V.
Abbiamo
lasciato la povera Giovanna col petto affannoso, appoggiata allo stipite della
porta, cogli occhi pieni di lagrime e la faccia improntata di dolore e di
rassegnazione.
Questa era la
prima o la più spiccata delle virtù di quella infelice, che tutte pure aveva le
virtù concesse all'umana natura. In quelle condizioni in cui si trovava la
misera, con quel modo ond'ella era stata allevata e trattata e la si trattava
tuttavia, non c'era strada di mezzo: o diventare una trista creatura, maligna e
perniciosa, od innalzarsi alla sublimità d'un angelo di virtù. Iddio aveva
concesso alla infelice Giovanna di essere quest'ultimo.
Sulle sue
labbra mai un lamento; nella sua sommissione mai pure un cenno di rivolta; alla
sua ubbidienza mai un momento solo d'oscitanza; la sua rassegnazione non si
smentiva mai neppure con un'ombra di impazienza.
Il suo aspetto
ordinario era privo d'espressione; nell'occhio grigio non correvano lampi che
lo illuminassero; tutto era rimesso in quelle sembianze, sopra cui la bruttezza
regnava sovrana senza eccezioni; ma pure talvolta, chi attentamente e senza
ripugnanza esaminasse la malgraziata creatura, si sarebbe potuto scorgere una
non so quale aura, non oserei dire di grazia nè di piacevolezza, ma di
sentimento, che le aliava intorno al viso, che anzi pareva emanarne; e
quell'occhio grigio cessava di parer di cristallo per diventare l'occhio
espressivo di una creatura piena d'affetto.
Gli era come
se entro un vaso non del tutto opaco si mettesse una lampada accesa, e che la
luce di questa debolmente trasparisse traverso le pareti. Così del pari la
bellezza dell'anima, condannata miseramente a star rinchiusa entro
quell'infelice carcere di rozza materia, in tali occasioni riusciva a
manifestarsi con un mite, appena visibile raggiare. E ciò allora accadeva
quando quella buona creatura aveva avuto modo di recare alcun bene intorno a
sè, di far perdonare la sua esistenza con qualche vantaggio procurato ad alcuna
delle persone che la circondavano.
Mentre
adunque i suoi genitori e sua sorella se ne muovevano in fronzoli all'incontro
di quell'enimma d'uno zio che doveva arrivare, Giovanna, secondo il cenno
paterno, recavasi in cucina a far da seconda alla cuoca, che si adoperava
intorno ai fornelli, rossa in viso come un papavero de' campi.
- Posso
aiutarvi in qualche cosa, Gertrude? Chiese Giovanna colla sua voce timida e
lenta.
E la cuoca in
tono brusco ed imperioso, imitando ancor essa i modi dei padroni riguardo a
quella infelice:
- A che la
sarà mai capace lei? A farmi impaccio
tra' piedi.
Giovanna si
ritirava, zoppicando tutta mortificata; ma quand'era già presso la porta,
Gertrude le diede una voce di richiamo.
- Aspetti,
disse col medesimo accento alla poverina che s'era fermata di subito. Prenda il
manticetto, e mi soffii costà sotto il calderotto, perchè il brodo tenga il
bollore ed io possa gettar giù il riso, appena senta le voci di loro che
tornino.
Giovanna,
sollecita quanto più poteva, corse a pigliare il soffietto, e venuta ad
accoccolarsi sullo scalino del focolare, ci diede dentro a soffiare con zelo.
Erano così,
Giovanna soffiando, la fante rimestando in non so che cazzeruola, quando ecco
alla porticina da via, che la zoppa aveva prudentemente chiuso rientrando, il
picchio sonoro d'una mano forte e risoluta.
- Oh! chi ha
da essere adesso questo noioso? Esclamò la Gertrude non cessando di rimestare
nel suo intingolo. Giovanna smise un momento dal soffiare, e fissò il suo
sguardo interrogativo sulla serva, come per attenderne il cenno, simile al cane
che alla voce del padrone si volta, pronto ad obbedire.
Ma la cuoca
pareva non avere ancora preso alcuna decisione in quel frangente, e si limitava
a brontolare fra sè parole che Giovanna non capiva.
La persona
che stava fuor dell'uscio non doveva esser dotata di molta pazienza, perchè,
dopo appena un'attesa di pochi secondi, ritornava a picchiare, e con più forza
della prima volta.
- E che
prepotente! Esclamò la fante, levando in atto indignato il mestolino che aveva
tra mano. Scommetto che gli è quello sciocco di Fusella, che ha da fare qualche
commissione al sor Giacomo, e picchia col martello della nostra porta, come fa
con quello delle campane quando suona a baldoria; che sì che glie ne dico
quattro!...
Se la brava
Gertrude aveva poca pazienza, quel di fuori mostrò di averne anche meno; ed
eccolo, tratto solo un respiro, ripicchiare una terza volta con maggior vigore.
- Madonna
santissima! Gli è uno sfacciato codestui: gridò la fiera cuoca incollerita,
brandendo minacciosamente la sua mestola.
Poi si volse
di scatto a Giovanna, che stava sempre in quella medesima positura
d'aspettazione.
- E lei che
cosa mi fa li incantata come un ceppo? Oh che vuole io pianti qui la crema
perchè si aggrumi? La vada ad aprire in buon'ora di Dio, e se gli è qualche
seccatore, lo mandi ai cento mila diavoli.
