VI.
- Lo zio
Gerolamo! Esclamò stupita la cuoca, volgendosi di tutta la persona per guardar
bene chi si presentava così stranamente sotto questo titolo: è impossibile.
- È tanto
possibile che ciò è: disse bruscamente lo zio. E invece di star lì piantata a
squadrarmi, fareste meglio a darmi il brodo che vi ho domandato.
E
senz'aspettar altro, prese egli stesso una ciotola che vide sopra una
scanceria, e dato mano al ramaiuolo che pendeva dal capifuoco, si servi a suo
talento.
La fante
stava sempre a bocca larga a guardarlo:
- Ma,
signore! il padrone e la padrona e la padroncina le sono andati incontro sino
in fondo alla discesa.
- Me ne
rallegro tanto. Io era stufo di farmi sobbalzare dal baroccio di quello
scellerato di Barbetta. L'ho piantato a mezza strada, ed ho preso la
scorciatoia che mi ricordavo ancora esserci traverso i boschi... Che piacere
scorrere per quei luoghi non più riveduti da tanto tempo!
Intanto aveva
finito di bere il suo brodo. Giovanna si slanciò a prendergli di mano la
scodella.
- Così va
meglio: disse lo zio Gerolamo. Ora andiamo nella camera da pranzo, dove spero
che sarà già apparecchiata la tavola.
- Sì, zio.
- Benone!
Comincerò per grignoter qualche bocconcino di pane, aspettando a mia
volta che tornino i miei cari nipoti.
La zoppa
corse innanzi ad aprire la porta.
Lo zio
Gerolamo entrò nel tinello, abbrancò sul desco una manciata di grissini, e
gettatosi a sedere abbandonatamente sopra una seggiola, si mise a farli
scrosciare sotto ai denti.
- Tò, disse
egli, dopo tanti anni che non ho più visti di questi grissini, come
torno a rimangiarli con gusto!
Giovanna
stava dritta innanzi allo zio, pronta ad ubbidirne ogni cenno.
- Che fai tu
costi in piedi? Le domandò ad un tratto con la sua voce burbera Gerolamo.
La zoppa,
tutto mortificata, rispose dolcemente:
- Mi scusi,
stavo ad aspettare se aveva qualche cosa da comandarmi.
E ciò detto,
si mosse per partirsene.
- Dove vai?
Chiese col medesimo accento lo zio.
- Vado in
cucina.
- A far che
cosa?
- Ad aiutare
Gertrude in quel poco che posso.
- Uhm!
Esclamò Gerolamo, guardandola di sottecchi in modo che pareva dire: - che cosa
sarai tu buona a fare.
Giovanna si
credette licenziata a partirsi, ed aprì la porta.
- Fermati!
Disse lo zio.
La sciancata
ristette come un soldato a cui sia dato l'alt.
- Vieni qua,
discorriamola un poco....
Giovanna si
accostò lentamente zoppicando, tutto impacciata e timorosa.
- Non ti
rincresce mica di stare a tener compagnia a tuo zio?
- Oh no!
esclamò la miserella, osando allora sollevare sul volto severo di Gerolamo i
suoi occhi miti, rimessi, quasi paurosi. In quel momento corse nello sguardo di
lei uno di quei lampi di sentimento che ho detto, e lo zio parve avvedersene.
Fu con voce meno ruvida ch'egli riprese a parlare.
- Ho tante
cose da domandare, ho tante cose da sapere, e tu puoi dirmene una buona
porzione.
Vide che la
disgraziata malamente sorretta dalle sue gambe, stava faticosamente in piedi.
- Ebbene?
adesso che fai? L'interpellò egli bruscamente.
Giovanna
arrossì, e rispose tutta sgomenta, nella persuasione di aver fatto, senza
avvedesene, qualche cosa che avesse dispiaciuto allo zio.
- Sto ad ascoltarla.
Gerolamo ebbe
pietà di quell'emozione onde la poveretta erasi fatta tremante.
- Puoi
ascoltarmi anche stando seduta: diss'egli con più benigno accento. E mi piacerà
di più che vedermiti innanzi piantata come una gru, ora su una gamba, ora su
un'altra.
