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Vittorio Bersezio
Povera Giovanna

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  • VI
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VI.

 

- Lo zio Gerolamo! Esclamò stupita la cuoca, volgendosi di tutta la persona per guardar bene chi si presentava così stranamente sotto questo titolo: è impossibile.

- È tanto possibile che ciò è: disse bruscamente lo zio. E invece di star piantata a squadrarmi, fareste meglio a darmi il brodo che vi ho domandato.

E senz'aspettar altro, prese egli stesso una ciotola che vide sopra una scanceria, e dato mano al ramaiuolo che pendeva dal capifuoco, si servi a suo talento.

La fante stava sempre a bocca larga a guardarlo:

- Ma, signore! il padrone e la padrona e la padroncina le sono andati incontro sino in fondo alla discesa.

- Me ne rallegro tanto. Io era stufo di farmi sobbalzare dal baroccio di quello scellerato di Barbetta. L'ho piantato a mezza strada, ed ho preso la scorciatoia che mi ricordavo ancora esserci traverso i boschi... Che piacere scorrere per quei luoghi non più riveduti da tanto tempo!

Intanto aveva finito di bere il suo brodo. Giovanna si slanciò a prendergli di mano la scodella.

- Così va meglio: disse lo zio Gerolamo. Ora andiamo nella camera da pranzo, dove spero che sarà già apparecchiata la tavola.

- Sì, zio.

- Benone! Comincerò per grignoter qualche bocconcino di pane, aspettando a mia volta che tornino i miei cari nipoti.

La zoppa corse innanzi ad aprire la porta.

Lo zio Gerolamo entrò nel tinello, abbrancò sul desco una manciata di grissini, e gettatosi a sedere abbandonatamente sopra una seggiola, si mise a farli scrosciare sotto ai denti.

- , disse egli, dopo tanti anni che non ho più visti di questi grissini, come torno a rimangiarli con gusto!

Giovanna stava dritta innanzi allo zio, pronta ad ubbidirne ogni cenno.

- Che fai tu costi in piedi? Le domandò ad un tratto con la sua voce burbera Gerolamo.

La zoppa, tutto mortificata, rispose dolcemente:

- Mi scusi, stavo ad aspettare se aveva qualche cosa da comandarmi.

E ciò detto, si mosse per partirsene.

- Dove vai? Chiese col medesimo accento lo zio.

- Vado in cucina.

- A far che cosa?

- Ad aiutare Gertrude in quel poco che posso.

- Uhm! Esclamò Gerolamo, guardandola di sottecchi in modo che pareva dire: - che cosa sarai tu buona a fare.

Giovanna si credette licenziata a partirsi, ed aprì la porta.

- Fermati! Disse lo zio.

La sciancata ristette come un soldato a cui sia dato l'alt.

- Vieni qua, discorriamola un poco....

Giovanna si accostò lentamente zoppicando, tutto impacciata e timorosa.

- Non ti rincresce mica di stare a tener compagnia a tuo zio?

- Oh no! esclamò la miserella, osando allora sollevare sul volto severo di Gerolamo i suoi occhi miti, rimessi, quasi paurosi. In quel momento corse nello sguardo di lei uno di quei lampi di sentimento che ho detto, e lo zio parve avvedersene. Fu con voce meno ruvida ch'egli riprese a parlare.

- Ho tante cose da domandare, ho tante cose da sapere, e tu puoi dirmene una buona porzione.

Vide che la disgraziata malamente sorretta dalle sue gambe, stava faticosamente in piedi.

- Ebbene? adesso che fai? L'interpellò egli bruscamente.

Giovanna arrossì, e rispose tutta sgomenta, nella persuasione di aver fatto, senza avvedesene, qualche cosa che avesse dispiaciuto allo zio.

- Sto ad ascoltarla.

Gerolamo ebbe pietà di quell'emozione onde la poveretta erasi fatta tremante.

- Puoi ascoltarmi anche stando seduta: diss'egli con più benigno accento. E mi piacerà di più che vedermiti innanzi piantata come una gru, ora su una gamba, ora su un'altra.