Giovanna si
scosse come se tocca dalla corrente d'una pila galvanica, sorse come spinta da
una molla, e senza darsi neppure il tempo di posare il manticetto, con questo
in mano corse zoppicando ad aprire.
La si trovò
in faccia un uomo di circa sessanta anni, ma di complessione robusta, vestito
modestamente, con un grosso nodoso bastone in mano, e con un'espressione
burbera sulla faccia tutta piena di rughe, che ben s'accordava colla nodosità
della mazza su cui s'appoggiava.
Al vedere
comparire in mezzo ai battenti della porta la figura butterata e deforme della
povera zoppa, quest'uomo die' addietro un passo, manifestando uno stupore di
poco aggradevole natura.
Giovanna ebbe
ad accorgersi che l'effetto prodotto dalle sue sembianze era, su quello
sconosciuto, identico all'effetto che ognuno soleva provare al vederla: una
sensazione di ripugnanza e disgusto; ma la misera da tanto tempo era avvezza a
codesto! Erano diciotto anni che il suo aspetto non otteneva altro miglior
risultamento; già tante e tante volte aveva essa letto negli sguardi della
gente l'esclamazione che ciascuno mandava fra sè al vederla: - Dio! com'è
brutta! - Spesso dalle labbra di qualche grossolano aveva ella udito
pronunziare quelle scortesi parole, mentre passava trascinando faticosamente la
sua gamba sciancata; onde non mostrò altrimenti il suo turbamento a quell'atto
di ripulsione dello sconosciuto, se non arrossando lievemente le sue guance
infossate sotto gli sporgenti zigomi, e chinando timidamente a terra gli occhi.
- Chi cerca
ella? Domandò Giovanna colla sua voce debole ed esitante, di cui non v'era
forse la meno sonora.
Lo
sconosciuto guardò bene la casa innanzi a cui si trovava, volse gli occhi
tutt'intorno ad osservare la strada, e poi con accento burbero e sgarbato,
com'era appunto la sua fisionomia, disse:
- O ch'io ho
le traveggole, o che il paese si è arrovesciato come un guanto, o che questa è
la casa di Giacomo Varada.
- Signor sì,
la è dessa precisamente.
- Benissimo!
E voi, quella giovane?
- Io: disse
più timidamente ancora e più sommessa del solito Giovanna; io sono figliuola
del sor Giacomo.
- Ah! esclamò
lo straniero con un'espressione che significava abbastanza chiaro: «non glie ne
faccio complimento.»
- Bene,
soggiunse poi quell'uomo, vuoi dire che sono giunto proprio a posto. Fatemi
grazia, signorina, di levarvi di mezzo all'uscio, perchè io possa entrare.
La fanciulla
esitò.
- Scusi, ma
siccome mio padre non c'è...
- Non c'è? Oh
questa è bella!... Ci sarà bene sua moglie?
- Neppure.
Sono io sola della famiglia.
- E va bene!
E va benissimo! Ma questa non o una ragione per tenermi qui fuor dell'uscio,
che diavolo! Ho l'appetito che mi travaglia lo stomaco vuoto da diciotto ore.
Spero bene che la dispensa non sarà vuota di commestibili, come la casa di
padroni. Quando meno, avrete bene da darmi una scodella di brodo ed una
bottiglia di vino?
- Ma.... non
so.... non posso: balbettò la povera sciancata con una gran confusione, ma
senza levarsi di posto.
Lo conosciuto
guardò bene in faccia la giovane conturbata, e lasciò scappare una grossa
bestemmia.
- Mi prendete
forse per un mariuolo? Ho io la faccia d'uno di quella razza di briganti che si
è diffusa così bene per tutta Italia, da quanto mi veniva fatto di vedere
ne'giornali? Tu es une pécore, se non sai leggere sulla mia fronte che
sono un uomo onesto.
Giovanna si
atterrì forte allo scoppio di quella voce, cui lo sdegno faceva sonora come un tam-tam.
- Scusi!...
Non credo già.... Se sapessi con chi ho l'onore....
- Non deve
arrivare nessuno da voi oggi?
- Signor
sì.... Lo zio Gerolamo.
- Ebbene,
scioccherella, lo zio Gerolamo sono io.
La fanciulla
allargò la bocca, sovraccolta dal maggiore stupore del mondo, e lasciò cascare
il manticetto che teneva ancora tra mano.
Gerolamo non
istette a dare nessun'altra spiegazione; con un braccio tirò da parte la
nipote, cui l'attonitaggine non aveva ancora lasciato muover di lì; con un
piede diede un calcio al soffietto che gli impediva il passo, e con andatura
franca, come uomo che entra in casa sua, s'avviò difilato in cucina.
La cuoca
strabiliò a veder entrare con tanta padronanza uno sconosciuto.
- Meno male!
Esclamò questi, vedendo la vivacità del fuoco nel camino, e la mezza dozzina di
cazzeruole che schieravano i loro manichi in bell'ordine sul fornello. Ecco una
veduta che può riconfortare un affamato. Ehi, buona donna, fatemi intanto il
servizio di darmi una scodella di brodo.
Gertrude si
rivolse tutto scandolezzata ai detti di quest'intruso, che osava comandare in
quel modo; e chi sa quale vibrata risposta gli avrebbe regalata, se la povera
Giovanna non fosse comparsa in quella alle spalle dello zio, col suo soffietto
in mano, che aveva raccattato di terra, dicendo tutto affannata:
- Gli è lo
zio Gerolamo!
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