Giovanna
tornò ad arrossire lievemente e s'affrettò a sedersi sopra una seggiola lontana
cinque o sei passi da quella dello zio.
Questi vide
quel po' di rossore, s'accorse che le sue parole, alludendo al difetto fisico
di quell'infelice, non avevano potuto riuscirle gradite come un complimento, e,
buono qual egli era in realtà sotto la sua ruvida scorza, ebbe assai vivo il
rincrescimento d'averle pronunziate e il dispetto contro sè medesimo. Pensò un
momento se aveva da tentare di aggiustarla, ma poi saggiamente avvisò che
sarebbe stato peggio. Tirò fuori di tasca un astuccio di sigari, ne scelse uno
fra quelli ond'era pieno, e, messolo in bocca, si diede a cercare in tutte le
sue tasche lo scatolino dei fiammiferi, che non trovò più da nessuna parte.
Giovanna, che
stava seduta impacciatamente giocherellando colle sue lunghe e magre dita fra i
legacci del suo povero e modesto grembiale, e faceva sgusciare di quando in
quando il suo umile sguardo verso lo zio; Giovanna sorse di scatto, si
precipitò in cucina, e tornò, il più sollecito che potè, con un canapulo
acceso.
- Grazie,
disse Gerolamo, accendendo lo sigaro; poi lasciò cadere il canapulo in terra, e
lo spense col tallone del suo stivale.
Ma la ragazza
fu lesta a raccogliere dal suolo il resto del canapulo, lo portò in cucina, e
tornò sollecita con una granatina a spazzar via quel po' di cenere e
d'incarbonito che c'era rimasto sul pavimento.
Lo zio la
guardò a fare, ma non disse nulla. Quand'ebbe finito, essa venne a seder di
nuovo sulla seggiola che occupava dapprima.
- Or bene,
cominciò Gerolamo, tu sei la figlia di quel brav'uomo che ha sposato mia nipote
Genoveffa.
- Sì, signor
zio.
- Ci hai dei
fratelli?
- No, signor
zio.
- Delle
sorelle?
- Sì, signor
zio, rispose animata questa volta la buona creatura. Ho una sorella,
Enrichetta.
- Oh oh! Lo
dici con tanto entusiasmo. Le vuoi bene a tua sorella?
- Tanto
tanto! E le vorrà un gran bene anche lei, signor zio, perchè è impossibile
vederla e non volerle bene. E cosi buona, è cosi bella!...
- Ah! la è
bella Enrichetta? Interruppe lo zio, guardando la bruttezza di Giovanna. Ma non
aveva egli ancora finito di pronunciare queste parole, che si pentiva di nuovo
di averle lasciate scappare, come quelle che, ricordandole la infelicità delle
sue forme, potevano far pena alla poveretta che stava con lui discorrendo.
Giovanna
invece esclamava tutto lieta, con vivezza d'accento in cui ciascuno avrebbe
sentito la sincerità:
- Se la è
bella!... È un occhio di sole. Quando la vedrà, resterà ammirato anche lei. E
questo gli è nulla.... La sua bontà è ancora superiore alla bellezza.
- Ah! ah!
Fece lo zio, guardando fissamente la povera sciancata; e intanto diceva fra sè:
Tò, una brutta che non è invidiosa. C'è del buono in quel laideron.
Diede due o
tre tirate allo zigaro, e si circonvolse in una nuvola di fumo.
Successe un
istante di silenzio.
- Voi dunque
siete due sorelle, e non ci è altri ragazzi in famiglia?
- No, signor
zio.
Gerolamo
guardò sul desco e non vide che quattro coperti.
- Chi è che
ha preparata la tavola?
- Io.
- Perchè non
hai messo un coperto anche per me?
- Come!
Esclamò stupita la ragazza. Il suo eccolo qui in capo alla tavola.
- Uno ci
manca. Non ve ne ha che quattro. Siete in quattro voi altri della famiglia;
aggiungendomivi, io fo il quinto.
- No, signor
zio. Di noi non si è che in tre a tavola. Il babbo, la mamma ed Enrichetta.
- E tu?
- Io non
mangio a tavola.
- No?... E
perchè?
- Perchè ho
da servire.
- Ah! tu
servi? E dove mangi tu?