Giovanna tornò ad arrossire lievemente e s'affrettò a sedersi sopra una seggiola lontana cinque o sei passi da quella dello zio.

Questi vide quel po' di rossore, s'accorse che le sue parole, alludendo al difetto fisico di quell'infelice, non avevano potuto riuscirle gradite come un complimento, e, buono qual egli era in realtà sotto la sua ruvida scorza, ebbe assai vivo il rincrescimento d'averle pronunziate e il dispetto contro medesimo. Pensò un momento se aveva da tentare di aggiustarla, ma poi saggiamente avvisò che sarebbe stato peggio. Tirò fuori di tasca un astuccio di sigari, ne scelse uno fra quelli ond'era pieno, e, messolo in bocca, si diede a cercare in tutte le sue tasche lo scatolino dei fiammiferi, che non trovò più da nessuna parte.

Giovanna, che stava seduta impacciatamente giocherellando colle sue lunghe e magre dita fra i legacci del suo povero e modesto grembiale, e faceva sgusciare di quando in quando il suo umile sguardo verso lo zio; Giovanna sorse di scatto, si precipitò in cucina, e tornò, il più sollecito che potè, con un canapulo acceso.

- Grazie, disse Gerolamo, accendendo lo sigaro; poi lasciò cadere il canapulo in terra, e lo spense col tallone del suo stivale.

Ma la ragazza fu lesta a raccogliere dal suolo il resto del canapulo, lo portò in cucina, e tornò sollecita con una granatina a spazzar via quel po' di cenere e d'incarbonito che c'era rimasto sul pavimento.

Lo zio la guardò a fare, ma non disse nulla. Quand'ebbe finito, essa venne a seder di nuovo sulla seggiola che occupava dapprima.

- Or bene, cominciò Gerolamo, tu sei la figlia di quel brav'uomo che ha sposato mia nipote Genoveffa.

- Sì, signor zio.

- Ci hai dei fratelli?

- No, signor zio.

- Delle sorelle?

- Sì, signor zio, rispose animata questa volta la buona creatura. Ho una sorella, Enrichetta.

- Oh oh! Lo dici con tanto entusiasmo. Le vuoi bene a tua sorella?

- Tanto tanto! E le vorrà un gran bene anche lei, signor zio, perchè è impossibile vederla e non volerle bene. E cosi buona, è cosi bella!...

- Ah! la è bella Enrichetta? Interruppe lo zio, guardando la bruttezza di Giovanna. Ma non aveva egli ancora finito di pronunciare queste parole, che si pentiva di nuovo di averle lasciate scappare, come quelle che, ricordandole la infelicità delle sue forme, potevano far pena alla poveretta che stava con lui discorrendo.

Giovanna invece esclamava tutto lieta, con vivezza d'accento in cui ciascuno avrebbe sentito la sincerità:

- Se la è bella!... È un occhio di sole. Quando la vedrà, resterà ammirato anche lei. E questo gli è nulla.... La sua bontà è ancora superiore alla bellezza.

- Ah! ah! Fece lo zio, guardando fissamente la povera sciancata; e intanto diceva fra : , una brutta che non è invidiosa. C'è del buono in quel laideron.

Diede due o tre tirate allo zigaro, e si circonvolse in una nuvola di fumo.

Successe un istante di silenzio.

- Voi dunque siete due sorelle, e non ci è altri ragazzi in famiglia?

- No, signor zio.

Gerolamo guardò sul desco e non vide che quattro coperti.

- Chi è che ha preparata la tavola?

- Io.

- Perchè non hai messo un coperto anche per me?

- Come! Esclamò stupita la ragazza. Il suo eccolo qui in capo alla tavola.

- Uno ci manca. Non ve ne ha che quattro. Siete in quattro voi altri della famiglia; aggiungendomivi, io fo il quinto.

- No, signor zio. Di noi non si è che in tre a tavola. Il babbo, la mamma ed Enrichetta.

- E tu?

- Io non mangio a tavola.

- No?... E perchè?

- Perchè ho da servire.

- Ah! tu servi? E dove mangi tu?

