. Antonio Maria non s'era raccomandato a nessuno, non aveva la
protezione di nessuno, ed era giunto ad essere - se non capo-divisione, nè
manco capo-sezione - milionario, il che valeva bene la dignità e l'autorità di
qualunque siasi più eminente carica; mentr'egli, il povero Giacomo, era sempre
segretario comunale, senza un soldo di capitale. Ciò non pareva giusto al
brav'uomo; e quando il cugino aveva fatto rifabbricare la sua casa vicina a
quella di Giacomo, per abbellirla e renderla agiata di ogni ornamento e d'ogni
vantaggio che sappia fornire l'intelligente lusso moderno, il nostro segretario
comunale, guardando tutte quelle splendidezze, e poi rientrando nella più che
modesta sua casetta, che era tale o quale glie l'aveva lasciata suo padre,
sentiva dentro sè un certo qual rodimento, che forse a chiamarlo invidia non
sarebbe stato un calunniarlo.
Ed ecco, un
po' prima che incominci il nostro racconto, avvenire un fatto che diede
pretesto di nuove speranza alla fantasia irrequieta di quell'omaccino.
Alla moglie
del sor Giacomo capitò la lettera dello zio, il quale improvvisamente le annunciava
il suo ritorno pel tal dì, con intenzione di piantarsi definitivamente al
villaggio e finire i suoi giorni in mezzo alla famiglia.
Uno zio, che
arriva inaspettato da lontano, chi è che non si farebbe tosto l'illusione
ch'egli sia uno zio coi milioni, come se ne trovano nelle comedie? Giacomo
Varada allargò i due battenti del suo cuore a siffatta lusinga. Però, come
abbiamo udito da lui medesimo, lo zio nella sua lettera non faceva punto parola
il meno del mondo della condizione finanziaria in cui ritornava, e il nostro
bravo ometto era ansiosissimo di trovarsi finalmente a fronte di
quest'incognita d'uno zio, per saperne una buona volta il valore.
Il momento
era giunto, ed abbiamo visto, sul finire del secondo capitolo, come il sor
Giacomo, sua moglie e la bella Enrichetta, muovessero di conserva in pompa
magna all'incontro del personaggio aspettato.
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