- In cucina
con Gertrude.
- E codesto
non ti rincresce?
Giovanna alzò
i suoi occhi di vetro in faccia allo zio, più stupita di prima.
- No,
rispos'ella con sublime semplità. E perchè avrebbe da rincrescermi?
Lo zio tornò
a guardarla un poco, poi tornò ad avvolgersi in una nube di fumo, restando un
momento in silenzio.
Quando fu
dileguata quella nebbia, Gerolamo disse alla giovane, con accento che era
ancora brusco e vibrato, ma che pure aveva un certo non so che di più caldo e
più espansivo:
- Tu stai
lontana da me quasi che ti facessi paura.... Di' ti fo io paura?
La nipote lo
guardò fugacemente e non seppe, o non
ebbe la forza, a rispondere.
- Parla!
Soggiunse lo zio con voce che pareva incollerita. Ti fo io paura sì o no?
Essa esitò,
arrossi, e poi tremando sussurrò, con si poco fiato che appena si è potuto
udire, il monosillabo:
- No.
- Uhm! Adesso
non sei sincera, e vedo che a mentire non ci vali.
Temprò
alquanto il ruvido tono della sua parola.
- Come ti
chiami?
- Giovanna.
- Bene. Vieni
qui Giovanna, più accosto a me. La zoppa avvicinò un poco la seggiola.
- Ancora....
Animo.... Suvvia!... Là, così.... Non ti mangio mica. Sono un po' ruvido eh?
Giovanna
stette a capo chino e non rispose.
- Sicuro! È
mio carattere questo. Bisogna pigliarmi come sono. Ho sempre vissuto senza
famiglia sinora, in mezzo ad una banda di trista gente.... Il mondo non è pieno
che di birbanti, sai! e l'uomo franco ed onesto che ci si trova in mezzo, non
ne piglia argomento a stimare, a voler bene ed a trattare coi guanti i suoi
simili. Breve! Sono burbero e villano, lo so, ma non sono cattivo. Chi sa che
vivendo circondato dai buoni, amato sinceramente e non per interesse da
qualcheduno, chi sa che non ridiventi buono ancor io!
La zoppa
ascoltava tutto ciò sempre a capo chino, e non pronunciava una sillaba.
Lo zio
Gerolamo tornò ad esaminarla ben bene, ora che la gli era più dappresso.
- Per Dio!
com'è brutta! Disse fra sè. Passare il suo tempo con quel mostricciuolo innanzi
agli occhi, non dev'essere cosa da star molto allegri.
- Tu ami
molto i tuoi parenti? Domandò poscia lo zio, dopo un istante di pausa.
- Oh sì!
disse la giovane con tutta semplicità, ma con accento di sincero e profondo
sentire.
- E me, mi
amerai tu pure?
Giovanna lo
sogguardò timidamente a suo modo, e poi rispose fiocamente:
- Sì.
In quella
ecco aprirsi e richiudersi con fracasso l'uscio da via, ecco un allegro suonare
di voce argentina, a cui tien bordone una più robusta, ecco tremare il
pavimento sotto la pressione d'un passo
pesante ed affrettato, ecco precipitarsi nella camera, leggera,
saltellante, ridente, la bella Enrichetta, e dietro lei il fruscio e lo
sbarbaglio della veste della signora Genoveffa, e per ultimo la personcina
riguardosa di sor Giacomo.
Enrichetta e
sua madre parlavano in una con grande vivacità; avrebbe fors'anche parlato il
signor Varada, se avesse potuto lusingarsi un momento di far udire il suo filo
di voce in mezzo a quel mulinio di parole.
Enrichetta
diceva:
- Gli è
proprio qui lo zio! Questa è bella davvero! Mentre noi stavamo ad aspettarlo
laggiù, ed egli era già a casa. L'avremmo abbracciato molto più presto se non
ci fossimo mossi.
E mostrava lo
splendore de' suoi denti in un riso, pieno di franchezza.
- Dove siete
passato, caro signor zio? Diceva la Genoveffa. E che strana idea è stata la
vostra? Figuratevi la nostra sorpresa, quando da lontano abbiamo visto il
baroccio di Barbetta vuoto! Abbiamo creduto che voi non foste arrivato. Ma pur
siete qui finalmente! Dopo tanto tempo che non vi ho più visto!... A dire il
vero avete cambiato di molto, non vi avrei più riconosciuto....