- In cucina con Gertrude.

- E codesto non ti rincresce?

Giovanna alzò i suoi occhi di vetro in faccia allo zio, più stupita di prima.

- No, rispos'ella con sublime semplità. E perchè avrebbe da rincrescermi?

Lo zio tornò a guardarla un poco, poi tornò ad avvolgersi in una nube di fumo, restando un momento in silenzio.

Quando fu dileguata quella nebbia, Gerolamo disse alla giovane, con accento che era ancora brusco e vibrato, ma che pure aveva un certo non so che di più caldo e più espansivo:

- Tu stai lontana da me quasi che ti facessi paura.... Di' ti fo io paura?

La nipote lo guardò fugacemente e non seppe, o  non ebbe la forza, a rispondere.

- Parla! Soggiunse lo zio con voce che pareva incollerita. Ti fo io paura sì o no?

Essa esitò, arrossi, e poi tremando sussurrò, con si poco fiato che appena si è potuto udire, il monosillabo:

- No.

- Uhm! Adesso non sei sincera, e vedo che a mentire non ci vali.

Temprò alquanto il ruvido tono della sua parola.

- Come ti chiami?

- Giovanna.

- Bene. Vieni qui Giovanna, più accosto a me. La zoppa avvicinò un poco la seggiola.

- Ancora.... Animo.... Suvvia!... , così.... Non ti mangio mica. Sono un po' ruvido eh?

Giovanna stette a capo chino e non rispose.

- Sicuro! È mio carattere questo. Bisogna pigliarmi come sono. Ho sempre vissuto senza famiglia sinora, in mezzo ad una banda di trista gente.... Il mondo non è pieno che di birbanti, sai! e l'uomo franco ed onesto che ci si trova in mezzo, non ne piglia argomento a stimare, a voler bene ed a trattare coi guanti i suoi simili. Breve! Sono burbero e villano, lo so, ma non sono cattivo. Chi sa che vivendo circondato dai buoni, amato sinceramente e non per interesse da qualcheduno, chi sa che non ridiventi buono ancor io!

La zoppa ascoltava tutto ciò sempre a capo chino, e non pronunciava una sillaba.

Lo zio Gerolamo tornò ad esaminarla ben bene, ora che la gli era più dappresso.

- Per Dio! com'è brutta! Disse fra . Passare il suo tempo con quel mostricciuolo innanzi agli occhi, non dev'essere cosa da star molto allegri.

- Tu ami molto i tuoi parenti? Domandò poscia lo zio, dopo un istante di pausa.

- Oh sì! disse la giovane con tutta semplicità, ma con accento di sincero e profondo sentire.

- E me, mi amerai tu pure?

Giovanna lo sogguardò timidamente a suo modo, e poi rispose fiocamente:

- Sì.

In quella ecco aprirsi e richiudersi con fracasso l'uscio da via, ecco un allegro suonare di voce argentina, a cui tien bordone una più robusta, ecco tremare il pavimento sotto la pressione d'un passo  pesante ed affrettato, ecco precipitarsi nella camera, leggera, saltellante, ridente, la bella Enrichetta, e dietro lei il fruscio e lo sbarbaglio della veste della signora Genoveffa, e per ultimo la personcina riguardosa di sor Giacomo.

Enrichetta e sua madre parlavano in una con grande vivacità; avrebbe fors'anche parlato il signor Varada, se avesse potuto lusingarsi un momento di far udire il suo filo di voce in mezzo a quel mulinio di parole.

Enrichetta diceva:

- Gli è proprio qui lo zio! Questa è bella davvero! Mentre noi stavamo ad aspettarlo laggiù, ed egli era già a casa. L'avremmo abbracciato molto più presto se non ci fossimo mossi.

E mostrava lo splendore de' suoi denti in un riso, pieno di franchezza.

- Dove siete passato, caro signor zio? Diceva la Genoveffa. E che strana idea è stata la vostra? Figuratevi la nostra sorpresa, quando da lontano abbiamo visto il baroccio di Barbetta vuoto! Abbiamo creduto che voi non foste arrivato. Ma pur siete qui finalmente! Dopo tanto tempo che non vi ho più visto!... A dire il vero avete cambiato di molto, non vi avrei più riconosciuto....

- Nemmen io te: interruppe bruscamente lo zio, cui tante ciance parevano infastidire. E se tu credi che gli anni passino senza lasciar traccia, sei una testa busa.

Si volse verso Enrichetta, la cui beltà lo aveva di subito meravigliato.

- Orsù, le disse: perchè non mi son fatto trovare laggiù dove mi siete venute incontro, è essa una ragione per non darmi un abbraccio? Tu non mi hai mai visto, ma sono tuo zio, che diavolo!

Enrichetta si slanciò con avvenente leggerezza al collo di lui, e gli diede due bei baci sonori.

- Che la sia il benvenuto, caro zio!

La faccia burbera e rugosa di Gerolamo si rischiarò tutta al contatto di quelle fresche labbra giovanili; gettò via il suo sigaro, e tenendo abbracciata la ragazza, la baciò ancora egli replicatamente.

Ma dopo Enrichetta, ecco precipitarglisi nelle braccia, a farlo barcollar sotto il peso, la massa imponente della signora Genoveffa.

- Sì, caro zio: esclamò ella con quella sua maschia voce: siate il benvenuto.

- Grazie, grazie: s'affrettò a dire Gerolamo, allontanando dal suo naso l'enorme tesa dell'imponente cappellino di Genoveffa.

Allora fu la volta del sor Giacomo, che non aveva tuttavia potuto farsi notare con una parola, con un atto.

S'avanzò egli chetamente, e tendendo la sua destra verso lo zio, gli disse con quel modo ordinato ed espositivo:

- Permettete che ancor io abbia il piacere di darvi la buona venuta, e di manifestarvi tutta la soddisfazione che provo nel vedervi finalmente tra noi e per non abbandonarci più, siccome ci avete fatto l'onore di scriverci nella pregiatissima vostra del 28 aprile ultimo scorso. È costante che la vostra venuta soddisfa uno dei più vivi desiderii della mia famiglia.

Il tono con cui fu pronunziato questo discorsetto era quello con cui si leggono nelle assemblee i processi verbali della seduta precedente. La cagione di tanta freddezza non era solo nel carattere del prudente segretario comunale, ma nel risultamento delle osservazioni che aveva fatto esaminando con occhio scrutatore lo zio, mentre la moglie e la figliuola lo abbracciavano e gli parlavano.

Nello zio Gerolamo era tutt'altro che l'apparenza d'un uomo ricco. Vestito con una semplicità che si avvicinava piuttosto alla povertà, egli non aveva poi nell'aria, nel contegno, nella maniera, nel linguaggio nulla affatto che potesse far supporre in lui un favorito dalla fortuna. Se il bravo sor Giacomo, conoscitore del mondo e degli uomini, lo avesse incontrato per istrada, non sapendo chi fosse, ed avesse dovuto portar giudizio dei fatti di lui, avrebbe detto, senza esitare, che quello era tutt'al più un capofabbrica od un sorvegliante d'operai, se non pure un semplice operaio esso medesimo. C'era dunque più che altro da temere che questo benedetto zio, invece che un vantaggio, non fosse che un carico, e sor Giacomo, niente lusingato della fiducia manifestatagli, non era punto punto disposto a sopportare nessun aggravio.

Lo zio Gerolamo sogguardò un poco quell'omaccino tutto riguardoso, e gli rispose bruscamente a suo modo:

- Grazie!... Andiamo a tavola.... Ho fame.

E senz'altri complimenti, fu a sedersi innanzi a quel coperto che Giovanna gli aveva detto essere preparato per lui.

La signora Genoveffa levossi dintorno alla faccia larga e rubiconda l'aureola di nastri rossi e gialli e di fiori gialli e rossi che le faceva il suo cappellino madornale, e chiamò colla voce d'un caporale austriaco che ordina una corvée ad un soldato:

- Giovanna!

La zoppa fu lesta a presentarsi agli ordini.

- Prendi.