- Nemmen io
te: interruppe bruscamente lo zio, cui tante ciance parevano infastidire. E se
tu credi che gli anni passino senza lasciar traccia, sei una testa busa.
Si volse
verso Enrichetta, la cui beltà lo aveva di subito meravigliato.
- Orsù, le disse:
perchè non mi son fatto trovare laggiù dove mi siete venute incontro, è essa
una ragione per non darmi un abbraccio? Tu non mi hai mai visto, ma sono tuo
zio, che diavolo!
Enrichetta si
slanciò con avvenente leggerezza al collo di lui, e gli diede due bei baci
sonori.
- Che la sia
il benvenuto, caro zio!
La faccia
burbera e rugosa di Gerolamo si rischiarò tutta al contatto di quelle fresche
labbra giovanili; gettò via il suo sigaro, e tenendo abbracciata la ragazza, la
baciò ancora egli replicatamente.
Ma dopo
Enrichetta, ecco precipitarglisi nelle braccia, a farlo barcollar sotto il
peso, la massa imponente della signora Genoveffa.
- Sì, caro
zio: esclamò ella con quella sua maschia voce: siate il benvenuto.
- Grazie,
grazie: s'affrettò a dire Gerolamo, allontanando dal suo naso l'enorme tesa
dell'imponente cappellino di Genoveffa.
Allora fu la
volta del sor Giacomo, che non aveva tuttavia potuto farsi notare nè con una
parola, nè con un atto.
S'avanzò egli
chetamente, e tendendo la sua destra verso lo zio, gli disse con quel modo
ordinato ed espositivo:
- Permettete
che ancor io abbia il piacere di darvi la buona venuta, e di manifestarvi tutta
la soddisfazione che provo nel vedervi finalmente tra noi e per non
abbandonarci più, siccome ci avete fatto l'onore di scriverci nella
pregiatissima vostra del 28 aprile ultimo scorso. È costante che la
vostra venuta soddisfa uno dei più vivi desiderii della mia famiglia.
Il tono con
cui fu pronunziato questo discorsetto era quello con cui si leggono nelle assemblee
i processi verbali della seduta precedente. La cagione di tanta freddezza non
era solo nel carattere del prudente segretario comunale, ma nel risultamento
delle osservazioni che aveva fatto esaminando con occhio scrutatore lo zio,
mentre la moglie e la figliuola lo abbracciavano e gli parlavano.
Nello zio
Gerolamo era tutt'altro che l'apparenza d'un uomo ricco. Vestito con una
semplicità che si avvicinava piuttosto alla povertà, egli non aveva poi
nell'aria, nel contegno, nella maniera, nel linguaggio nulla affatto che
potesse far supporre in lui un favorito dalla fortuna. Se il bravo sor Giacomo,
conoscitore del mondo e degli uomini, lo avesse incontrato per istrada, non
sapendo chi fosse, ed avesse dovuto portar giudizio dei fatti di lui, avrebbe detto,
senza esitare, che quello era tutt'al più un capofabbrica od un sorvegliante
d'operai, se non pure un semplice operaio esso medesimo. C'era dunque più che
altro da temere che questo benedetto zio, invece che un vantaggio, non fosse
che un carico, e sor Giacomo, niente lusingato della fiducia manifestatagli,
non era punto punto disposto a sopportare nessun aggravio.
Lo zio
Gerolamo sogguardò un poco quell'omaccino tutto riguardoso, e gli rispose
bruscamente a suo modo:
- Grazie!...
Andiamo a tavola.... Ho fame.
E senz'altri
complimenti, fu a sedersi innanzi a quel coperto che Giovanna gli aveva detto
essere preparato per lui.
La signora
Genoveffa levossi dintorno alla faccia larga e rubiconda l'aureola di nastri
rossi e gialli e di fiori gialli e rossi che le faceva il suo cappellino
madornale, e chiamò colla voce d'un caporale austriaco che ordina una corvée
ad un soldato:
- Giovanna!
La zoppa fu
lesta a presentarsi agli ordini.