Le diede il famoso cappellino, che Giovanna prese con tutto il religioso rispetto che meritava un simile capo d'arte; le diede eziandio la sciarpa che teneva sulle spalle, e le ordinò con severo cipiglio:

- Vai a riporre questa roba, e bada di farlo con attenzione, e sollecita per venir giù a servire.

- Sì, mamma: rispose la sciancata, e si affrettò verso l'uscio.

Enrichetta si mosse per andarne colla sorella; ma la voce autorevole della madre l'arrestò di subito.

- E tu dove vai?

- Vado a portar su la mia cappellina.

- Dalla a Giovanna; e tu resta qui a far compagnia allo zio.

- Ma.... volle soggiungere Enrichetta.

La madre non la lasciò dir altro.

- Giovanna, comandò con quel suo accento imperioso da monarca assoluto, prendi la roba di Enrichetta, e portala su.

Giovanna obbedì e disparve. Allora sedettero tutti intorno al desco, su cui Gertrude venne a portare il fritto fumante.

Non vi descriverò il pranzo preparato per quella occasione solenne. Nei nostri villaggi, ancora oggidì, i pranzi per festeggiare qualcheduno, usano essere dei pranzi da Gargantua. Una schiera di pietanze in proporzioni enormi sfila davanti ai convitati in una seduta che dura delle ore. L'onore dei Varada non aveva permesso che si mancasse a questa buona tradizione fonte d'indigestioni, pel fausto ritorno di uno zio, che poteva essere la gallina dalle uova d'oro. Gerolamo mangiò bene e bevette meglio, da uomo che ha uno stomaco eccellente; il sor Giacomo ebbe sempre sulla piccola fronte l'ombra d'una nube; era l'ingrato pensiero che se lo zio fosse ritornato povero come quando era partito, tutta la spesa di quel pranzo eccezionale poteva dirsi sciupata. Genoveffa seppe stare a livello dello zio nel mangiare e nel bere, e in fin di tavola era più rossa della faccia color di fuoco di Gertrude; la povera Giovanna, che s'affannava intorno ai commensali per fare appuntino il dover suo, fu strapazzata cinque o sei volte, o perchè era troppo lenta, o perchè non prestava abbastanza attenzione, o perchè non aveva sufficiente destrezza.

Lungo il pranzo, il sor Giacomo aveva già tentato più volte di mettere il discorso sulle avventure dello zio; ma questi aveva sempre fatto orecchio da mercante, e, ad una richiesta più diretta, aveva finito per dire bruscamente a suo modo che lo si lasciasse mangiare tranquillamente, e che in fin di pranzo sarebbe stato il momento opportuno di siffatte chiacchere.

Ora finalmente si era alle frutta; le bottiglie di vin di rispetto erano stappate, ed avevano già riempiti due o tre volte i capaci bicchieri; lo zio Gerolamo si rovesciò comodamente sulla spalliera della sua seggiola, e disse ai commensali:

- Voi volete dunque conoscere le vicende della mia vita e le mie attuali condizioni?

- Sì, sì: esclamò il sor Giacomo, appoggiandosi coi gomiti al desco per chinarsi viemmeglio verso lo zio, alla sinistra del quale trovavasi.

- Sì, da bravo: disse ancor'essa la signora Genoveffa, agitando la servietta per farsi aria al volto, dove il pranzo aveva chiamate le più vive fiamme che mai.

Anche Enrichetta manifestò la sua curiosità con un leggiadro atteggiamento d'aspettazione; e persino la povera Giovanna, affaccendata sino allora a servire, si raccostò zoppicando, e si appoggiò alla spalliera della seggiola ove sedeva la sorella, per sorreggere la stanca persona. Ma la madre, che vide codesto, le intimò con severo cipiglio:

- Tu va in cucina, affrettati a mangiare, e poi farai il caffè.... e che sia ben fatto!

Giovanna si ritirò mestamente con sollecita ubbidienza. Lo zio Girolamo la seguitò con uno sguardo che poteva quasi dirsi pietoso, ma che da nessuno fu osservato.

 

 

 




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