- Prendi.
Le diede il
famoso cappellino, che Giovanna prese con tutto il religioso rispetto che
meritava un simile capo d'arte; le diede eziandio la sciarpa che teneva sulle
spalle, e le ordinò con severo cipiglio:
- Vai a
riporre questa roba, e bada di farlo con attenzione, e sollecita per venir giù
a servire.
- Sì, mamma:
rispose la sciancata, e si affrettò verso l'uscio.
Enrichetta si
mosse per andarne colla sorella; ma la voce autorevole della madre l'arrestò di
subito.
- E tu dove
vai?
- Vado a
portar su la mia cappellina.
- Dalla a
Giovanna; e tu resta qui a far compagnia allo zio.
- Ma....
volle soggiungere Enrichetta.
La madre non
la lasciò dir altro.
- Giovanna,
comandò con quel suo accento imperioso da monarca assoluto, prendi la roba di
Enrichetta, e portala su.
Giovanna obbedì
e disparve. Allora sedettero tutti intorno al desco, su cui Gertrude venne a
portare il fritto fumante.
Non vi
descriverò il pranzo preparato per quella occasione solenne. Nei nostri
villaggi, ancora oggidì, i pranzi per festeggiare qualcheduno, usano essere dei
pranzi da Gargantua. Una schiera di pietanze in proporzioni enormi sfila
davanti ai convitati in una seduta che dura delle ore. L'onore dei Varada non
aveva permesso che si mancasse a questa buona tradizione fonte d'indigestioni,
pel fausto ritorno di uno zio, che poteva essere la gallina dalle uova d'oro.
Gerolamo mangiò bene e bevette meglio, da uomo che ha uno stomaco eccellente;
il sor Giacomo ebbe sempre sulla piccola fronte l'ombra d'una nube; era
l'ingrato pensiero che se lo zio fosse ritornato povero come quando era
partito, tutta la spesa di quel pranzo eccezionale poteva dirsi sciupata.
Genoveffa seppe stare a livello dello zio nel mangiare e nel bere, e in fin di
tavola era più rossa della faccia color di fuoco di Gertrude; la povera
Giovanna, che s'affannava intorno ai commensali per fare appuntino il dover
suo, fu strapazzata cinque o sei volte, o perchè era troppo lenta, o perchè non
prestava abbastanza attenzione, o perchè non aveva sufficiente destrezza.
Lungo il
pranzo, il sor Giacomo aveva già tentato più volte di mettere il discorso sulle
avventure dello zio; ma questi aveva sempre fatto orecchio da mercante, e, ad
una richiesta più diretta, aveva finito per dire bruscamente a suo modo che lo
si lasciasse mangiare tranquillamente, e che in fin di pranzo sarebbe stato il
momento opportuno di siffatte chiacchere.
Ora
finalmente si era alle frutta; le bottiglie di vin di rispetto erano stappate,
ed avevano già riempiti due o tre volte i capaci bicchieri; lo zio Gerolamo si
rovesciò comodamente sulla spalliera della sua seggiola, e disse ai commensali:
- Voi volete
dunque conoscere le vicende della mia vita e le mie attuali condizioni?
- Sì, sì:
esclamò il sor Giacomo, appoggiandosi coi gomiti al desco per chinarsi
viemmeglio verso lo zio, alla sinistra del quale trovavasi.
- Sì, da
bravo: disse ancor'essa la signora Genoveffa, agitando la servietta per farsi
aria al volto, dove il pranzo aveva chiamate le più vive fiamme che mai.
Anche
Enrichetta manifestò la sua curiosità con un leggiadro atteggiamento
d'aspettazione; e persino la povera Giovanna, affaccendata sino allora a
servire, si raccostò zoppicando, e si appoggiò alla spalliera della seggiola
ove sedeva la sorella, per sorreggere la stanca persona. Ma la madre, che vide
codesto, le intimò con severo cipiglio:
- Tu va in
cucina, affrettati a mangiare, e poi farai il caffè.... e che sia ben fatto!
Giovanna si
ritirò mestamente con sollecita ubbidienza. Lo zio Girolamo la seguitò con uno
sguardo che poteva quasi dirsi pietoso, ma che da nessuno fu osservato.
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